MF e compagnia bella

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aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali

 

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Blogger: cabepfir
Cecilia. 23/8/1981. Virgo. Dottorato in Letterature Comparate con progetto di ricerca sulle donne guerriere (Clorinda, Bradamante ecc). Cerca di disegnare più che può (ovvero poco) nel tempo libero, illustrazioni e il suo fumetto Asanor. Ha una gatta puzzona di nome Sissi. Comprendo tutte le caratteristiche migliori e peggiori della Vergine: la pignoleria, la critica, l'analisi, il buon gusto e la sostanziale pigrizia, dalla quale purtroppo vengo spesso distolta (non ora). Parole chiave: manga, film, Giappone, villains, opera, Riccardo III, e poi le famose fasi del momento ^^

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venerdì, 18 luglio 2008

OGGI A CIVIDALE LA MARATONA TEATRALE SU AMLETO

Il Mittelfest 2008
vuole costruire il tempo

Tre momenti di Hamlets portraits
Tre momenti di Hamlet's portraits

È "Costruire il tempo" il tema portante della diciassettesima edizione del Mittelfest, la quinta diretta da Moni Ovadia, che riempirà Cividale dal 18 al 27 luglio con un calendario di spettacoli di livello internazionale e un calendario di incontri, legati al medesimo tema, i cui calendari sono stati opresentati nella sala consiliare del municipio di Cividale. È stato reso noto anche il calendario di Mitteimmagini che presenterà corti, video e documentari.

L'anteprima

Sempre più vicino il via per la 17.ma edizione di Mittelfest, il festival di teatro, musica, danza, e marionette della Mitteleuropa, di scena a Cividale del Friuli da questo sabato a domenica 27. Forte è l'attesa per l'inedita anticipazione al festival fissata per venerdì al Teatro Ristori con la maratona teatrale di oltre 15 ore (inizio alle 10) sui personaggi dell'Amleto shkespeariano: Non essere - progetto Hamltet's portraits, firmato da Antonio Latella, una produzione Teatro Stabile dell'Umbria, Festival delle CollineTorinesi, in collaborazione con Fondazione Teatro Stabile di Torino e MittelFest 2008.

Di fatto, non esiste una cosa come l'Amleto di Shakespeare. Se Amleto possiede qualcosa della definitezza di un'opera d'arte, possiede anche tutta l'oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie. Così Oscar Wilde definisce la più celebre tragedia shakespiriana, un'opera che Latella ha concepito con una messinscena realizzata come un'esposizione di quadri: undici piani sequenza, che esaltano sei tematiche dominanti della tragedia, in ognuno dei quali l'interprete o gli interpreti, attori e al contempo autori, rappresentano il ritratto in primissimo piano di un personaggio o di un gruppo di personaggi dell'AMLETO. Undici quadri raggruppati sotto sei titoli: si comincia alle 10.00 del mattino con il quadro  OMBRE ("I Becchini". "Le guardie".), seguito da POTERE ("Regina Gertrude". "Re Claudio".), FRATELLI/FOLLIA ("Ofelia". "Laerte".), SPIE ("Polonio". "Rosencrantz e Guildenstern".), TEATRO ("I Comici". "Il duello".), TESTAMENTO ("Amleto").

Ancora una volta il gruppo, formatosi negli anni attorno al lavoro di Latella ha partecipato alla creazione già dal concepimento dello spettacolo.

Il progetto Non Essere ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di prove, a partire dal gennaio 2007, ed ora vede la luce anche grazie al contributo generoso di tutti gli artisti coinvolti nel processo creativo, di fatto coproduttori dell'impresa. Alla fine degli anni Novanta, Latella aveva già affrontato Amleto ma, a distanza di anni da quell'esperienza, il suo sguardo sull'Opera si è dilatato, diventando la presentazione di un processo artistico più che uno spettacolo. A partire dall'idea di realizzare una sorta di mostra nella quale esporre come delle gigantografie dei vari personaggi, il testo dell'Amleto viene ripercorso, attraverso sei tematiche dominanti della tragedia, in undici stazioni/quadri in cui si stagliano i ritratti isolati dei principali personaggi del testo shakespeariano, autonomi anche nella loro forma di espressione. Unico filo rosso, Orazio, presente in tutti i quadri.

«Il grande tema di questo progetto è il teatro, non Amleto» - spiega Latella. «Sono undici appuntamenti che danno una possibilità di teatro. Per quanto riguarda i generi e le forme che attraversano questo spettacolo, sono cifre teatrali sviluppate dalla conoscenza di ogni autore che ho affrontato». «L'idea è partita dal non essere per arrivare all'essere» - racconta ancora il regista: «partire da un pagina bianca che aspetta di essere riempita, dove la scenografia muta a seconda dei personaggi e diventa un'idea di Amleto diversa. La pagina cambia forma, prende forma davanti a noi, come una serie di quadri. L'intera operazione è come un grande quadro composto da tanti quadri più piccoli: sposti i colori per dare equilibrio alla grande visione complessiva». «L'essere o non essere e la pantomima sono i due momenti chiave del testo», spiega ancora Latella. «Rispetto all'essere o non essere ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, è messo di fronte a questa domanda; il non essere, peraltro, non è solo il fatto di uccidersi. Tu puoi non essere anche in vita».

Gli interpreti dello spettacolo sono:  Michele Andrei (POLONIO), Massimo Albarello (BERNARDO e UN COMICO), Fabio Belletti (FRANCISCO e UN COMICO), Sebastiano Di Bella (MARCELLO e UN COMICO), Anne-Sophie Durand (OFELIA), Marco Foschi (AMLETO), Nicole Kehrberger (REGINA GERTRUDE), Giuseppe Lanino (ROSENCRANTZ e PRIMO BECCHINO), Fabio Pasquini (LO SPETTRO DEL PADRE), Annibale Pavone (ORAZIO), Enrico Roccaforte (LAERTE), Rosario Tedesco (RE CLAUDIO), Emilio Vacca (GUILDENSTERN e SECONDO BECCHINO).

La biglietteria sarà a disposizione del pubblico lungo tutta la durata dello spettacolo, che prevede undici pause in corrispondenza dei vari quadri: gli organizzatori del festival hanno previsto alcuni coffe-break a disposizione degli spettatori, mentre nella pause principali della durata di un'ora e trenta (intorno alle 15 e alle 20.30) alcuni locali della città garantiranno un servizio di ristoro veloce a prezzi convenzionati a disposizione dei possessori dei biglietti d'ingresso.

L' inaugurazione ufficiale di Mittelfest 2008 è fissata per sabato 19 luglio: al termine del primo concerto della giornata, che segna il ritorno del Quartetto Borodin, questa volta affiancato dal violoncello di Mario Brunello (alle 18, nella chiesa di San Francesco), un momento di incontro con il pubblico nel rinnovato spazio di Foro Giulio Cesare, dove alle 20.30 è in programma È Oriente, da Budapest al Mar Nero, dal testo di Paolo Rumiz un concerto poetico di Barbara Della Polla, Caterina Goriup e Fabio Calcioli. Da segnalare l'evento di chiusura della giornata inaugurale con l'atteso concerto in Piazza Duomo (alle 22.30) dell'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, che si esibirà sotto la conduzione della bacchetta del moscovita Michail Jurowski.

(17 luglio 2008 - messaggeroveneto/repubblica.it ) 
foto: Anna Bertozzi
giovedì, 17 luglio 2008

HAMLET'S PORTRAITS APRE DOMANI IL MITTELFEST

Amleto dal mattino a notte fonda

Un lungo viaggio verso la notte. Il titolo ce lo presta O’Neill (poi Lumet ci fece pure un film) per cogliere la sensazione primaria di un percorso teatrale, che non se la sbriga nel canonico tempo di una rappresentazione canonica. Il Mittelfest, seguendo le mode, propone venerdì un’anteprima e lo fa osando uno spettacolo inusuale, non tanto in quanto a tematica - è l’Amleto, il testo dei testi - bensì per la maratona che aspetta chiunque voglia rivivere le angosce scespiriane in una totalità forse mai percepita: quindici ore, dalle dieci del mattino alle due di notte avvolti dal Ristori di Cividale.Il deus ex machina di questo Hamlet estremo («ma il grande tema è il teatro, non Amleto», precisa il regista) è Antonio Latella, quarantenne rampante della prosa italiana, già nel 2001 insignito con l’Ubu per il progetto Shakespeare e oltre.«L’idea - ci racconta Latella, che vive fra l’Italia e Berlino - non era di fare un’estenuante galoppata unica, ma dividere gli undici quadri. Progetto, peraltro, che potrebbe tornare utile semmai uno Stabile volesse acquistarlo. Ammetto che così come sta è improponibile».- Una piéce da quindici ore cozza contro i ritmi vertiginosi del nostro tempo. Latella, cosa l’ha convinta a riesumare le antiche andature del teatro antico?«Esattamente questo, riappropriarsi di quelle sensazioni, di quando s’iniziava al tramonto e si proseguiva fino a notte fonda. Vorrei tornare un attimo sul concetto dei quadri e sul perché ho deciso in qualche modo di unirli. Mi sono immaginato una mostra collettiva di pittura; ogni artista compone un’opera seguendo un tema, poniamo l’Essere. È l’insieme che crea una unicità. Immagino che possa apparire massacrante come esperienza. Lo è soprattutto per i tecnici e gli attori. Se chi recita gode di qualche pausa, chi manovra è sempre in prima linea».- Una squadra composta da quante persone?«Una trentina fra attori e tecnici».- Qual è la sensazione dominante?«Far capire l’ossessione del testo, il grande dilemma dell’essere o non essere. Capire quanto un uomo possa essere pur non essendo o non essendo mai stato. Amleto stesso non riesce a definire il tempo. Vorrei che il pubblico facesse suo il perdersi in un luogo senza misura».- Ma il testo scespiriano sarà stato manipolato in qualche modo?«In questo spettacolo convivono varie forme teatrali, ed è questo che lo rende così imponente, non tanto intrusioni nello scritto vero e proprio. Danza, figura, recitazione, vari linguaggi, i punti di vista di ognuno, specialmente, portano alla dilatazione e al testamento di Amleto, che considero il punto più alto di tutta la rappresentazione. Amleto è la Bibbia di ogni teatrante, la fonte da cui prende forma il resto, qualunque dopo».- Ovvero il potere della forma classica«Ovvero il grande tema: l’uomo. I temi semplici, in fondo, come l’amore, la morte, la religione che interagiscono con l’umanità. I classici onorano da sempre la tematica dominante e proprio per questo non avranno fine».- Tornando al suo Amleto: la ripetitività di certe azioni, per conoscere, come diceva, i punti di vista dei protagonisti, ha un qualcosa di cinematografico. Ci viene in mente il recente Prospettive di un delitto.«Il paragone ci può stare. Sì, è vero, potrebbe assomigliare a una formula che il cinema ama sfruttare. Raccontare la stessa storia da più angolazioni, tenendo ben saldo il cuore della storia».- Inevitabilmente, con passare dei decenni, certi autori finiscono vittime di più o meno abili manipolazioni da parte dei registi. Ci sono varie scuole di pensiero in proposito. La sua?«Dieci anni fa mi tuffai di testa nell’avventura di Amleto con la veemenza di un trentenne, convinto che la forza del dramma fosse proprio nella sua originalità. Poi si cambia, inevitabilmente. Senti la necessità di aggiungere del tuo o di usare altri autori da affiancare. Non sempre l’evoluzione giustifica il diritto di stravolgere il passato, ma nemmeno l’inflessibilità aiuta a ragionare su certe tematiche. Magari, a volte, bastano dei leggeri ritocchi per consegnare al pubblico un desiderio nuovo».- In Italia il teatro sta attraversando una fase di grande staticità...«Manca il denaro. E senza quello è difficile sperimentare. Gli Stabili non hanno vita facile, spesso sono costretti ad affidarsi a una certa tradizione pur di fare incassi. Con quale coraggio un direttore chiama una compagnia sperimentale?».- Che futuro può avere un’opera complessa come la sua?«Un Amleto così non potrà mai finire in un cartellone di stagione (sorride). Mi rendo conto che un pubblico di serata tradizionale mai potrebbe starsene seduto in platea per quindici ore. L’operazione è ideale per i festival. Il clima, in quei luoghi, aiuta».- Dalle 10 del mattino alle due di notte: Amleto a digiuno?«No (sorride ancora). Anche Amleto, come Orazio come Polonio, come Laerte e come il pubblico avranno bisogno di mettere un panino sotto i denti. E lo faranno. È una maratona, non una tortura».
 rosario tedesco as re claudio

foto: Anna Bertozzi 

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martedì, 15 luglio 2008

FESTIVAL DI SPOLETO

Festival di Spoleto: da Bob Wilson un'esemplare Opera da tre soldi

di Renato Palazzi

 

La formidabile Opera da tre soldi che Bob Wilson ha presentato al Festival di Spoleto con gli attori del Berliner Ensemble nasce anche dall'incontro fra due "scuole", fra due metodi di lavoro: da un lato il rigore epico della compagnia, la sua impeccabile applicazione delle indicazioni brechtiane, dall'altra l'alta stilizzazione visiva del regista texano, le sue rarefatte geometrie, le sue asciutte sintesi grafiche: questo intreccio, che a tratti potrebbe diventare anche un contrasto, ha dato invece luogo a una messinscena davvero esemplare del celebre testo, uno degli spettacoli più belli, più entusiasmanti degli ultimi anni.
Si sa che il vero problema, per chi oggi affronta Brecht, è quello di attenersi all'osservanza dei principi dello "straniamento", degli artifici dimostrativi tipici dell'autore tedesco – in assenza dei quali il suo teatro perde senso – senza rinunciare però alla possibilità di reinventarli in modo nuovo e originale. Wilson riesce a conciliare naturalmente queste due esigenze: di sicuro l'idea dell'attore che recita osservandosi dall'esterno, giudicando e analizzando il personaggio gli è del tutto estranea. Ma con Brecht condivide una radicale vocazione anti-psicologica e anti-naturalistica, la tendenza a ridurre le passioni umane a un'asciutta astrazione.
Nella scia di Brecht, Wilson non porta qui alla ribalta individui dotati di autonomo spessore ma "tipi", maschere esemplificative: le sue, tuttavia, non sono maschere sociali, bensì citazioni cinematografiche, stralunate figure strappate in particolare ai film muti: se Meckie Messer, quando scappa dalla prigione tenendo Lucy per mano, richiama esplicitamente Chaplin e la camminata di Charlot, gli altri trascendono il genere della "comica finale", ed evocano piuttosto un universo espressionista, da Gabinetto del dr. Caligaris: il capo della polizia, Tiger Brown, sembra ad esempio Nosferatu, il suo accolito Smith è il ritratto di Eric von Stroheim.
Con questo semplice espediente di imprimere sottilmente all'azione i ritmi, le movenze del cinema muto, il regista ottiene il notevolissimo effetto di spostare completamente il tiro rispetto all'impianto brechtiano: pur restando assolutamente fedeli alle parole e allo spirito del copione, quelle sue creaturine vestite di cuoio o di velluto nero, gli occhi bistrati, le facce di biacca, nei loro gesti sincopati, nelle loro plastiche posture si trasformano in allucinati manichini in carne e ossa, marionette visionarie che danno vita a sequenze più simili al balletto, o a una sorta di gelida clownerie circense.
E poi c'è l'incomparabile sapienza tecnica di questo straordinario mago dell'immagine: l'ingegnosa scenografia fatta di nulla, tubi al neon che si accendono e si spengono, crea pure forme pittoriche, contorni di edifici o celle di prigione. Magistrale, come sempre, l'uso delle luci, per cui una lettera in mano a un personaggio viene illuminata, solo essa, di giallo, o in una uniforme composizione in bianco e nero spiccano i capelli rossi di una donna. Alla fine, intensissimo, toccante, su un quadro complessivamente privo di colore cala un sipario rosso, a svelare la finzione della salvezza di Meckie, sottratto alla forca dall'arrivo del messaggero.
Resta ancora da sottolineare la strepitosa prova degli attori, tutti bravissimi a recitare, a cantare, a improvvisare passi coreografici: raramente si vedono insieme tanti talenti di spicco, dall'eccellente Stefan Kurt, un Meckie Messer dall'ambigua identità sessuale, al Peachum in kippah di Jürgen Holtz. La parte del leone tocca però alle interpreti femminili, la grande Traute Hoess, una torva Celia Peachum, l'irresistibile Christina Drechsler, una Polly tenera e cattivissima, e la Jenny di Angela Winkler, che dà lezione su come si eseguono i song brechtiani senza essere cantanti, mentre l'orchestra valorizza al massimo le musiche di Kurt Weill.

ilsole24ore.com - 7.7.08

 

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BOB WILSON: L'OPERA DA TRE SOLDI

SPOLETO
L'opera da tre soldi nella rilettura di Bob Wison
Quasi un doppio ritratto di Brecht e dell'artista texano, lo spettacolo presentato al Festival dei Due Mondi. I bassifondi londinesi di Mackie Messner e degli altri, inquadrati in una perfezione formale, libera da ogni stanchezza di routine. Collaborazione preziosa di Heiner Müller
Gianfranco Capitta

TEATRO: L'OPERA DA TRE SOLDI DI BERTOLT BRECHT, REGIA DI ROBERT WILSON, TEATRO NUOVO - SPOLETO (PERUGIA)

Il festival dei due mondi torna all'imponenza di un tempo, con la scadenza dell'anno di edizione 50 più uno che vede uscire di scena la famiglia Menotti. Questo ha garantito al nuovo direttore Giorgio Ferrara (chiamato per il rilancio da Rutelli e Veltroni, ma ovviamente ben festeggiato dall'attuale governo) un budget cospicuo, di poco inferiore a quello del festival nazionale di Napoli. Che lui si è trovato però a spendere e programmare in pochissimo tempo. Il cartellone che ne è risultato è stato di conseguenza diseguale, a parte gli omaggi doverosi e felici come quello alla grande signorina, decana del teatro italiano, Franca Valeri.
Ma tra molte cose all'apparenza casuali, va il merito a Spoleto 2008 di aver portato (per sole due repliche, peccato) lo spettacolo dell'estate italiana: l'Opera da tre soldi che Bob Wilson aveva realizzato nell'autunno scorso al Berliner Ensemble con quegli attori strepitosi, e che risulta una sorta di summa teatrale, oltre che un bellissimo ritratto del lavoro di Bertolt Brecht come di Wilson. Lo stesso artista texano, padre di una parte del novecento teatrale, sovrintendeva direttamente dalla platea a questa «rilettura» (come per Brecht e Weill era stato per l'originale settecentesco di John Gay) totalmente inventiva, eppure fedelissima.
Il colpo d'occhio abbacinante suggeriva una visione cartoon dell'epopea di Mackie Messer: a cominciare dal moltiplicarsi delle griglie geometriche che ritagliavano ogni immagine. Un mondo, quello della marginalità londinese, fatto di sbarre, grate, inferriate e gattabuie, prospettive che per i mendicanti sono i tombini, e per i malavitosi le galere. Che poi nel capolavoro brechtiano coincidono. E assai da fumetto erano i personaggi, sagome statuarie come la «Tordella» della signora Peachum, o l'ambiguo Mackie con i riccioli biondi e la guepière sotto lo smoking, che citava insieme Marlene e Viktor Victoria. Ma anche Chaplin al corteo nuziale, e il grande espressionismo tedesco dei Grosz e degli Otto Dix.
Tutto naturalmente inquadrato dalla matita elettrica dell'occhio di Wilson, perfezione geometrica formale e apparente semplicità. Una goduria per l'occhio, e un brivido per il cuore, nel riconoscere in quei racket e in quelle malefatte quelle che sono poi diventate, da un secolo all'altro, strutture di potere e consenso politico, scientifiche e controllate. Ma che hanno sulla scena la simpatia incolmabile di birichinate e eccessi che ci illudiamo essere lontani (certo l'ultima parte dell'Opera da tre soldi va a frugare proprio nei rapporti e negli interessi di un bordello...). Così da recuperare lo straniamento brechtiano e la meraviglia di Wilson. Che si gioca in grande stile l'antica collaborazione con Heiner Müller (che di Brecht era stato allievo davvero, per quanto poco ortodosso), e il piacere dell'opera contemporanea, qui libera da ogni stanchezza di routine. Fanno il resto gli attori, che non essendo più quelli della prima leva del Berliner dopo la guerra, si possono divertire anche loro a inventarsi quella Londra al tempo di Weimar e Isherwood. E sono nomi storici come Jürgen Holz, Traute Hoess, Stefan Kurt, e soprattutto Angela Winkler (che chissà perché ci nega la mitica Surabaja Johnny solo accennata).
È stato un successo trionfale, e anche se Wilson non è una «scoperta» (come a Spoleto un tempo usava, e anche lui fu, 35 anni fa circa) è bello assistere a un grande spettacolo. Ma il festival di quest'anno offriva anche un altro interessante angolo di osservazione: quello della nascita di un lavoro. Luca Ronconi (altro reduce illustre di Spoleto, con l'Orlando furioso del '69) ha tenuto per cinque pomeriggi «prove aperte» dei testi di Ibsen, con l'ultima generazione dei suoi attori allievi. Anche questo è stato uno «spettacolo» irresistibile, perfino per quei testi che pure Ronconi ha già messo in scena, come L'anitra selvatica o Spettri. Si sentiva un gusto per lo scavo, un piacere nell'oltrepassare l'apparente perbenismo ibseniano, uno smascheramento continuo della morale borghese colta nella sua massima espressione storica, fuori del comune. Un piacere destinato a trovare premio in se stesso, perché quel lavoro non è destinato per ora a nessuna messinscena. Ma è giusto che un festival importante porti lo spettatore anche oltre e dietro il sipario.

(ilmanifesto.it)
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domenica, 13 luglio 2008

STASERA 'APNEA' SU RAI3 H23.30 (CIRCA)

Verità svelate
Una mattina, nel parcheggio di un pronto soccorso, Franz viene trovato morto sul sedile della sua automobile. Paolo intanto lo aspetta alla palestra dove sono soliti incontrarsi per tirare di scherma. Siamo nella ricca provincia del Nord Est, fatta di case belle costruite con i soldi. Paolo scoprirà che l'amico appena scomparso non era la persona che lui credeva, scoprirà lo spietato mondo delle concerie, e scoprirà come ascoltare un bambino autistico...

Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007
E' uscito nelle sale italiane, un pò per miracolo, un ottimo esordio cinematografico: Apnea. Roberto Dordit esordisce al lungometraggio con uno strano giallo sociale ambientato nel profondo nord est, fra le contraddizioni d'una realtà imprenditoriale afflitta da esasperate pressioni del mercato internazionale. La storia produttiva del film è illuminante sullo stato dell'arte cinematografica nel nostro paese: dichiarato nel 2004 di interesse culturale e nazionale dal Ministero per i Beni Culturali, ha avuto accesso ai fondi destinati alle opere prime e seconde (art. 8), consistente in un contributo di 250 mila euro come aiuto alla distribuzione, contributo però tagliato dal celeberrimo Decreto Urbani. Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007.

Morti bianche
In un'intervista, Dordit ha dichiarato di aver sentito parlare per la prima volta dei frequenti incidenti che accadono nelle concerie venete nel bel Schei di Gian Antonio Stella. “Schei” significa soldi. “Schei” significa, applicato all'industria, che ogni cosa ha un prezzo e che il potere è nelle mani di chi possiede più “schei”, e che tutto il resto sono solo chiacchere. In Italia la questione delle morti bianche registra cifre preoccupanti, costantemente richiamate dalle istituzioni incapaci di porre rimedio a una realtà produttiva che produce – appunto – poco più di tre incidenti mortali al giorno sul posto di lavoro. Spesso le vittime sono stranieri. Gli extracomunitari che lavorano silenziosi senza mai aprir bocca, disposti a sopportare qualsiasi umiliazione pur di ottenere quei due soldi necessari alla propria dignità, sono esseri invisibili in questi nostri paesi ospitanti, che di ospitale non hanno nemmeno più la fantasia. Loro fanno quei lavori che oggi nessuno più vorrebbe fare. Gli “ospiti” sono persone a metà, costrette in condizioni dove non è nemmeno prevista la possibilità di avere una prole, sotto-proletari ai quali sono negati i diritti di cittadinanza più elementari. Esseri umani la cui vita vale meno di niente. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo, fuori da ogni legge ed al di là d'ogni principio legato alla sicurezza è la chiave attorno alla quale è costruito il freddo giallo sociale allestito da Roberto Dordit. Le concerie sono luoghi pericolosi dove lavorare. Le vasche all'interno delle quali la pelle subisce i trattamenti per la colorazione sono contenitori di gas letali per l'organismo e la loro pulizia è un'operazione rischiosa perchè da svolgersi in completa apnea. Se si respira quell'aria si muore, si muore intossicati nel giro di pochi minuti. Questo tipo di lavoro è una delle classiche mansioni che gli italiani non vogliono fare più, perchè troppo pericolose e troppo mal pagate. Il Nord Est d'Italia è zona geografica specializzata in questo tipo di attività commerciale, le sue concerie sono fra le più rinomate ma la concorrenza derivata dal costo irrisorio della manodopera nei paesi del terzo mondo sta velocemente mettendo in crisi un intero settore. Per stare al passo con tale concorrenza, magari uno avanti, bisogna ridurre al massimo i costi, e ciò significa produttività oltre ogni legge. Straordinari e sicurezza sono le due variabili che in maniera inversamente proporzionale vengono maggiormente chiamate in causa dalla produzione. Si oltrepassano le ore massime di straordinario e si chiude un occhio sul rispetto rigoroso delle norme di sicurezza.

Lavorare in apnea per non morire
Questo è ciò che viene richiesto ai lavoratori nelle concerie italiane. I metodi di lavorazione della concia delle pelli appaiono assolutamente inumani, e qui risiede la forza della pellicola, non a caso patrocinata dalla CGIL. La macchina da presa segue i personaggi che si muovo nelle fabbriche: ne vediamo di moderne, di abbandonate, seguiamo il procedimento industriale, vediamo cosa fanno gli operai. Un catalogo di immagini che può darci qualche elemento per comprendere davvero cosa possa essere una fabbrica degli anni 2000. I luoghi di lavoro sono territori estromessi dai media, raramente vediamo in cosa si concretizzano quelle professioni ai limiti della legalità spesso fondamentali per il ciclo produttivo.
Paolo è interpretato da un sornione Claudio Santamaria, giovane giornalista sportivo d'una pubblicazione di provincia, che lentamente inizia a scavare sotto le apparenze del tragico infarto che ha stroncato l'amico conducendo un'indagine che lo porterà a scoprire gli scheletri che affollano l'apparente rispettabilità del capitalismo veneto. Un eccellente Elio De Capitani da corpo e voce al magnate locale (sarà proprio grazie a questa interpretazione che giungerà a Il Caimano di Moretti), vero paradigma attorno al quale costruire il polo negativo della narrazione. Vorrei segnalare a chi non lo sapesse che Elio De Capitani ha realizzato, pur essendo fra i migliori attori in circolazione nel nostro paese, solamente quattro pellicole, due delle quali negli ultimissimi anni e con ruoli piuttosto vicini per caratterizzazione del personaggio (se sia più di “fantasia” Berlusconi o questo imprenditore del Nord Est è difficile dire): Il Caimano (Nanni Moretti, 2006), Apnea (Roberto Dorit, 2004), Veleno (Bruno Bigoni, 1993) e Sogno di una notte d'estate (Gabriele Salvatores, 1983). Compongono il cast Giuseppe Battiston, nome spesso presente nei film a sfondo sociale del nostro cinema (Pane e Tulipani, La meglio gioventù, La tigre e la neve, La bestia nel cuore, A casa nostra); l'attrice italo-australiana Michela Noonan, che presta la sua fastidiosissima parlata anglo-italiana alla figlia dell'industriale/caimano; Fabrizia Sacchi - nel ruolo moglie dell'amico scomparso - che da un'intesa prova per un personaggio non completamente risolto e decisamente problematico; e infine il piccolo Daniele Mauro, che interpreta il figlio autistico dell'industriale De Capitani e presta la propria collaborazione per il carattere più controverso dell'intero film. Questo ragazzino, afflitto dal problema dell'autismo, sarà "proppianamente" l'aiutante dell'eroe (Santamaria), che risolverà il caso proprio riuscendo a entrare in contatto con quella parte nascosta che il bambino chiude autocentricamente dentro di sé. Risultano però piuttosto slegati dal resto della narrazione i momenti dedicati all'esplorazione del mondo interiore del piccolo Leo, e solamente accennati i motivi per cui Paolo riesca in qualche modo a comunicare con lui. Forse è solamente la sua capacità di ascoltare che li avvicina; forse solamente più amore può “curare” questo male oscuro.
Girato in digitale e fotografato con colori desaturati e sovraesposti, il film restituisce la sensazione di oscurità dell'intera vicenda e di un intero territorio all'interno del quale istinti utilitaristici brulicano e si concretizzano lontano da occhi indiscreti, lontano da animi che non potrebbero accettare la cinica etica con la quale il denaro viene prodotto. Un'ultimissima notazione su una colonna sonora di pregevole livello per gli amanti dell'elettronica, contenente i Koop e, udite udite, Matthew Herbert con la sua big band.
Intanto al botteghino, durante il primo week-end di programmazione, il film ha incassato 14.681 euro, con media-copia di 2.936 euro su 5 copie censite da cinetel. Un ottimo risultato per un film che ha trovato con così tanta difficoltà la sua strada. Dato incoraggiante, seppur minuscolo.

Alessio Galbiati - www.spaziofilm.it

elio - apnea

 

postato da: erica1cate alle ore 21:28 | link | commenti
categorie: film, eventi, elio de capitani
lunedì, 07 luglio 2008

Amleto visto dai personaggi. In 14 ore

Non essere. Regia di Latella. L'ottimo Marco Foschi nel monologo: con verità

di Magda Poli (Corriere della Sera, domenica 6 luglio, p. 40)

Un Amleto analizzato da molteplici punti di vista: quello dei becchini, delle guardie, dello spettro, di re Claudio, della regina, di Ofelia, di Laerte, di Polonio, di Rosencrantz e Guildenstern, dei comici e infine di Amleto. Quattordici ore di ritratti-spettacolo in Non essere-Hamlet' s portraits di Antonio Latella, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi. Orazio, il bravo Annibale Pavone, è il personaggio-guida di questo «studio», che testimonia, nella visione che i protagonisti hanno della vicenda, l' abisso esistente tra soggettività e realtà. Così, ad esempio, tutti i personaggi recitano «essere o non essere» e per Polonio, grottesco, benpensante topo-spia, è la testimonianza della «follia» di Amleto: è pazzo chi si pone un interrogativo del genere; per Rosencrantz e Guildenstern sono parole senza peso di un intellettuale; Amleto, l' ottimo Marco Foschi, protagonista degli ultimi due capitoli - «Duelli» e «Testamento», lo recita con straordinaria semplicità e verità: è il naturale rovello esistenziale che ogni uomo dovrebbe porsi per stimarsi tale. Felici intuizioni si rincorrono a formare una interessantissima lettura registica con qualche fragilità drammaturgica (a volte le battute non riescono a declinarsi in nuovi punti di vista ma solo si ripetono). Latella mette in atto con intelligenza e urgenza cognitiva un impulso radicale a esplorare le possibilità di significato e di verità che si celano in un' opera d' arte per svelare, come scriveva Joyce, ciò che è «grave e costante» nel mistero della nostra condizione e che un capolavoro come Amleto ha in sé. Perché ciò accada è necessario, però, che lo scavo arrivi a quell' essenzialità che è specchio della poesia, per riuscire così a sfiorare l' amletico, brutale enigma del significato dell' esistere e del morire.

Non essere di Antonio Latella, Cividale del Friuli, Mittelfest (il 18)

postato da: cabepfir alle ore 12:55 | link | commenti
categorie: recensioni, articoli, marco foschi, antonio latella
sabato, 05 luglio 2008

LATELLA PORTA AMLETO IN UN MUSEO

 TORINO. «È come entrare in un museo che, in sei sale tematiche, espone undici quadri. Gli spettatori possono scegliere di visitare una o più sale in uno o più giorni (fermandosi, quindi, davanti a determinati quadri in particolare) o di visitare tutte e sei le sale in un solo giorno (avendo, perciò, una visione d'insieme della mostra)».
   Così Antonio Latella definisce la struttura del suo monumentale allestimento «Non essere - Hamlet's portraits», presentato al teatro Astra dallo Stabile dell'Umbria e dal Festival delle Colline Torinesi. Le sei sale s'intitolano «Ombre», «Potere», «Fratelli/Follia», «Spie», «Teatro» e «Testamento», e i «quadri» che vi sono esposti (ovvero undici spettacoli in sé compiuti) s'intitolano a loro volta «I becchini», «Le guardie», «Re Claudio», «Regina Gertrude», «Ofelia», «Laerte», «Polonio», «Rosencrantz e Guildenstern», «I comici», «Il duello» e «Amleto». E sabato, per chi ha avuto il coraggio e la forza (all'Astra non c'è l'aria condizionata...) di affrontare una simile maratona, gli undici spettacoli sono stati dati l'uno di seguito all'altro, dalle 10,30 di mattina alle 2 di notte.
   Chiedo a Latella se c'è un filo conduttore che leghi fra loro gli spettacoli in questione. Risponde che ce ne sono tre: «Orazio, sempre presente in quanto testimone; la pantomima, sempre ricorrente in quanto emblema del teatro; e, naturalmente, l'"Essere o non essere", che compare in tutti gli undici "quadri" come proverbiale sigla del capolavoro shakespeariano».
   C'è da aggiungere che, come del resto dichiara il titolo dell'allestimento, Latella si schiera - rispetto al fatidico dilemma - dalla parte della seconda ipotesi. E questo significa, in ultima analisi, che siamo di fronte non a una messinscena dell'«Amleto», ma a quella delle nostre disillusioni e, però, anche delle poche e tuttavia invincibili speranze che alla morte dell'ideologia sono sopravvissute. Vedi lo spettacolo iniziale, bellissimo, in cui i becchini, a metà fra i clown e gl'imbonitori da fiera, vendono i teschi non solo dei più celebri interpreti del Principe Danese (primi fra tutti, s'intende, Olivier, Gassman e Bene), ma d'illustri personaggi che vanno da Dante a Rimbaud, da Leopardi a Majakovskij. Mentre al discorso di Nietzsche sulla menzogna del progresso corrisponde il levarsi di «El pueblo unido jamás será vencido», con tutti i teschi avvolti in un'enorme bandiera rossa.
   In altri termini, non c'imbattiamo in una delle solite regie, per quanto intelligenti, ma in una chiamata di correo nei nostri riguardi e, di conseguenza, nella possibilità (e nel dovere) di compiere a nostra volta una scelta, e rispetto, come dicevo, alla fruizione dell'allestimento in sé e, specialmente, rispetto agl'interrogativi di portata generale che esso pone sul piano politico, culturale e sociale.
   Ebbene, il detonatore che può far esplodere una scelta del genere è costituito da una serie pressoché ininterrotta di sequenze nello stesso tempo eccellenti sul versante formale e addirittura abbaglianti su quello simbolico. E almeno in alcune di esse c'è, tanto per capirci, una potenza visionaria alla Nekrosius, ma raddolcita da un calore e da una tenerezza tutti mediterranei. Penso, poniamo, a Ofelia che annega le sue innumerevoli Barbie in altrettanti barattoli pieni d'acqua, pronunciando ogni volta il nome di una donna famosa (attrice, poetessa, cantante) che si è uccisa. O all'indicibilità odierna dell'«Essere o non essere» affidata a un Laerte che si spoglia con urla strozzate delle magliette indossate l'una sull'altra, e ciascuna «decorata» con un frammento del capitale monologo. O, segnatamente, alle metamorfosi in progressione della Gertrude di Nicole Kehrberger: comincia come una delle svagate damine di Fragonard, continua suonando Schubert col flauto traverso e conclude come un cigno nero che muore sulla musica tratta da «Mater» di Vladimir Godard. Grande, magnifica Nicole.
   Fra gli altri interpreti principali, non meno bravi, Marco Foschi (Amleto), Annibale Pavone (Orazio), Anne-Sophie Durand (Ofelia), Enrico Roccaforte (Laerte) e Rosario Tedesco (Re Claudio). Angelo Montella, del Nuovo, sta trattando per portare lo spettacolo anche a Napoli: «Costa davvero molto, ma faremo tutto il possibile».

Enrico Fiore - 30.6.08 - ilmattino.it        

      amleto dopo il duello                                    

venerdì, 04 luglio 2008

LA NUOVA STAGIONE SI MOSTRA

 MELATO: IL MIO BRECHT UN INNO ATTUALE AI VALORI

Se nel 1941 Bertolt Brecht aveva buoni motivi per chie­dersi se saremmo riusciti a preservare dalla decadenza i valori, nel 2008 le paure del drammaturgo tedesco sono attuali forse più di allora. Nasce da questa riflessione la scelta del Teatro Stabile di Genova di riprendere la colla­borazione con Mariangela Melato partendo dal brechtia­no L’anima buona di Sezuan. Testo scritto in un arco di tempo culminato con l’imporsi del nazi-fascismo e l’inizio di un conflitto globale, che narra di dei alla ricerca di un’a­nima ancora buona fra gli uomini. La pièce fra l’altro è am­bientata, in modo oggi emblematico, in quella stessa zona della Cina da cui ci giungono immagini di catastrofi natu­rali figlie anche dell’incuria umana: zona che fotografa pu­re gli esiti dell’odierna globalizzazione. Quella che mesce – per usare le parole di Ferdinando Bruni, che dirigerà la pièce assieme ad Elio De Capitani – «tradizioni millenarie in pericolo con gli esiti disastrosi di comunismo e capita­lismo ». Ovvero altri totalitarismi. L’anima buona di Sezuan  vedrà una Melato reduce da due trionfali anni di teatro leg­gero tornare al classico: sotto la direzione di due artisti che, parola del direttore dello stabile ligure Carlo Repetti, «fan­no a Milano un lavoro civile analogo al nostro».
L’anima buona di Sezuan
(debutto nel marzo 2009 a Ge­nova, poi date a Roma e Napoli e tour nel 2009/10) sarà il settimo Brecht nella storia dello stabile genovese. In es­so la vicenda della protagonista Shen-Te verrà trasporta­ta nella Cina di oggi, uscendo da un clima solo fiabesco proprio perché, sottolinea Bruni, «questo Brecht oggi è paradigmatico nella misura in cui propone riflessioni e­tiche ». Non è insomma un Brecht politico legato al suo tempo: «Oggi i valori corrono gli stessi rischi denunciati dalla pièce. E perché l’essere buoni non sia più sinonimo di ingenuità o stupidità, o peggio ancora scada nel 'buo­nismo', occorre rifare il percorso sofferto ma lucido del testo. E riflettere sul senso da ridare a parole quali edu­cazione, cultura, valori». Ciò colpirà il pubblico? Secon­do la Melato «Certamente. Brecht non banalizza, fa do­mande concrete. Il teatro deve tornare a porci i problemi dell’oggi, provando a riflettere su come superarli».
Andrea Pedrinelli
- 27.6.08 - edicola.avvenire.it

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categorie: articoli, programma, elio de capitani, ferdinando bruni
giovedì, 03 luglio 2008

ALTRA RECENSIONE!

L'Amleto di Antonio Latella. Una pagina di grande teatro

di Giuseppe Distefano

 
 
2 luglio 2008
 
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«Spero di tornare a Shakespeare tra un po' di tempo» mi confidò Antonio Latella tre anni fa in un'intervista. «Perché rappresenta una palestra dove poter ancora sperimentare, e verificare il tragitto finora svolto». Ed eccolo ora all'appuntamento. Il regista torna ad Amleto dopo sette anni. E raggiunge vertici di folgorante creatività. A differenza di Peter Brook che ne fece un'inimitabile sintesi del suo percorso artistico, Latella, con "Non essere – Progetto Hamlet's Portraits" dilata la celebre storia e ne fa una summa della propria poetica. Sembra di addentrarsi in un museo d'arte contemporanea dove vi confluiscono temi, immagini, personaggi, oggetti, simboli e suoni del nostro tempo. Per tentare di ricostruire un nuovo essere. E un nuovo equilibrio dell'esistenza. Della attuale perdita d'identità Latella fa il filo rosso del progetto. In dodici ore di spettacolo – undici quadri da scegliere in blocchi di due rappresentazioni a sera, o di seguito in una lunga maratona - più che assistere viviamo insieme, spettatori e attori, l'esperienza coinvolgente di un viaggio umano e artistico accompagnati da tutti i personaggi di Amleto. A ciascuno di essi è dedicato un "ritratto". Dagli iniziali, divertenti, becchini-imbonitori (Giuseppe Lanino e Emilio Vacca) che vogliono venderci i teschi appartenuti a menti illustri; all'Ofelia (Anne-Sophie Durand) nell'inquietante scena dove affoga in barattoli di vetro pieni di acqua una moltitudine di Barbie a ognuna delle quali dà nomi noti di donne anch'esse suicide. Suo fratello Laerte (Enrico Roccaforte), come un malato mentale, esordisce con un apparecchio che gli occlude la bocca. Impossibilitato a pronunciare il suo "Essere o non essere". Ciò che urla è nelle frasi scritte sulle oltre trenta magliette che indossa. Le toglierà una ad una facendone poi oggetto della sua pazzia. Di una follia controllata, quella del potere, è Gertrude (Nicole Kehrberger), in foggia settecentesca e diverse parrucche bianche. Immobile come una bambola, poi dai movimenti meccanici e dialogante con lo scheletro di Polonio, ritornerà infine bambina suonando melodie col suo flauto traverso per morire stretta in un abito nero. Ma prima avremo visto lo spettro del re (Fabio Pasquini) spogliarsi dell'armatura; vagare con le stampelle sulla scena dominata dalle silhouette di un teatro d'ombre; e raccontarci con potenza, come se noi spettatori fossimo tanti Amleto, della sua uccisione. Non mancano sequenze spassose col duetto di Rosencraz e Guildenstern (ancora Lanino e Vacca dalle inedite corde comiche) che, fra travestimenti e battute sui giovani attori di oggi, moriranno disegnati sulle bucce di due mele lasciate cadere. Nella penultima, stremante sequenza del duello, con Amleto (Marco Foschi) impegnato a combattere a turno con ciascuno dei personaggi, riecheggiano le parole dell'"Hamletmaschine" di Heiner Müller. Vengono recitate all'unisono, come un grido di guerra, dagli attori schierati frontalmente. Accomunati tutti dalla morte. E se tutti precedentemente avevano, nel loro singolo "quadro", pronunciato l'ineluttabile monologo amletico, e citato Nietzsche, Dostoevskij, o Shopenhauer, è soprattutto il testo di Müller a imporsi, sintesi poetica del malato Novecento. Ad accompagnarci dentro tutte le storie è Orazio (un infaticabile e bravissimo Annibale Pavone), sentinella e testimone dell'esistenza di ciascun personaggio. Sarà lui, l'amico, a reggere anche l'ultima sequenza accanto ad Amleto, quando il principe ripercorre quasi l'intero testo. Scaricate prima tutte le energie fisiche ed intellettuali nell'estenuante duello, Foschi riaccende la parola con una naturalezza espressiva che lo rende un Amleto nostro contemporaneo. Di disarmante semplicità. Egli non ha bisogno di declamare, ma solo di dire. Per essere. Ai già citati interpreti vanno aggiunti il Polonio di Michele Andrei, e il Re Claudio di Rosario Tedesco. Tutti coinvolti in una drammaturgia di gruppo e in una creazione condivisa. E, forse anche per questo, capace di generare una pagina di grandissimo teatro.

"Non essere – Progetto Hamlet's Portraits" regia di Antonio Latella, costumi ed elementi scenici Rosa Futuro e Tobias Marx, disegno luci Giorgio Cervesi Ripa, musiche Franco Visioli. Coproduzione Teatro Stabile dell'Umbria e Festival delle colline torinesi. Al Teatro Astra di Torino e, il 18 luglio, al Mittelfest di Cividale. www.festivaldellecolline.it www.teatrostabile.umbria.itwww.mittelfest.org

www.ilsole24ore.com

 

martedì, 01 luglio 2008

LA MARATONA DI SABATO 28...

Amleto, ritratto di antidivo

Facendo seguito all' esemplare Studio su Medea di due anni fa e allo splendido adattamento della Trilogia della villeggiatura, creato a Colonia in marzo con un cast italo-tedesco, il colossale Non essere (ovvero Progetto Hamlet Portraits), nato al Festival delle Colline Torinesi da una coproduzione con lo Stabile dell' Umbria la scorsa settimana, consistente in una maratona di oltre 15 ore, intervalli mangerecci inclusi per una sala tutto il tempo gremita, conferma il graduale spostarsi di Antonio Latella verso un teatro di studio originalmente spettacolare e coinvolgente. Partendo dal prediletto Amleto, già inscenato dal regista ai suoi inizi adattando Shakespeare ma anche seguendo la versione di Heiner Muller, non privilegia ora il racconto ma l' analisi, e propone una serie di ritratti spesso curiosi o comici dei personaggi della tragedia, presi uno per volta ma anche in gruppo, a cominciare dai minori, in scene chiare che si animano via via, con l' Orazio di Annibale Pavone a presentarli, lasciandoli soli alle prese con musiche nelle loro personali esibizioni, colpevoli o innocenti, nudi o vestiti, in cui ognuno recita pure il suo "Non essere" dando una ricca gamma d' interpretazioni del famoso monologo. Per arrivare alla fase decisiva in cui finalmente compare l' Amleto antidivo di Marco Foschi per misurarsi con varie armi in duelli con gli altri cavalieri, e pure due dame, e il quadro si completa col protagonista che in un' ora e mezza ricrea i suoi dialoghi nella tragedia accompagnato dall' amico Orazio. Tutto si compone così per impressioni successive, in un collage ricco di inni, musiche, storie, come in una mostra o in un libro visuale, con tredici ottimi attori da ricordare, ma c' è spazio solo per Enrico Roccaforte, Nicole Kehrberger, Rosario Tedesco, Giuseppe Lanino, Fabio Pasquini. Un altro modo di vedere e vivere il teatro.
FRANCO QUADRI - repubblica.it
 
amici
 
foto: anna bertozzi