MF e compagnia bella

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lunedì, 29 gennaio 2007

UN ALTRO MAESTRO CHE MI MANCHERA'


Lele Luzzati, foto Ansa
Lele Luzzati

È morto a Genova Emanuele Luzzati, scenografo,disegnatore,scrittore. Aveva 85 anni ma non era particolarmente stanco e la sua morte è arrivata improvvisa e assurda. Perché arriva proprio alla vigilia della consegna di un premio – il Grifo d’oro – a cui vengono insigniti dal comune di Genova le personalità più illustri della città. Del resto a Genova esiste anche un museo delle sue produzioni.

Luzzati doveva riceverlo dalle mani del sindaco Giuseppe Pericu proprio domani, nell'ambito delle celebrazioni della giornata della memoria in ricordo della Shoah. Ieri sera invece è morto, nella sua casa di via Caffaro, nel centro di Genova. Tanto che il sindaco si dice sconvolto dalla notizia: «È un grandissimo dolore, scompare un artista di importanza nazionale». Secondo le prime ricostruzioni Luzzati è caduto a terra, forse per un malore. Inutili i soccorsi dei familiari e dell’ambulanza de118. Il governatore della Regione Liguria Claudio Burlando lo ricorda come «limpida figura della nostra cultura offerta all'Italia e al mondo, maestro instancabile, ci ha lasciato una grande e preziosa produzione artistica». «Ricordo con enorme affetto - ha aggiunto Burlando - il lavoro comune per il Teatro della Tosse, in particolare per la nuova sala realizzata nell'ambito delle Colombiane negli anni '90 e la sua mostra al Beaubourg dello stesso periodo. Ci mancheranno molto la sua disponibilità, la sua gentilezza e la sua grande umanità». Bellissime le parole di ricordo di dei veli pendenti». Lo aveva dichiarato anni fa Giorgio Strehler: «Di fronte alle scenografie di Emanuele Luzzati, si ha quasi sempre l'impressione di finire mani, piedi e pensieri dentro un sogno. Emanuele Luzzati ci accompagna poi piano piano nelle stanze segrete del teatro e ognuno costruisce i propri spazi dentro la testa, poi li riverbera sulla scena, per il tramite delle figurine, dei colori, degli occhi spezzati o dei veli pendenti».

Pittore, scenografo, ceramista, costumista, Luzzati era nato a Genova e alla sua città è sempre rimasto profondamente legato: «Qui - ha dichiarato una volta - sono sempre stato bene. Non l'ho mai lasciata, nè mi sono mai mosso da questa casa dove sono nato. Debbo dire, tra l'altro, che i miei concittadini mi hanno sempre trattato con affetto. Per i miei 80 anni mi hanno fatto grandi festeggiamenti, mi hanno persino dedicato una esposizione permanente a Porta Siberia nell'area rinnovata del Porto Antico»: il museo, appunto. Da Genova proveniva del resto la sua fonte di ispirazione principale. «Tutte le volte che esco dall'ascensore del quartiere di Castelletto – aveva raccontato con la sua solita semplicità onirica - e guardo fuori mi stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo».

In verità la sua formazione era stata a Losanna dove si era rifugiato in seguito alle leggi razziali e dove aveva avuto il suo esordio nel 1944, l'anno del suo diploma all'Ecole des beaux Arts, con uno spettacolo realizzato insieme ad Aldo Trionfo e Guido Lopez. Rientrato in Italia, si divide subito fra la prosa e la lirica: «Nel 1936 nel vecchio Carlo Felice - ha raccontato - assistetti ad una rappresentazione dell’Elisir d'amore.Cantava Tito Schipa e mi commossi: a quell'epoca avevo in casa un teatro di burattini, mi divertivo ad animarli. E per mia sorella realizzai subito un Elisir d'amore. Nacque allora la mia passione per la lirica e per il teatro dei burattini». Nel 1960 Luzzati crea con Trionfo «La borsa di Arlecchino» a Genova, un piccolo palcoscenico che segnerà un momento importante nella cultura genovese. L'anno dopo con Franco Enriquez, Glauco Mauri e Valeria Moriconi dà vita alla Compagnia dei Quattro che esordisce con «Il rinoceronte» di Ionesco. Nel 1976 ancora con Aldo Trionfo e Tonino Conte è tra i fondatori del Teatro della Tosse per il quale realizza una infinità di spettacoli.

Nel frattempo continua a lavorare nella lirica. Nel 1959 con «Il Cordovano» di Petrassi aveva esordito alla Scala. Fra i suoi allestimenti storici va ricordato «il Flauto magico» per il Festival di Glyndebourne. E lì si avvicina al cinema di animazione. La sua rilettura dell'opera mozartiana è ormai un classico ed è stata seguita da altre pellicole interessanti: una sua «Gazza ladra» nel 1964 ottiene una nomination all' Oscar; e un'altra nomination arriva nel 1973 per «Pulcinella». Fra i tanti riconoscimenti che Luzzati ha ricevuto, la laurea honoris causa in Architettura conferitagli nel 1992 dall' Università di Genova e la mostra a lui dedicata dai Teatri d'Europa al Centro Pompidou di Parigi nel 1993.

Luzzati, che era nato nel 1921, ad un anno dall'avvento del fascismo, resta anche come uno dei più grandi artisti ebrei del secolo scorso in Italia. E non è un caso che le sue figurine tanto debbano e ricordino quelle di un'altro grandissimo artista di origini ebraiche: Marc Chagall.

i suoi disegni mi hanno accompagnato sin dall'infazia e venerdì scorso 26 ero proprio al teatro carcano ad ammirare le scenografie pensate x il più recente spettacolo d Paolo Poli, stupende come sempre!
grazie, Maestro! e.
 
postato da: erica1cate alle ore 12:54 | link | commenti (7)
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domenica, 21 gennaio 2007

Terroriste del sentimento

Da Medea a Petra von Kant, le grandi eroine messe in scena da Antonio Latella

di Monia Capuani, su D Donna di Repubblica del 13-1-2007, p. 58

L'hanno definito scandaloso, iconosclasta, prvocatorio, perché ha sempre scelto autori dannati: Genet, Pasolini, Fassbinder. L'hanno scomunicato per una Tosca a Macerata dove una Madonna si spogliava nuda e partoriva 12 angeli che l'aiutavano a suicidarsi. Antonio Latella è un demonio del teatro. Lo incontro a Berlino, dove vive quando non è nella sua casa teatrale di Perugia; è al Tacheles, centor culturale occupato nella zona est, circondato dai suoi attori, un'affettuosa famiglia allargata. Ha l'aria timida, gentile, l'opposto dei clichés del regista off.

L'hanno sempre tacciato di misoginia, ma Latella quest'anno fa girare in tutt'Italia due vere consacrazioni del femminile. Studio su Medea, dove un'atavica, barbara, animalesca protagonista ha il corpo e la voce eccezionali dell'attrice-danzatrice Nicole Kehrberger: una leonessa nuda in scena, che gioca col marito-amante, lecca e nutre i figli adorati senza riuscire a capire gli artifici, la malia del potere dei quali cade vittima Giasone. In Le lacrime amare di Petra vin Kant di Fassbinder (ora in tournée a Lione), secoli dopo una donna ha conquistato quel potere maschile che la rende apparentemente invulnerabile. Ma la seduzione di una spietata rivale, come lei ambiziosa, assetata di successo, la fa ricadere nella letale trappola della passione. La tragedia di Petra (una sconvolgente Laura Marinoni) si sovrappone a quella arcaica della straniera in terra greca.

"Fassbinder diceva che per potersi raccontare meglio aveva bisogno che il perno fosse una donna, terrorista del sentimento per eccellenza. La donna racchiude in sé il ciclo della natura in tutte le sfumature: tempesta, sereno, pioggia, fuoco, acqua. Studio su Medea, scandito in 3 parti, esprime il bisogno di recuperare la natura e il compito della donna, che insegna tutto, dall'alfabeto alla civiltà, dal nutrimento alla comunicazione. Petra sa anche essere pensiero glaciale, lucido. Ma è ghiaccio bollente: il contrario di quello maschile, incapace di scaldare.

Ma lei sceglie di rappresentare la donna omicida dei figli. "È vero, Medea uccide i figli: ma perché lo fa? Prima d'approdare a teatro sono stato infermiere in ospedale, e ho visto partorire tante donne. Da come arrivano in sala parto capisci il rapporto che avranno coi figli. Alcune se lo vogliono tenere dentro, altre lo lasciano uscire con naturalezza, altre lo rinnegano. La depressione post-partum è condizione naturale: ovvio che la donna sia spaesata, non sappia gestire quel mistero cruciale che è la maternità. La don a dà alla luce l'essere stesso, la madre che arriva ad uccidere i figli uccide una parte di sé. Medea insegna ai figli l'alfabeto, la civiltà, Giasone la guerra, il tradimento. Prima che i figli diventino mostri lei li sopprime, come in natura fanno gli animali coi piccoli imperfetti".

Petra von Kant è un mélo al vetriolo. Cosa l'ha attratta? "L'idea mi è venuta 3-4 anni fa, ma c'era bisogno di una primadonna. I miei detrattori chiamano Fassbinder maledetto: per me ha solo combattuto per le sue idee, in prima linea, pagando a prezzo della vita. Raccontare, raccontarsi, era così necessario che si è esposto del tutto. Pasolini, Testori hanno scritto col corpo, macchiare la pagina bianca, lasciare un segno era ineluttabile per loro. Questo tipo d'urgenza mi appassiona, come regista".

Vivere a Berlino ha a che vedere con la scelta di Fassbinder? "Fassbinder diceva che la Germania è donna, alludendo alle madri di famiglia che nel dopoguerra sono state a guardare, silenti. Conoscendo i tedeschi ho imparato ad apprezzare la loro paura di un coinvolgimento emotivo totale. La storia recente è frutto di un'adesione sbagliata a un credo terribile, a un uomo che li ha rovinati. Ancor oggi per loro è proibito parlare con leggerezza dell'Olocausto, tema al quale non si sottraggono. Questo senso di colpa fa sì che Berlino sia città aperta a idee, culture diverse: un'autentica capitale della tolleranza".      

postato da: cabepfir alle ore 11:47 | link | commenti
categorie: interviste, antonio latella

Cuore di Petra

recensione di Rita Cirio sull'Espresso del 25-1-2007, p. 109

Il sentimento - e persino la sua deriva più ovvia e spudorata, il sentimentalismo - può essere arma politica e destabilizzante di un ordine sociale che non lo contempla. Per risolvere il suo comlesso edipico nei confronti di papà Bertolt Brecht, Rainer M. Fassibinder scelse di rifondare il teatro e il cinema politico con una dose di sentimenti esibiti "hard core" e scelse come punto di riferimento alternativo al teatro epico il mélo dei film hollywoodiani anni '50 di Douglas Sirk, l'autore di Magnifica ossessione ecc. Le lacrime amare di Petra von Kant, nato per il teatro e poi diventato un film, è forse l'esempio più rilevante di questa poetica: la vicenda di una stilista di successo che s'innamora perdutamente e fino all'autodistruzione di una ragazza, Karin, ennesima variante della Albertine proustiana, oggetto indegno, ma tant'è, di un grande sentimento amoroso. "Nella tragedia", teorizzava D. Sirk, "la vita finisce sempre e, morendo, l'eroe è sollevato dai problemi dell'esistenza. Nel melodramma l'eroe invece sopravvive in un triste lieto fine". Come parecchi registi Antonio Latella sembra non amare fino in fondo alcuni testi che mette in scena e la sua versione di Petra von Kant, pur nella elegante confezione, sceglie di essere algida - e persino brechtiana - invece di abbracciare il mélo, come voleva Fassbinder. Domina questa versione una sesquipedale statua iperrealista con le sembianze nude di Silvia Ajelli che interpreta Karin, un feticcio destinato a essere smontato nel finale dalle altre attrici, tra cui Laura Marinoni (Petra) che s'impegna nel mélo credendoci più del regista.   

postato da: cabepfir alle ore 11:21 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, antonio latella
venerdì, 19 gennaio 2007

BEN VENGA MAGGIO...

15-20 maggio 2007 allo spazio MIL - Sesto san Giovanni
IL VICARIO
di Rolf Hochhuth
con Matteo Caccia, Marco Foschi, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco
regia di Rosario Tedesco
produzione Tieffe - Stabile d'Innovazione
Quale deve essere l'atteggiamento dell'uomo libero nei confronti del male? Chi non è capace di imparare dalla storia è condannato a ripeterne gli stessi orrori/errori. Questo non vuole essere uno spettacolo, ma l'occasione per dibattere su un tema, un tema che ci riguarda come collettività. Con Hochhuth esplode la questione dell'atteggiamento di Pio XII durante l'eccidio ebraico. Questa pièce costrinse di fatto (nel 1963) il Vaticano ad affrontare la questione e aprire gli archivi.


www.teatrofilodrammatici.it

cercando lumi sulla situazione della compagnia del teatro filodrammatici, ecco a good news :-)

 

 

postato da: erica1cate alle ore 15:33 | link | commenti
categorie: programma, marco foschi
martedì, 16 gennaio 2007

FILIPPO TIMI TORNA ALLO SPAZIO PIM

Reduce dal set di "Saturno Contro" il nuovo film di Ferzan Ozpetek, FILIPPO TIMI sbarca al PiM Spazio Scenico di Milano. Dal 12 al 21 gennaio presenta il monologo "La vita bestia" tratto dal libro "Tuttalpiù muoio", scritto a quattro mani con Eraldo Albinati. In due serate a sorpresa, il 14 e il 18 gennaio, Timi proporrà al pubblico anticipazioni di nuovi lavori e improvvisazioni.

 

Diretto da Giorgio Barberio Corsetti e prodotto da Fattore K, La vita bestia è “un autoritratto fatto con l’aiuto dello specchio” come lo definisce lo stesso Timi e racconta con ironia la sua vita attraverso l’infanzia, l’adolescenza e la “quasi-maturità”, in un viaggio di formazione che sa essere divertente e dolce, sincero e irresistibile, in cui tutto si sussegue con consapevolezza e dignità. Si tratta, scrive Filippo, della: “ricerca di far rivivere tutti quei passaggi piccoli, semplici, ma fondamentali che ci accomunano. La “tragedia” del primo amore fallito, la scoperta che la propria madre poteva sbagliare, il primo bacio, il sesso, i soldi, i sogni, le canzoni”.

I ricordi del luogo in cui è nato e cresciuto, Ponte San Giovanni, ai piedi di Perugia, si materializzano in atmosfere reali e senza sconti, che narrano con poesia e vivace verve comica la quotidianità di una vicenda umana. Si parte dall’infanzia e dall’adolescenza caratterizzate da complessi fisici, timidezza e dalle difficoltà di una famiglia povera in cui avere il vestito per carnevale o il motorino sono sogni quasi irrealizzabili. Sempre alle prese con la mediazione tra i desiderideri e la mancanza di mezzi economici, il racconto non rinuncia mai al coraggio della sincerità e a tratti si fa toccante per poi lanciarsi in brillanti ricordi che strappano risate sonore. Raccontata quasi per capitoli, segnata da episodi che si susseguono sul filo della memoria, la vita di Filo, il protagonista, si snoda fra la scuola, la parrocchia e i campi scuola estivi, la prima esperienza sessuale come vero rito di iniziazione, e poi gli Anni Ottanta, Happy Days alla TV, la moda rappresentata dagli stivali Camperos, le canzoni di Claudio Baglioni a far da colonna sonora alle esperienze dell’adolescenza.

Timi si presenta al pubblico in uno spazio vuoto che si trasforma ora nella piazza del paese ora nell’altare della Parrocchia o nella pista della discoteca o nel soggiorno di casa e, in mutande e calzette, con un italiano sporco dell’accento umbro, snocciola una storia in cui il suo talento istrionico lascia inchiodati alla sedia. Solo nel finale emerge, come scrive Andrea Porcheddu: “la presenza semplice e costante della madre, dal ricordo di quel cuore che batte lontano e vicinissimo quando si è ancora nell'utero, fino alla scena finale, evocata in un soffio, con la donna che taglia le unghie dei piedi al protagonista, già uomo, e si dice pronta a vendere un rene pur di tirare avanti, per superare la povertà... Gesto umile, di delicata complicità, di quell'affetto - unico ed irripetibile - che c'è tra madre e figlio, e che Timi ha voluto, e saputo, omaggiare”.


INFORMAZIONI
LA VITA BESTIA - Tuttalpiù muoio
di e con Filippo Timi; regia di Giorgio Barberio Corsetti
PIM Spazio Scenico, via Tertulliano 68 Milano – Fermata MM3 Lodi – Bus 90/91 – Tram 16
tel.02.55196240 – info@pimspazioscenico.it - www.pimspazioscenico.it
Inizio spettacoli ore 21
Biglietti Intero: 12 euro - Ridotto studenti e over 65: 7 euro - tessera associativa: 2 euro

 

postato da: erica1cate alle ore 15:13 | link | commenti (1)
categorie: programma
venerdì, 12 gennaio 2007

LA SOCìETAS RAFFAELLO SANZIO A TORINO

 

HEY GIRL!

 

 

Limone Fonderie Teatrali di Moncalieri

Dal 13/01/2007 al 18/01/2007

di Romeo Castellucci
Con Silvia Costa
Sonia Beltran Napoles 

Musica originale Scott Gibbons
Statica e dinamica Stephan Duve
Tecnica delle luci Giacomo Gorini
Realizzazioni sculture di scena Plastikart, Istvan Zimmermann
Assistenza alla produzione Eugenio Resta
Attrezzeria: Carmen Castellucci
Organizzazione: Gilda Biasini, Cosetta Nicolini
Promozione: Benedetta Briglia
Amministrazione: Elisa Bruno, Michela Medri
Consulenza amministrativa: Massimiliano Coli
Odeon Théâtre de l'Europe con Festival d'Automne/Paris -steirischer herbst/Graz-Le-Maillon Théâtre/Strasbourg -de Singel /Antwerpen - Productiehuis Rotterdam (Rotterdamse Schouwburg)- Cankarjev dom Ljubljana- Trafò House of Contemporary Arts/Budapest - Socìetas Raffaello Sanzio




Dopo aver indagato le possibilità del tragico nel mondo contemporaneo con la Tragedia Endogonidia (il progetto che nel corso di tre anni ha attraversato le capitali europee) e dopo aver studiato l’etimo filologico della tragedia greca con The Cryonic Chants, la Socìetas Raffaello Sanzio approda a una nuova tappa del proprio percorso poetico. «Hey girl! – afferma Romeo Castellucci - è lineare, piano, come il percorso di un fiume in pianura che va verso il mare; ma in questo mare tutto il suo contenuto si disperde, diventa irriconoscibile, non è più. È come se una rappresentazione venisse giocata fino in fondo. Niente che rimandi ad altro che non al nudo gesto e alla sua evaporazione. Portarlo alle estreme conseguenze, portarlo fino al suo svanimento, nel punto in cui ‘non dice più nulla’ e, finita la rappresentazione, consegna il testimone del tempo alla realtà. Rappresentare il mondo soltanto con ciò che si ha, quando nulla si ha, quando nulla si deve avere, ora, se non sé, soli. La solitudine, qui, non è un soggetto, ma riguarda ogni gesto. Ogni gesto è nuovo, solo, vibrato e poi consegnato nell’immenso deposito di tutte le cose senza-traccia. Una ragazza corre in un circuito dove ginnastica e agonia condensano il massimo del pathos nel minimo dell’espressione; dove l’intimo è rovesciato interamente nell’esterno e l’aspetto esteriore è impenetrabile come l’anima».

RECITE
Sabato  13 gennaio 2007  ore 20,45 
Domenica 14 gennaio 2007  ore 15,30   
Lunedì  15 gennaio 2007  ore 20,45 
Martedì  16 gennaio 2007  ore 20,45 
Mercoledì 17 gennaio 2007  ore 20,45 
Giovedì  18 gennaio 2007  ore 20,45

postato da: erica1cate alle ore 14:21 | link | commenti (1)
categorie: programma
giovedì, 11 gennaio 2007

ANTONIO LATELLA CANDIDATO AI PREMI UBU

ecco tutte le candidature in attesa della premiazione del 22 gennaio al teatro Grassi (sottolineate le mie preferenze alla luce degli spettacoli visti): 

Spettacolo dell'anno: Gli uccelli di Aristofane (regia di Federico Tiezzi, Compagnia Lombardi-Tiezzi); Il silenzio dei comunisti («Progetto Domani» di Luca Ronconi, Teatro Stabile di Torino); Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (regia di Marco Sciaccaluga, Teatro Stabile di Genova).

Regia: Federico Tiezzi (Gli uccelli) ; Antonio Latella (La cena de le ceneri); Vincenzo Pirrotta (La sagra del signore della nave).

Scenografia: Tiziano Santi (Troilo e Cressida, Il silenzio dei comunisti, Lo specchio del diavolo - «Progetto Domani»); Maurizio Balò (Il padre e Alcesti); Carlo Sala (Riva abbandonata, Materiale per Medea, Paesaggio con Argonauti di Heiner Müller).

Attore protagonista: Luigi Lo Cascio (Il silenzio dei comunisti); Eros Pagni (Morte di un commesso viaggiatore); Glauco Mauri (Delitto e castigo); Umberto Orsini (Il padre); Massimo Popolizio (Atti di guerra: una trilogia).

Attrice protagonista: Elisabetta Pozzi (Ecuba); Mascia Musy (La locandiera); Maria Paiato (Il silenzio dei comunisti).

Attore non protagonista: Massimo Verdastro (Gli uccelli); Arturo Cirillo (Le intellettuali).

Attrice non protagonista: Gianna Giachetti (Il padre); Monica Piseddu (Le intellettuali); Orietta Notari (Morte di un commesso viaggiatore).

Attore/attrice under 30: Alessandro Argnani; Raffaele Esposito; Lorenzo Gleijeses.

Migliore novità italiana (o ricerca drammaturgica): Il sorriso di Daphne di Vittorio Franceschi; La gabbia di Stefano Massini; La pecora nera di Ascanio Celestini.

Miglior novità straniera: La chiusa di Conor McPherson; Disco Pigs di Enda Walsh; Les escaliers du Sacre-Coeur di Copi.

Miglior spettacolo di teatrodanza: nessuna candidatura ha raggiunto il quorum richiesto.

Migliore spettacolo straniero presentato in Italia: Winch Only (Christoph Marthaler, Kunsten Festival Des Arts); La Celestina (Robert Lepage, Ex Machina e Fundacion de la Comunidad); Eraritjaritjaka (Heiner Goebbels).

Segnalazioni per premi speciali: Progetto Arrevuoto. Scampia-Napoli (ideato da Roberta Carlotto, curato da Marco Martinelli e prodotto dal Teatro Mercadante di Napoli); Progetto Domani, ideato da Luca Ronconi e Walter Le Moli e prodotto dal Teatro Stabile di Torino); Biennale Teatro 2005, diretta da Romeo Castellucci; Teatrino Giullare per l'originalità nell'uso del teatro di figura per fare rivivere i classici contemporanei.

postato da: erica1cate alle ore 12:04 | link | commenti
categorie: antonio latella
mercoledì, 10 gennaio 2007

PINTER IN PRIMA NAZIONALE E MILANESE

dal 10 gennaio al 11 febbraio, il Teatro Out Off, presenta        
TERRA DI NESSUNO  ( prima nazionale )
di Harold Pinter

    Cliccare sull'immagine per scaricare in alta definizione

traduzione di Alessandra Serra
regia di Lorenzo Loris

con

Gigio Alberti, Mario Sala, Giovanni Franzoni, Angelo Di Genio

Scene Daniela Gardinazzi

Costumi Nicoletta Ceccolini

Progetto visivo Dimitris Statiris

Musiche Ariel Bertoldo e Andrea Mormina

Luci Luca Siola

Fonica Fabio Cinicola

Foto Agneza Dorkin

Produzione Teatro Out Off



Un ricco e affermato scrittore e critico letterario, Hirst,  dopo essersi ubriacato al pub e aver fatto amicizia con un  poeta vagabondo, Spooner, lo porta a casa sua, in uno dei quartieri più esclusivi della città.  La notte è ancora lunga, i due continuano a bere, la gradazione alcolica è altissima e il tono dei loro dialoghi raffinati diventa sempre più esilarante e ricco di divertenti osservazioni. Forse i due si conoscevano da diverso tempo e  il destino ha riservato loro vite diversissime: uno è famoso e molto abbiente mentre l'altro è costretto a lavorare nei pubs come cameriere per riuscire a sopravvivere. In casa di Hirst vivono anche Briggs e Foster, due ambigui aiutanti tuttofare che tollerano a fatica l'arrivo di quell'intruso. Spooner viene chiuso a chiave nel salotto di casa e gli viene impedito di andarsene. Arriva il mattino, Hirst e tutti gli altri riprendono a bere come se la notte non fosse mai passata. 

 

Perché Pinter? Dopo Genet : “ Le serve “, Beckett : “ Finale di partita “, Pinter rappresentava la naturale continuazione del percorso di avvicinamento ai grandi classici del ‘ 900 dopo aver più volte scommesso su testi di autori contemporanei spesso mai rappresentati ( Von Majenburg , Noren , Garcia , Asmussen ecc. ). Dopo questo lungo apprendistato ci siamo sentiti legittimati ad affrontare i classici di un periodo che avevamo approfondito con cura. E questo di Pinter è un testo anomalo , forse uno dei più critici e difficili da mettere in scena , ed è per questo che è anche uno dei più stimolanti.

Un testo che racconta il rapporto fra uno scrittore , un letterato , ma soprattutto un uomo anziano e il suo passato. E’ un testo in cui Pinter scandaglia il “ proprio rapporto “ fra arte e vita e principalmente sviscera il senso di una esistenza prossima alla fine dove anche i ricordi che sembrano essere le cose vere che ci sono accadute , dato che abbiamo la certezza che ci hanno visto testimoni , perdono consistenza e svaniscono nell’ indeterminatezza. In scena ci sono 4 personaggi ma forse uno solo è reale e gli altri 3 non sono che la proiezione di se stesso , dei suoi fantasmi. Pinter  scrive questo testo per fare un bilancio con se stesso e per raccontarci la parte più oscura della propria anima.

 

No man’s land cessa di apparirci come un immenso punto interrogativo dove due vecchi compagni di Oxford non sono più sicuri di niente, per prendere l’ aspetto, al contrario, di un intenzionale doppio senso, di un grande malinteso dove un uomo di nome Spooner, convinto assertore della necessità di vivere nel “ presente “, cerca di trascinare un altro,  di nome Hirst,  via da una certezza finalmente a portata di mano, finalmente afferrabile una volta per sempre.

Questa certezza è fin troppo chiaro che non è il “ passato “, in No man’s land,  ma il regno dei morti, dove insieme ai ninnoli e alle porcellane sparisce anche il pettegolezzo drammatico della “ vita “ coi suoi ricordi equivoci e con le sue dubbie ragioni…

 

Cesare Garboli

                                                                                                           

                                                                                                                                Dalla  prefazione a “ Terra di Nessuno”, Edizioni Einaudi



Harold Pinter , drammaturgo e sceneggiatore cinematografico, nasce a Londra il 10 ottobre 1930. Il suo primo lavoro per il teatro è "Il compleanno" del 1958  a cui segue il Guardiano nel 1960. Il suo teatro segue le linee fondative di Kafka e Beckett, con il quale ha avuto l'opportunità di stringere  un'amicizia.  Il tema di fondo è la nevrosi dell'uomo contemporaneo, l'inadeguatezza di qualsiasi comunicazione.  Nel 2005 Harold Pinter riceve il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: " A colui che nelle sue commedie discopre il precipizio sotto le chiacchiere quotidiane e costringe a entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione ".

 

ciao Giovanni :-)

 EVVIVA! NON VEDO L'ORA DI TORNARE ALL'OUT-OFF!!! BEAUCOUP DE M....
postato da: erica1cate alle ore 11:42 | link | commenti
categorie: programma
martedì, 09 gennaio 2007

ASCANIO CELESTINI AL TEATRO LAURO ROSSI (MC)

Dopo le festività di fine anno il Teatro Lauro Rossi di Macerata torna ad ospitare gli appuntamenti della stagione di prosa promossa da Comune di Macerata e Amat.
Martedì 9 e mercoledì 10 gennaio sarà in scena Ascanio Celestini con Scemo di guerra. Roma 4 giugno ’44, spettacolo da lui scritto interpretato e diretto che ha debuttato nel 2004 a La Biennale di Venezia e da cui, nel 2005, la casa editrice Einaudi ha pubblicato, nella collana Arcipelago, il romanzo.
Celestini è unanimemente riconosciuto, in Italia, come uno dei più giovani e importati esponenti del filone del “teatro della memoria”. Nel 2002 l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro gli ha assegnato il premio della critica e ha inoltre ricevuto il Premio UBU Speciale “per il complesso della sua ricerca della Storia dentro alle sue storie”. La sua passione per la tradizione orale, le sue straordinarie capacità affabulatorie unitamente ad uno stile originale sanno rendere vive, concrete, emozionanti le piccole storie personali dei suoi racconti. Nei suoi spettacoli i fatti si moltiplicano nelle voci di chi ricorda (la storia orale), i luoghi trovano concretezza in strade, vie, case, stanze (la storia materiale), la memoria si coagula nella nostra storia.

LO SPETTACOLO 
Scemo di guerra lo vede raccontare le memorie di suo padre come si legge nelle note allo spettacolo: “Mio padre raccontava una storia di guerra. Una storia di quando lui era ragazzino. L’ho sentita raccontare per trent’anni. È la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma. Per tanto tempo questa è stata per me l’unica storia concreta sulla guerra. Era concreta perché conoscevo le strade di cui parlava. Conoscevo il cinema Iris dove aveva lavorato con mio nonno e poi era concreta perché dopo tante volte che la ascoltavo avevo incominciato a immaginarmi pure i particolari più piccoli del suo racconto. Ogni volta che raccontava faceva delle digressioni, allungava o accorciava il discorso inserendo episodi nuovi o eliminando parti che in quel momento considerava poco importanti. Così quando ho incominciato a fare ricerca ho deciso di registrarlo e provare a lavorare sulle sue storie. Da queste storie nasce Scemo di guerra.
Nello spettacolo si ritrovano alcuni avvenimenti molto conosciuti come il bombardamento di San Lorenzo o il rastrellamento del Quadraro con più di mille persone deportate. Alcuni fatti sono veramente accaduti a lui come quando ha rischiato di farsi ammazzare mentre raccoglieva una cipolla. Alcuni sono altrettanto veri, ma li ho ascoltati da altre persone come la storia del soldato seppellito vivo all’Appio Claudio. Certe cose, invece, me le sono inventate io o le ho prese da altri racconti di altre guerre che mi è capitato di ascoltare.
Adesso credo che questa sua storia per me sia diventata il modo per mantenere un duplice legame sentimentale: quello politico con la mia città e quello umano con mio padre.
Mio padre era nato a Roma nel 1935. Era nato al Quadraro che è una borgata di Roma. Stava a via dei Laterensi 35 in un palazzo fatto a forma di bara e tutti lo chiamavano il palazzo a cassa da morto.
Mio padre era il secondo di quattro fratelli, ma un giorno mi raccontò che tra mio zio Ernesto che era il primo e lui ai miei nonni gli era nato un altro figlio che volevano chiamare Gaetano, ma ‘sto figlio era nato morto. Così quando nacque mio padre, in omaggio al fratello lo chiamarono Gaetano pure a lui. Ma chiamarlo in quella maniera gli faceva impresione ed è per questo motivo che mio padre venne sempre chiamato Nino, invece che Gaetano come il fratello morto. Mio padre andava a lavorare al cinema Iris a Porta Pia con mio nonno che faceva la maschera, le pulizie e il guardiano notturno. Mio padre aveva 8 anni quando arrivò il 4 giugno del 1944. Quel giorno mio padre vide i soldati fermi all’Arco di Travertino. Mio padre raccontava che nessuno capiva di che esercito si trattasse. Mio padre raccontava spesso di un barbiere che c’aveva le mani belle, ma tornato dalla guerra il barbiere s’era messo a fare l’elemosina. Mio padre raccontava pure di un vecchio che faceva il guardiano dei porci per il principe Torlonia. Dice che aveva scavato una buca e c’aveva nascosto un maiale per non farselo rubare dai tedeschi. Certo volte mio padre diceva che le scimmie sono animali intelligenti e diceva che pure le mosche sono intelligenti. Diceva che sono bestie perfette perchè tutti l’esseri umani al mondo rischiano di morire di fame tranne le mosche. Le mosche si mangiano i morti e la merda. Il mondo è pieno di merda e di morti e le mosche non muoiono mai di fame. In tempo di guerra mio padre raccoglieva le pigne sugli alberi dell’Appio Claudio e un giorno vide un tedesco seduto sotto un pino. Il tedesco s’era levato l’elmetto e mio padre gli pisciò in testa per fargli uno scherzo. Il tedesco gli sparò addosso e ci mancò poco che ammazzasse mio padre.
Mio padre diceva che una volta gli avevano sparato addosso per colpa di una cipolla e diceva pure che durante la guerra ha rischiato di morire tante volte. Diceva “Questa è la vita che si faceva in quell’epoca, sotto i bombardamenti ...la vita dei ragazzini”.
 
Informazioni: biglietteria del Teatro Lauro Rossi tel. 0733 230735 - 233508. Vendita biglietti on-line su www.amat.marche.it . ufficio stampa Amat, Barbara Mancia  tel. 071/2075880/ b.mancia@amat.marche

 

BUONAVISIONE A GIORGIA ED AGLI SPETTATORI APPASSIONATI TUTTI

:-)

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lunedì, 08 gennaio 2007

ANDREA COSENTINO AL TEATRO DELLA COOPERATIVA (MI)

DAL 9 AL 14 GENNAIO L'ASINO ALBINO

DAL 16 AL 20 GENNAIO ANGELICA

... E STASERA H22.50 A 'IL CONSIGLIO TEATRALE' DI RADIO TRE

http://www.teatrodellacooperativa.it/

http://www.radio.rai.it/radio3/radio3_suite/consiglio_teatrale/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=200026

io vidi Andrea in 'Andromaca' nel 2004 al teatro Verdi, la tragedia greca in versione popolaresca e indimenticabile, stupenda e molto divertente, 1 bellissima esperienza... bei tempi...

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