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MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
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Di fatto, non esiste una cosa come l'Amleto di Shakespeare. Se Amleto possiede qualcosa della definitezza di un'opera d'arte, possiede anche tutta l'oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie. Così Oscar Wilde definisce la più celebre tragedia shakespiriana, un'opera che Latella ha concepito con una messinscena realizzata come un'esposizione di quadri: undici piani sequenza, che esaltano sei tematiche dominanti della tragedia, in ognuno dei quali l'interprete o gli interpreti, attori e al contempo autori, rappresentano il ritratto in primissimo piano di un personaggio o di un gruppo di personaggi dell'AMLETO. Undici quadri raggruppati sotto sei titoli: si comincia alle 10.00 del mattino con il quadro OMBRE ("I Becchini". "Le guardie".), seguito da POTERE ("Regina Gertrude". "Re Claudio".), FRATELLI/FOLLIA ("Ofelia". "Laerte".), SPIE ("Polonio". "Rosencrantz e Guildenstern".), TEATRO ("I Comici". "Il duello".), TESTAMENTO ("Amleto").
Ancora una volta il gruppo, formatosi negli anni attorno al lavoro di Latella ha partecipato alla creazione già dal concepimento dello spettacolo.
Il progetto Non Essere ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di prove, a partire dal gennaio 2007, ed ora vede la luce anche grazie al contributo generoso di tutti gli artisti coinvolti nel processo creativo, di fatto coproduttori dell'impresa. Alla fine degli anni Novanta, Latella aveva già affrontato Amleto ma, a distanza di anni da quell'esperienza, il suo sguardo sull'Opera si è dilatato, diventando la presentazione di un processo artistico più che uno spettacolo. A partire dall'idea di realizzare una sorta di mostra nella quale esporre come delle gigantografie dei vari personaggi, il testo dell'Amleto viene ripercorso, attraverso sei tematiche dominanti della tragedia, in undici stazioni/quadri in cui si stagliano i ritratti isolati dei principali personaggi del testo shakespeariano, autonomi anche nella loro forma di espressione. Unico filo rosso, Orazio, presente in tutti i quadri.
«Il grande tema di questo progetto è il teatro, non Amleto» - spiega Latella. «Sono undici appuntamenti che danno una possibilità di teatro. Per quanto riguarda i generi e le forme che attraversano questo spettacolo, sono cifre teatrali sviluppate dalla conoscenza di ogni autore che ho affrontato». «L'idea è partita dal non essere per arrivare all'essere» - racconta ancora il regista: «partire da un pagina bianca che aspetta di essere riempita, dove la scenografia muta a seconda dei personaggi e diventa un'idea di Amleto diversa. La pagina cambia forma, prende forma davanti a noi, come una serie di quadri. L'intera operazione è come un grande quadro composto da tanti quadri più piccoli: sposti i colori per dare equilibrio alla grande visione complessiva». «L'essere o non essere e la pantomima sono i due momenti chiave del testo», spiega ancora Latella. «Rispetto all'essere o non essere ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, è messo di fronte a questa domanda; il non essere, peraltro, non è solo il fatto di uccidersi. Tu puoi non essere anche in vita».
Gli interpreti dello spettacolo sono: Michele Andrei (POLONIO), Massimo Albarello (BERNARDO e UN COMICO), Fabio Belletti (FRANCISCO e UN COMICO), Sebastiano Di Bella (MARCELLO e UN COMICO), Anne-Sophie Durand (OFELIA), Marco Foschi (AMLETO), Nicole Kehrberger (REGINA GERTRUDE), Giuseppe Lanino (ROSENCRANTZ e PRIMO BECCHINO), Fabio Pasquini (LO SPETTRO DEL PADRE), Annibale Pavone (ORAZIO), Enrico Roccaforte (LAERTE), Rosario Tedesco (RE CLAUDIO), Emilio Vacca (GUILDENSTERN e SECONDO BECCHINO).
La biglietteria sarà a disposizione del pubblico lungo tutta la durata dello spettacolo, che prevede undici pause in corrispondenza dei vari quadri: gli organizzatori del festival hanno previsto alcuni coffe-break a disposizione degli spettatori, mentre nella pause principali della durata di un'ora e trenta (intorno alle 15 e alle 20.30) alcuni locali della città garantiranno un servizio di ristoro veloce a prezzi convenzionati a disposizione dei possessori dei biglietti d'ingresso.
L' inaugurazione ufficiale di Mittelfest 2008 è fissata per sabato 19 luglio: al termine del primo concerto della giornata, che segna il ritorno del Quartetto Borodin, questa volta affiancato dal violoncello di Mario Brunello (alle 18, nella chiesa di San Francesco), un momento di incontro con il pubblico nel rinnovato spazio di Foro Giulio Cesare, dove alle 20.30 è in programma È Oriente, da Budapest al Mar Nero, dal testo di Paolo Rumiz un concerto poetico di Barbara Della Polla, Caterina Goriup e Fabio Calcioli. Da segnalare l'evento di chiusura della giornata inaugurale con l'atteso concerto in Piazza Duomo (alle 22.30) dell'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, che si esibirà sotto la conduzione della bacchetta del moscovita Michail Jurowski.

foto: Anna Bertozzi
Festival di Spoleto: da Bob Wilson un'esemplare Opera da tre soldidi Renato Palazzi |
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La formidabile Opera da tre soldi che Bob Wilson ha presentato al Festival di Spoleto con gli attori del Berliner Ensemble nasce anche dall'incontro fra due "scuole", fra due metodi di lavoro: da un lato il rigore epico della compagnia, la sua impeccabile applicazione delle indicazioni brechtiane, dall'altra l'alta stilizzazione visiva del regista texano, le sue rarefatte geometrie, le sue asciutte sintesi grafiche: questo intreccio, che a tratti potrebbe diventare anche un contrasto, ha dato invece luogo a una messinscena davvero esemplare del celebre testo, uno degli spettacoli più belli, più entusiasmanti degli ultimi anni. |
ilsole24ore.com - 7.7.08
TEATRO: L'OPERA DA TRE SOLDI DI BERTOLT BRECHT, REGIA DI ROBERT WILSON, TEATRO NUOVO - SPOLETO (PERUGIA)
Il festival dei due mondi torna all'imponenza di un tempo, con la scadenza dell'anno di edizione 50 più uno che vede uscire di scena la famiglia Menotti. Questo ha garantito al nuovo direttore Giorgio Ferrara (chiamato per il rilancio da Rutelli e Veltroni, ma ovviamente ben festeggiato dall'attuale governo) un budget cospicuo, di poco inferiore a quello del festival nazionale di Napoli. Che lui si è trovato però a spendere e programmare in pochissimo tempo. Il cartellone che ne è risultato è stato di conseguenza diseguale, a parte gli omaggi doverosi e felici come quello alla grande signorina, decana del teatro italiano, Franca Valeri.
Ma tra molte cose all'apparenza casuali, va il merito a Spoleto 2008 di aver portato (per sole due repliche, peccato) lo spettacolo dell'estate italiana: l'Opera da tre soldi che Bob Wilson aveva realizzato nell'autunno scorso al Berliner Ensemble con quegli attori strepitosi, e che risulta una sorta di summa teatrale, oltre che un bellissimo ritratto del lavoro di Bertolt Brecht come di Wilson. Lo stesso artista texano, padre di una parte del novecento teatrale, sovrintendeva direttamente dalla platea a questa «rilettura» (come per Brecht e Weill era stato per l'originale settecentesco di John Gay) totalmente inventiva, eppure fedelissima.
Il colpo d'occhio abbacinante suggeriva una visione cartoon dell'epopea di Mackie Messer: a cominciare dal moltiplicarsi delle griglie geometriche che ritagliavano ogni immagine. Un mondo, quello della marginalità londinese, fatto di sbarre, grate, inferriate e gattabuie, prospettive che per i mendicanti sono i tombini, e per i malavitosi le galere. Che poi nel capolavoro brechtiano coincidono. E assai da fumetto erano i personaggi, sagome statuarie come la «Tordella» della signora Peachum, o l'ambiguo Mackie con i riccioli biondi e la guepière sotto lo smoking, che citava insieme Marlene e Viktor Victoria. Ma anche Chaplin al corteo nuziale, e il grande espressionismo tedesco dei Grosz e degli Otto Dix.
Tutto naturalmente inquadrato dalla matita elettrica dell'occhio di Wilson, perfezione geometrica formale e apparente semplicità. Una goduria per l'occhio, e un brivido per il cuore, nel riconoscere in quei racket e in quelle malefatte quelle che sono poi diventate, da un secolo all'altro, strutture di potere e consenso politico, scientifiche e controllate. Ma che hanno sulla scena la simpatia incolmabile di birichinate e eccessi che ci illudiamo essere lontani (certo l'ultima parte dell'Opera da tre soldi va a frugare proprio nei rapporti e negli interessi di un bordello...). Così da recuperare lo straniamento brechtiano e la meraviglia di Wilson. Che si gioca in grande stile l'antica collaborazione con Heiner Müller (che di Brecht era stato allievo davvero, per quanto poco ortodosso), e il piacere dell'opera contemporanea, qui libera da ogni stanchezza di routine. Fanno il resto gli attori, che non essendo più quelli della prima leva del Berliner dopo la guerra, si possono divertire anche loro a inventarsi quella Londra al tempo di Weimar e Isherwood. E sono nomi storici come Jürgen Holz, Traute Hoess, Stefan Kurt, e soprattutto Angela Winkler (che chissà perché ci nega la mitica Surabaja Johnny solo accennata).
È stato un successo trionfale, e anche se Wilson non è una «scoperta» (come a Spoleto un tempo usava, e anche lui fu, 35 anni fa circa) è bello assistere a un grande spettacolo. Ma il festival di quest'anno offriva anche un altro interessante angolo di osservazione: quello della nascita di un lavoro. Luca Ronconi (altro reduce illustre di Spoleto, con l'Orlando furioso del '69) ha tenuto per cinque pomeriggi «prove aperte» dei testi di Ibsen, con l'ultima generazione dei suoi attori allievi. Anche questo è stato uno «spettacolo» irresistibile, perfino per quei testi che pure Ronconi ha già messo in scena, come L'anitra selvatica o Spettri. Si sentiva un gusto per lo scavo, un piacere nell'oltrepassare l'apparente perbenismo ibseniano, uno smascheramento continuo della morale borghese colta nella sua massima espressione storica, fuori del comune. Un piacere destinato a trovare premio in se stesso, perché quel lavoro non è destinato per ora a nessuna messinscena. Ma è giusto che un festival importante porti lo spettatore anche oltre e dietro il sipario.
Verità svelate
Una mattina, nel parcheggio di un pronto soccorso, Franz viene trovato morto sul sedile della sua automobile. Paolo intanto lo aspetta alla palestra dove sono soliti incontrarsi per tirare di scherma. Siamo nella ricca provincia del Nord Est, fatta di case belle costruite con i soldi. Paolo scoprirà che l'amico appena scomparso non era la persona che lui credeva, scoprirà lo spietato mondo delle concerie, e scoprirà come ascoltare un bambino autistico...
Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007
E' uscito nelle sale italiane, un pò per miracolo, un ottimo esordio cinematografico: Apnea. Roberto Dordit esordisce al lungometraggio con uno strano giallo sociale ambientato nel profondo nord est, fra le contraddizioni d'una realtà imprenditoriale afflitta da esasperate pressioni del mercato internazionale. La storia produttiva del film è illuminante sullo stato dell'arte cinematografica nel nostro paese: dichiarato nel 2004 di interesse culturale e nazionale dal Ministero per i Beni Culturali, ha avuto accesso ai fondi destinati alle opere prime e seconde (art. 8), consistente in un contributo di 250 mila euro come aiuto alla distribuzione, contributo però tagliato dal celeberrimo Decreto Urbani. Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007.
Morti bianche
In un'intervista, Dordit ha dichiarato di aver sentito parlare per la prima volta dei frequenti incidenti che accadono nelle concerie venete nel bel Schei di Gian Antonio Stella. “Schei” significa soldi. “Schei” significa, applicato all'industria, che ogni cosa ha un prezzo e che il potere è nelle mani di chi possiede più “schei”, e che tutto il resto sono solo chiacchere. In Italia la questione delle morti bianche registra cifre preoccupanti, costantemente richiamate dalle istituzioni incapaci di porre rimedio a una realtà produttiva che produce – appunto – poco più di tre incidenti mortali al giorno sul posto di lavoro. Spesso le vittime sono stranieri. Gli extracomunitari che lavorano silenziosi senza mai aprir bocca, disposti a sopportare qualsiasi umiliazione pur di ottenere quei due soldi necessari alla propria dignità, sono esseri invisibili in questi nostri paesi ospitanti, che di ospitale non hanno nemmeno più la fantasia. Loro fanno quei lavori che oggi nessuno più vorrebbe fare. Gli “ospiti” sono persone a metà, costrette in condizioni dove non è nemmeno prevista la possibilità di avere una prole, sotto-proletari ai quali sono negati i diritti di cittadinanza più elementari. Esseri umani la cui vita vale meno di niente. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo, fuori da ogni legge ed al di là d'ogni principio legato alla sicurezza è la chiave attorno alla quale è costruito il freddo giallo sociale allestito da Roberto Dordit. Le concerie sono luoghi pericolosi dove lavorare. Le vasche all'interno delle quali la pelle subisce i trattamenti per la colorazione sono contenitori di gas letali per l'organismo e la loro pulizia è un'operazione rischiosa perchè da svolgersi in completa apnea. Se si respira quell'aria si muore, si muore intossicati nel giro di pochi minuti. Questo tipo di lavoro è una delle classiche mansioni che gli italiani non vogliono fare più, perchè troppo pericolose e troppo mal pagate. Il Nord Est d'Italia è zona geografica specializzata in questo tipo di attività commerciale, le sue concerie sono fra le più rinomate ma la concorrenza derivata dal costo irrisorio della manodopera nei paesi del terzo mondo sta velocemente mettendo in crisi un intero settore. Per stare al passo con tale concorrenza, magari uno avanti, bisogna ridurre al massimo i costi, e ciò significa produttività oltre ogni legge. Straordinari e sicurezza sono le due variabili che in maniera inversamente proporzionale vengono maggiormente chiamate in causa dalla produzione. Si oltrepassano le ore massime di straordinario e si chiude un occhio sul rispetto rigoroso delle norme di sicurezza.
Lavorare in apnea per non morire
Questo è ciò che viene richiesto ai lavoratori nelle concerie italiane. I metodi di lavorazione della concia delle pelli appaiono assolutamente inumani, e qui risiede la forza della pellicola, non a caso patrocinata dalla CGIL. La macchina da presa segue i personaggi che si muovo nelle fabbriche: ne vediamo di moderne, di abbandonate, seguiamo il procedimento industriale, vediamo cosa fanno gli operai. Un catalogo di immagini che può darci qualche elemento per comprendere davvero cosa possa essere una fabbrica degli anni 2000. I luoghi di lavoro sono territori estromessi dai media, raramente vediamo in cosa si concretizzano quelle professioni ai limiti della legalità spesso fondamentali per il ciclo produttivo.
Paolo è interpretato da un sornione Claudio Santamaria, giovane giornalista sportivo d'una pubblicazione di provincia, che lentamente inizia a scavare sotto le apparenze del tragico infarto che ha stroncato l'amico conducendo un'indagine che lo porterà a scoprire gli scheletri che affollano l'apparente rispettabilità del capitalismo veneto. Un eccellente Elio De Capitani da corpo e voce al magnate locale (sarà proprio grazie a questa interpretazione che giungerà a Il Caimano di Moretti), vero paradigma attorno al quale costruire il polo negativo della narrazione. Vorrei segnalare a chi non lo sapesse che Elio De Capitani ha realizzato, pur essendo fra i migliori attori in circolazione nel nostro paese, solamente quattro pellicole, due delle quali negli ultimissimi anni e con ruoli piuttosto vicini per caratterizzazione del personaggio (se sia più di “fantasia” Berlusconi o questo imprenditore del Nord Est è difficile dire): Il Caimano (Nanni Moretti, 2006), Apnea (Roberto Dorit, 2004), Veleno (Bruno Bigoni, 1993) e Sogno di una notte d'estate (Gabriele Salvatores, 1983). Compongono il cast Giuseppe Battiston, nome spesso presente nei film a sfondo sociale del nostro cinema (Pane e Tulipani, La meglio gioventù, La tigre e la neve, La bestia nel cuore, A casa nostra); l'attrice italo-australiana Michela Noonan, che presta la sua fastidiosissima parlata anglo-italiana alla figlia dell'industriale/caimano; Fabrizia Sacchi - nel ruolo moglie dell'amico scomparso - che da un'intesa prova per un personaggio non completamente risolto e decisamente problematico; e infine il piccolo Daniele Mauro, che interpreta il figlio autistico dell'industriale De Capitani e presta la propria collaborazione per il carattere più controverso dell'intero film. Questo ragazzino, afflitto dal problema dell'autismo, sarà "proppianamente" l'aiutante dell'eroe (Santamaria), che risolverà il caso proprio riuscendo a entrare in contatto con quella parte nascosta che il bambino chiude autocentricamente dentro di sé. Risultano però piuttosto slegati dal resto della narrazione i momenti dedicati all'esplorazione del mondo interiore del piccolo Leo, e solamente accennati i motivi per cui Paolo riesca in qualche modo a comunicare con lui. Forse è solamente la sua capacità di ascoltare che li avvicina; forse solamente più amore può “curare” questo male oscuro.
Girato in digitale e fotografato con colori desaturati e sovraesposti, il film restituisce la sensazione di oscurità dell'intera vicenda e di un intero territorio all'interno del quale istinti utilitaristici brulicano e si concretizzano lontano da occhi indiscreti, lontano da animi che non potrebbero accettare la cinica etica con la quale il denaro viene prodotto. Un'ultimissima notazione su una colonna sonora di pregevole livello per gli amanti dell'elettronica, contenente i Koop e, udite udite, Matthew Herbert con la sua big band.
Intanto al botteghino, durante il primo week-end di programmazione, il film ha incassato 14.681 euro, con media-copia di 2.936 euro su 5 copie censite da cinetel. Un ottimo risultato per un film che ha trovato con così tanta difficoltà la sua strada. Dato incoraggiante, seppur minuscolo.
Alessio Galbiati - www.spaziofilm.it

di Magda Poli (Corriere della Sera, domenica 6 luglio, p. 40)
Un Amleto analizzato da molteplici punti di vista: quello dei becchini, delle guardie, dello spettro, di re Claudio, della regina, di Ofelia, di Laerte, di Polonio, di Rosencrantz e Guildenstern, dei comici e infine di Amleto. Quattordici ore di ritratti-spettacolo in Non essere-Hamlet' s portraits di Antonio Latella, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi. Orazio, il bravo Annibale Pavone, è il personaggio-guida di questo «studio», che testimonia, nella visione che i protagonisti hanno della vicenda, l' abisso esistente tra soggettività e realtà. Così, ad esempio, tutti i personaggi recitano «essere o non essere» e per Polonio, grottesco, benpensante topo-spia, è la testimonianza della «follia» di Amleto: è pazzo chi si pone un interrogativo del genere; per Rosencrantz e Guildenstern sono parole senza peso di un intellettuale; Amleto, l' ottimo Marco Foschi, protagonista degli ultimi due capitoli - «Duelli» e «Testamento», lo recita con straordinaria semplicità e verità: è il naturale rovello esistenziale che ogni uomo dovrebbe porsi per stimarsi tale. Felici intuizioni si rincorrono a formare una interessantissima lettura registica con qualche fragilità drammaturgica (a volte le battute non riescono a declinarsi in nuovi punti di vista ma solo si ripetono). Latella mette in atto con intelligenza e urgenza cognitiva un impulso radicale a esplorare le possibilità di significato e di verità che si celano in un' opera d' arte per svelare, come scriveva Joyce, ciò che è «grave e costante» nel mistero della nostra condizione e che un capolavoro come Amleto ha in sé. Perché ciò accada è necessario, però, che lo scavo arrivi a quell' essenzialità che è specchio della poesia, per riuscire così a sfiorare l' amletico, brutale enigma del significato dell' esistere e del morire.
Non essere di Antonio Latella, Cividale del Friuli, Mittelfest (il 18)
Enrico Fiore - 30.6.08 - ilmattino.it
MELATO: IL MIO BRECHT UN INNO ATTUALE AI VALORI
Se nel 1941 Bertolt Brecht aveva buoni motivi per chiedersi se saremmo riusciti a preservare dalla decadenza i valori, nel 2008 le paure del drammaturgo tedesco sono attuali forse più di allora. Nasce da questa riflessione la scelta del Teatro Stabile di Genova di riprendere la collaborazione con Mariangela Melato partendo dal brechtiano L’anima buona di Sezuan. Testo scritto in un arco di tempo culminato con l’imporsi del nazi-fascismo e l’inizio di un conflitto globale, che narra di dei alla ricerca di un’anima ancora buona fra gli uomini. La pièce fra l’altro è ambientata, in modo oggi emblematico, in quella stessa zona della Cina da cui ci giungono immagini di catastrofi naturali figlie anche dell’incuria umana: zona che fotografa pure gli esiti dell’odierna globalizzazione. Quella che mesce – per usare le parole di Ferdinando Bruni, che dirigerà la pièce assieme ad Elio De Capitani – «tradizioni millenarie in pericolo con gli esiti disastrosi di comunismo e capitalismo ». Ovvero altri totalitarismi. L’anima buona di Sezuan vedrà una Melato reduce da due trionfali anni di teatro leggero tornare al classico: sotto la direzione di due artisti che, parola del direttore dello stabile ligure Carlo Repetti, «fanno a Milano un lavoro civile analogo al nostro».
L’anima buona di Sezuan (debutto nel marzo 2009 a Genova, poi date a Roma e Napoli e tour nel 2009/10) sarà il settimo Brecht nella storia dello stabile genovese. In esso la vicenda della protagonista Shen-Te verrà trasportata nella Cina di oggi, uscendo da un clima solo fiabesco proprio perché, sottolinea Bruni, «questo Brecht oggi è paradigmatico nella misura in cui propone riflessioni etiche ». Non è insomma un Brecht politico legato al suo tempo: «Oggi i valori corrono gli stessi rischi denunciati dalla pièce. E perché l’essere buoni non sia più sinonimo di ingenuità o stupidità, o peggio ancora scada nel 'buonismo', occorre rifare il percorso sofferto ma lucido del testo. E riflettere sul senso da ridare a parole quali educazione, cultura, valori». Ciò colpirà il pubblico? Secondo la Melato «Certamente. Brecht non banalizza, fa domande concrete. Il teatro deve tornare a porci i problemi dell’oggi, provando a riflettere su come superarli».
Andrea Pedrinelli - 27.6.08 - edicola.avvenire.it
L'Amleto di Antonio Latella. Una pagina di grande teatrodi Giuseppe Distefano |
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2 luglio 2008
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