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MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
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Una stagione per danzare il silenzio
In Foe di J.M. Coetzee, potente riscrittura del Robinson Crusoe
scritto da Daniel Defoe, al fedele servitore del protagonista,
Venerdì, figura ibrida al di fuori dell'economia della salvezza e della redenzione, è stata «mozzata la lingua». È così condannato a un eterno silenzio. Soltanto «la musica e la danza» possono far parlare
il silenzio di Venerdì, poiché musica e danza
«stanno al discorso come grida e urla stanno alle parole».
In questa splendida trouvaille, con cui Coetzee denuncia lo stato di schiavitù perenne di chi è senza voce ed è costretto a esistere grazie alle storie e alle interpretazioni degli altri, si trovano le più vere ragioni di questa stagione di danza milanese, itinerante fra i luoghi della cultura (teatri, spazi espositivi), e nomade nelle singolarità tematiche delle proposte. Non si tratta soltanto di colmare un vuoto di programmazione, né soltanto di integrare l'esistente, comunque insufficiente, ma di proporre una vera e propria restituzione in danza dei corpi ai margini e costretti al silenzio, in alternativa (ma come completamento e non in opposizione) alla spesso assordante e soltanto contingente proposta di danza
come intrattenimento e spettacolo.
Stefano Tomassini
già visto Nigel Charnock il 15, ora ci attende...
Approcher la poussière
Alias Compagnie
coreografia Guillermo Botelho
con Fabio Bergamaschi, Sung Im Her,
Guillaime Marie, Sang Mi Park,
Christos Strinopoulos
luci Pascal Burgat
scene Gilles Lambert
musica Andrès Garcia
costumi Karine Vintache
Teatro Dell'Elfo Teatridithalia
Via Ciro Menotti, 11 – Milano
Sabato 2 Febbraio 2008 - ore 21.00
Guillermo Botelho, brasiliano trapiantato in Svizzera, insieme alla sua
compagnia Alias mette in scena una serie quotidiana di azioni anonime (casa, ufficio, dottore…) che sembrano proiettare l'umanità nel tempo indistinto della ripetizione. Ma grazie a degli inserti di paesaggi sonori, fra i più disparati possibili, alcune variazioni si innestano nel corso del tempo quotidiano e i corpi possono, alternativamente, percorrere vie di fuga, abbandonare le identità consuete, e aprire la monotonia dell'ordinario al flusso vitale del ritmo e dello spazio. La stessa breve storia, compressa nei primi quindici minuti iniziali, può allora trasformarsi in una sorta di esplorazione ravvicinata di nuove dimensioni, nuovi punti di vista possibili, da cui
poi osservare nuovamente, e in primissimo piano, tutta la realtà,
e in una nuova luce rendere visibile la sua invisibile polvere
Festa grande al Piccolo Teatro Studio lunedì 21 alle h18.45 per i Premi Ubu, che hanno compiuto i trent'anni, rifacendo il pieno di pubblico (affettuosissimo) per la ricorrenza orchestrata nell'occasione da un personaggio della scena come Arturo Cirillo che, presentando la serata, ha consegnato il premio per l'attrice non protagonista a Monica Piseddu, sua partner nel suo più recente lavoro.
Ma il premio più importante e più ambito, quello per lo spettacolo dell'anno, è andato allo Studio su Medea, creato e diretto da Antonio Latella, arrivato appositamente da Berlino dove vive e dove ha creato questo grande spettacolo innovativo, molto festeggiato dai molti attori che lavorano solitamente con lui convenuti a Milano per l'occasione.
Non era la sola tribù teatrale presente a questa serata. Come spesso accade agli Oscar, anche gli Ubu amano distribuire i premi a grappoli e alle Albe di Ravenna per Sterminio dell'austriaco Werner Schwab ne sono andati quattro: per la regia a Marco Martinelli, per la migliore attice a Ermanna Montanari, per la scenografia di luci a Vincent Longuemare, per il miglior testo straniero, ritirato a Sonia Antinori che l'ha tradotto perchè l'autore è scomparso una decina di anni fa per un'overdose alcoolica.
Il riconoscimento per il migliore attore è andato invece a Saverio la Ruina, premiato anche per il miglior nuovo testo italiano per il suo Dissonorata, monologo in dialetto calabrese da lui interpretato in abiti femminili (un vestituccio da contadina sopra i pantaloni dell'interprete o del figlio della protagonista), acclamato anche dagli altri artisti del suo gruppo Scena Verticale di Castrovillari.
Nella categoria per lui insolita di migliore attore non protagonista per l'interpretazioe di Angels in America, dove faceva la parte (che fu) di Al Pacino, ha vinto il suo primo
Ubu Elio De Capitani; nello stesso spettacolo figurava Umberto Petranca eletto come migliore nuovo attore under 30 ad ex aequo con il coetaneo Emiliano Masala, che invece ha lavorato con Latella (nel Pericle) e Rifici.
Appartiene alle nuove leve anche Marco Rossi, artefice per Luca Ronconi e per il Piccolo Teatro della scena raffinatissima per riflessi coloristici e architetture per
Inventato di sana pianta di Hermann Broch.
Due premi speciali sono stati attribuiti al Festival delle Colline Torinesi (bel team), ormai numero uno della nostra scena, e per una vita dedicata all'illuminazione tecnica a Gigi Saccomandi; mentre il Faust di Nekrosius, che figura anche in copertina del Patalogo, ha avuto la palma per il miglior spettacolo straniero, assente il regista lituano che non si è ancora rimesso dalle fatiche per montare il suo ultimo kolossal.
SPETTACOLO DELL'ANNO: STUDIO SU MEDEA (ANTONIO LATELLA, TEATRO STABILE DELL'UMBRIA)
MIGLIOR REGIA: MARCO MARTINELLI (STERMINIO DI WENER SCHWAB, RAVENNA TEATRO -TEATRO DELLE ALBE)
MIGLIOR SCENOGRAFIA: MARCO ROSSI (INVENTATO DI SANA PIANTA DI HERMANN BROCH)
MIGLIOR ATTORE: SAVERIO LA RUINA (DISSONORATA)
MIGLIOR ATTRICE: ERMANNA MONTANARI (STERMINIO)
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: ELIO DE CAPITANI (ANGELS IN AMERICA DI TONY KUSHNER)
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: MONICA PISEDDU (LE CINQUE ROSE DI JENNIFER DI ANNIBALE RUCCELLO)
NUOVO ATTORE UNDER 30 (EX AEQUO): UMBERTO PETRANCA E EMILIANO MASALA
NUOVO TESTO ITALIANO: DISSONORATA DI SAVERIO LA RUINA (SCENA VERTICALE)
MIGLIORE NOVITA' STRANIERA: STERMINIO DI WERNER SCHWAB (RAVENNA TEATRO - TEATRO DELLE ALBE)
MIGLIOR SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA: FAUST DI GOETHE (REGIA EIMUNTAS NEKROSIUS, LITUANIA)
PREMI SPECIALI:
(dal comunicato di Ubu Libri, le note fra parentesi sono mie)
inoltre: PREMIO FRANCESCA ALINOVI A ANTONIO REZZA E FLAVIA MASTRELLA. bravi!!!
bei momenti: tutti gli artisti di 'Medea' sul palco per la premiazione a Latella e la dedica del suo premio ai padri che ci mancano ormai, il discorso imbarazzato di Antonio (ogni tanto ce tocca!) e il gran sorriso di Rosario, gli applausi affettuosissimi del 'pubblico' alle premiazioni di Latella e De Capitani, Ida Marinelli e Ferdinando Bruni che chiaccherano con A. L. :-))))
Oggi sul Corriere della Sera un articolo di Giovanna Grassi su Anna Neri e la presentazione di Riprendimi al Sundance. A proposito della trama del film, scrive:
"Al centro c'è una coppia senza stabilità nel lavoro: Giovanni (MF) fa l'attore, Lucia (Alba Rohrwacher) è una montatrice. Entrambi decidono con due amici di girare un documentario sul precariato. Il tema s'innesta sulla rottura del matrimonio di Giovanni e Lucia, che hanno un figlio. Per tutti, l'instabilità sentimentale è segnata dall'incertezza sul lavoro."
ROMA. C'è anche un film italiano al Sundance Film Festival, il festival del cinema indipendente fondato da Robert Redford che si aprirà il 17 gennaio per concludersi dieci giorni dopo, il 27 a Park City nello Utah ed è quest'anno caratterizzato dalla presenza di molti big convertitisi al "piccolo".
Anna Negri è in concorso con "Riprendimi", storia di una troupe cinematografica che gira un documentario su una coppia perfetta che lavora nel cinema, e sulle conseguenze in ambito sentimentale dell'incertezza economica legata a questo ambiente.
Girato a Roma, il film è prodotto da Francesca Neri e vede nel cast Alba Rohrwacher, Marco Foschi, Valentina Lodovini, Stefano Fresi e Alessandro Averone.
"Riprendimi", che concorre nella sezione World Cinema Competition: Dramatic, debutterà lunedì 21 gennaio.
Seconda edizione di Face à face, rassegna promossa dall’Ambasciata di Francia per sostenere la nuova drammaturgia francese in Italia. Una manifestazione “itinerante” che coinvolge quest’anno nove città e per la prima volta Milano.
Al Piccolo Teatro sono in programma tre spettacoli, ospitati dal Teatro Studio e tutti a ingresso libero.
Lunedì 7 gennaio Papà è tornato
Della scrittrice franco-senegalese Marie NDiaye. Entrato nel repertorio della Comédie Française nel 2003, il testo racconta la storia di un padre che, dieci anni dopo aver abbandonato la famiglia, si ripresenta a casa affermando di essere diventato ricco e chiedendo di essere nuovamente accolto. Ma dopo aver riconquistato l’affetto della moglie, l’uomo rivelerà la sua vera natura, priva di scrupoli e di sensi di colpa. In scena Alessandro Benvenut! i, Sabrina Colle, Michele Maccagno e Elisabetta Pozzi.
Giovedì 10 gennaio La casa dei morti
Di Philippe Minyana, uno degli autori contemporanei più rappresentati in Francia, è una storia claustrofobica, interamente sviluppata all’interno di una casa dove vivono una donna malata e la sua famiglia. Esseri umani o fantasmi che, tra farsa e tragedia, parlano dei morti reali o di quelli che vivono dentro ognuno di noi. Con Carla Chiarelli, Alessandro Genovesi, Alessia Giangiuliani, Tindaro Granata.
Lunedì 4 febbraio, L’architetto e la foresta.
Di Olivier Py, autore, attore teatrale, regista, romanziere, cineasta, da marzo 2007 direttore del Théâtre de l’Odéon di Parigi. Un testo intriso di simbolismo e con una forte impronta metateatrale, racconta di Agnese, figlia adottiva dell’urbanista Arnolfo, che, complice l&! rsquo;incontro con Uzzà, a mbiguo personaggio di pericolosa bellezza che viaggia con una compagnia teatrale, si trova in bilico tra il mondo reale equellodella finzione. In scena Elena Ghiaurov, Claudia Giannotti, Fausto Russo Alesi, Max Speziani.
Teatro Studio via Rivoli 6
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Inizio spettacoli ore 20,30 www.piccoloteatro.org
Dopo il recente successo del Faust, prima occasione di collaborazione produttiva tra Emilia Romagna Teatro Fondazione e la Compagnia lituana Meno Fortas, Eimuntas Nekrošius torna a lavorare col teatro stabile regionale dell´Emilia-Romagna e con questo realizza il progetto, accarezzato da tempo, di mettere in scena un’opera narrativa.
Anna Karenina, di Lev Nikolaevic Tolstoj, debutta sabato 12 gennaio al Teatro Storchi di Modena, con Mascia Musy, nel ruolo della protagonista, e un gruppo di attori che vede la riconferma di altri interpreti che, come la Musy, hanno già lavorato con il regista nell’Ivanov di Cechov - Annalisa Amodio, Vanessa Compagnucci, Alessandro Lombardo, Paolo Musio -, insieme a Corinne Castelli, Nicola Cavallari, Gilberto Colla, Alessandro Lombardo, Paolo Mazzarelli, Renata Palminiello, Paolo Pierobon, Alfonso Postiglione, Nicola Russo, Stefano Vercelli, Gaia Zoppi.
Il lavoro è realizzato in coproduzione col Teatro Biondo Stabile di Palermo.
Anna Karenina è riletta alla luce dei Diari dell’autore, così come di altre sue opere affini, da La storia di un cavallo alla Morte di Ivan Il´ic è tradotta da Nekrošius in uno spettacolo di attori, prima ancora che di regia, tutto teso, in linea con la sua più schietta vocazione estetica, all’esplorazione del profondo piuttosto che a ogni facile fuga nella teatralità illustrativa. Epicentro del grande sisma drammaturgico è l´incontenibile forza della lettura: una lettura contagiosa, che si trasmette per contatto, con incontenibile urgenza e necessità.
Nella messa in scena di Nekrošius i temi principali del grande romanzo tolstojano (il destino, l’amore, la ricerca della felicità, il dolore, il lavoro, l’inesorabile trascorrere del tempo, la morte...) si intrecciano col linguaggio non verbale, fatto di azioni e suoni, e con la loro capacità di dilatare il tempo nel quale le azioni si svolgono. In un sofisticato contrappunto teatrale, le scene più celebri del romanzo (il ballo, il viaggio in treno, le corse, la serata a teatro, la morte di Nikolaj, il suicidio di Anna...), alternandosi ai passi meno noti, vengono componendosi in un cangiante collage drammaturgico ‘in costume’ in cui la ricerca dell’ordine e del nitore cedono volentieri il passo al calore e alla spontanea semplicità della giovinezza.
Si tratta di uno spettacolo delicato, costruito sui dettagli e su struggenti evocazioni di atmosfere (a partire dallo spirito della casa, così caro a Tolstoj), ritmato sul pulsare degli sguardi e sull’intreccio delle mani, e modulato sulla ricerca dei timbri di voce (nella memoria c´è anche quella, così particolare, dell´autore, affidata alla posterità dalla malcerta traccia di un´incisione pionieristica).
Pervaso com´è di luce e di calore, ma anche ossessionato dal ferro e dal sangue, pur senza mai diventare crudele, danzato sui tempi lunghi e sospesi dell´attesa, quest´opera diventa per Nekrošius anche l’occasione per riflettere su cosa significhi essere russi stando lontano dalla Russia, ricercando un’identità culturale che stia nell’incrocio tra culture diverse.
Lo spettacolo, dopo le repliche modenesi (fino al 15 gennaio), verrà presentato in Emilia-Romagna anche a Cesena, Correggio, Ravenna, Bologna e Piacenza. (cartellone.emr.it)
... recensione trovata! grazie, Cecilia!!!
23 dicembre, 2007 - Corriere della Sera
Due o tre anni fa Giorgio Albertazzi vide recitare Marco Foschi e ritenne di scorgere nel giovane attore il suo erede naturale. Ecco, credo che il nucleo del Moby Dick di Antonio Latella sia questo. Lo rivela l' immagine finale in cui l' inabissamento del Pequod, la nave del capitano Achab, e del suo mortale nemico è sublimato (nella drammaturgia di Federico Bellini) in una figura di intimità e dolcezza: Achab e Ismael, l' eroe e il narratore, il predestinato (alla tragedia) e il suo Coro, colui che ne tramanderà le gesta, diventano una persona sola, padre e figlio infine ricongiunti, come in una favola cristiana. Si può supporre che la consolidata vocazione per il tragico di Latella, di fronte al capolavoro di Melville, uno dei pochi romanzi tragici che siano stati scritti, si sia ripiegata in se stessa, come di fronte a una soglia invalicabile. È l' unica spiegazione per quel gesto di Albertazzi, il suo penultimo, quando si libera degli ornamenti del personaggio, in specie della sua gamba d' avorio, e viene avanti, come se stesso, il se stesso di oggi, non più il puer che conosciamo, ma il senex che è, sempre, però, alle prese con la metafisica domanda che lo assilla da quando lo vediamo recitare: essere o non essere? L' irruzione di Shakespeare preceduta da quella di Dante, rispetto a Melville ha una sua congruità. Stilisticamente, Moby Dick è un impasto di linguaggio biblico e di linguaggio elisabettiano. È vi è, come ho appena detto, anche la congruità biografica, che riguarda Albertazzi. È più discutibile, tale apparizione, nel tessuto stilistico dello spettacolo in sé, vi è in essa un tratto inesorabilmente kitsch o, se questa parola non vi piace più, non vi dice più niente, vi è, in quel Dante, e in quello Shakespeare, un che di facile. Il resto è silenzio, viene detto, e ciò che importa è che questo epigramma inscrive in sé l' intera allegoria linguistica dello spettacolo di Latella. Qual è in esso il segno più forte? Indubbiamente, il fatto che l' iperstilizzazione con cui è risolta la complessa vicenda del romanzo sia quella del linguaggio dei sordomuti con cui si parlano i marinai. In tale scelta, ripetuta fino a torcere il collo alle parole (del dialogo o del racconto) vi è un aspetto di plausibilità: essa allude al silenzio del mondo e implica il silenzio che seguirà alla fine della tragica caccia. Ma vi è anche un aspetto di fuga, come fosse una scorciatoia. Ci troviamo di fronte a una soluzione ingegnosa e dunque arbitraria, che è del tutto coerente con l' inclinazione di Latella a confondere il sublime e il bizzarro con la poesia. Altri tratti dello stesso tipo si scorgono nella presenza in scena dei libri: o quelli che Achab, chiuso lassù, nella sua cabina, getta a terra; o quelli, sparsi sulla tolda della nave, su cui saltano i marinai. Perché ciò accade: perché la nave balla? Come del tutto bizzarro, fino a essere privo di un senso perspicuo, è quel gesto di lanciare i piatti. I marinai parlano e si gettano i piatti l' un l' altro, che afferrano al volo in un esercizio di ginnica abilità. Qui l' energia di Latella viene meno, quasi che nel passaggio di Ismael dalla nave mercantile alla baleniera, dalla pace alla guerra, egli ponesse un freno di elusività. O è come se la traiettoria Albertazzi-Foschi, dominante, l' avesse condotto, per difendersene, a chiudere i marinai, a terra supremamente goffi, in quegli abiti puritani: abiti buoni a null' altro che a proteggere il capitano-regista dal capitano-attore. Moby Dick di Melville/Latella Teatro Verdi di Salerno
Franco Cordelli - corriere.it