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MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
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Cecilia, buona visione!
Guidati da Antonio Latella i giovani artisti danno vita a uno struggente e commovente spettacolo che va in scena al Centro Universitario Teatrale di Perugia da martedì 19 febbraio a domenica 9 marzo e al Videocentro Teatro C di Terni, martedì 11 e mercoledì 12 marzo.
Accusata all'inizio della sua attività di puntare solo allo scandalo e alla provocazione, Sara Kane ha dimostrato invece di saper giocare su varie corde, mettendo in campo capacità notevoli di scrittura ed elaborazione stilistica. Erede autorevole della drammaturgia inglese che nel '900 ha avuto tra i propri fautori un altro autore controverso come Edward Bond, l'autrice ha indagato gli abissi del dolore e del desiderio, della speranza e della disperazione, creando un universo teatrale compatto eppure aperto a variazioni e cambiamenti, in cui la cupezza delle relazioni sociali vissute come incubo lascia spazio anche alla lingua delle vittime e concede loro, in tanto strazio, l'opportunità di affermare se stessi. La sua ricerca espressiva utilizza un linguaggio allo stesso tempo minuzioso e visionario, con violente liriche impennate, che sigilla la sua statura di classico della contemporaneità.
Maria Varo, una delle attrici, racconta: "In pochi mesi abbiamo invertito la rotta alle nostre paure, sciolti i nodi del nostro malessere, sfondato i muri, e scosso per sempre l'immobilità di cui siamo prigionieri come esseri umani e come attori. Abbiamo diviso e condiviso il nostro lavoro di ricerca su Sarah: chi si è occupato della biografia, chi del significato del colore, chi del senso dei numeri, chi delle citazioni bibliche, chi della simbologia, chi dell'iconografia e oniricità, chi della mitologia, chi di tutte le altre opere...
Abbiamo raccolto dai gesti sospesi quello che poteva riavviare non solo l'azione scenica, ma il nostro incontro, a volte scontro, il nostro dialogo...
Abbiamo discusso su ogni frase, ogni associazione; e spesso per una ragione o l'altra, cosciente o meno ci siamo accorti che Sarah ha una tendenza spontanea a trasformare le sue esperienze in un linguaggio diverso e più ampio di quello letterario-esterno.
La nostra autrice mette insieme le situazioni, i segni, gli elementi, le condizioni atmosferiche, i luoghi, le persone, i silenzi e le pause per catapultarci in una nuova lettura.
Abbiamo ascoltato il silenzio, quando tutto tace per scelta, è il silenzio della pace, della morte, è il silenzio dell'ascolto di quel qualcuno... che arriva disperatamente... per salvarci.
Questo testo non ha una sola verità... ma ha una certezza: l'amore, l'amore come una porta magica, come la membrana di passaggio attraverso cui i mortali giungono ad una dimensione celeste, e ha un'urgenza, una fretta, una richiesta necessaria di AIUTO. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Antonio Latella e tutti i nostri risultati sono la risposta alla sua fiducia."
Un'occasione per conoscere la drammaturgia contemporanea più provocatoria e dissacrante, uno spettacolo rivolto in particolare al pubblico dei giovani universitari, con i prezzi dei biglietti molto accessibili, gli interi 10 euro e i ridotti 5 euro.
Per informazioni e prenotazioni ci si può rivolgere telefonicamente, fino al giorno precedente lo spettacolo, presso il Botteghino Telefonico Regionale del Teatro Stabile dell'Umbria, tutti i giorni feriali, dal lunedì al sabato, dalle 16 alle 19, al n°075/57542222.
(tuttoggi.info)
TEATRIDITHALIA con TEATRO LA NUOVA FENICE
presentano
Ida Marinelli, Elio De Capitani
Ferdinando Bruni
in
IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton Cechov
Sala Argentia cinema teatro (Gorgonzola MI)
ore 21,00
e con Elena Russo Arman, Angelica Leo, Luca Toracca, Vittorio Attene, Cristina Crippa Nicola Stravalaci, Corinna Agustoni, Fabiano Fantini, Edoardo Ribatto
Un'enorme tenuta che va alla malora, un frutteto che una volta all'anno, nel mese di maggio, si copre di fiori bianchi e diventa "giardino", simbolo di rimpianti, speranze e sogni. Ogni anno il ciclo delle stagioni si compie, e ogni anno il giardino ritorna giovane, ricomincia la sua vita. A contemplare questo miracolo per l'ultima volta, riuniti nella grande casa dell'infanzia, i personaggi della commedia non possono che scorgere su di sé, ognuno nell'altro, i segni del tempo che passa, il miracolo che su di loro non si compie, l'approssimarsi di una resa dei conti col proprio destino. Così nell'arco di un'ultima estate, si compie una vicenda fatta di nulla, ma che attraverso il chiacchiericcio inconsistente che copre la disperazione, attraverso pause di silenzio da riempire subito di risate o di lacrime, lascia intrasentire "il ridacchiare del tempo, quel galoppo da padrone", lascia intravedere la ferite della vita che se ne va "senza averla vissuta".
Con alle spalle i successi della stagione appena conclusa, torna in scena Il Giardino dei ciliegi, undici attori, sotto l'attenta direzione di Bruni, mettono in gioco la coralità, la sensibilità e la maturità di un gruppo e delle sue singole personalità, nell'allestimento di questa commedia rarefatta, buffa e disperata che ha per protagonista il tempo e il suo trascorrere nella vita degli individui e del mondo.
dal luned' al sabato h21 domenica h17
poi dal 28 al NUOVO TEATRO NUOVO NUOVO di Napoli
bozzetti dei costumi :-))))
Venerdì 15 febbraio 2008 dalle 1.40 alle 7.00
PARADJANOV E LA LEGGENDA MUTANTE DEL CINEMAcon i film:
LA LEGGENDA DELLA FORTEZZA DI SURAM
(Ambavi Suramis Tsikhitsa, 1984, Urss, col., 89’, v.o. con sott. it.)
Regia: Sergej Paradžanov e Dodo Abashidze
Interpreti: Veriko Andjaparidze, Tamari Tsitsihvili, Dudukhana Tseradze e Dodo Abashidze
Nella Georgia feudale, vicino a Tbilisi, le fondamenta della fortezza di Suram crollano: occorre, come suggerisce un'indovina, che un bel giovane si faccia murare vivo, fondendosi con la calce e la sabbia, le uova e le lacrime. Ispirato a un'antica leggenda, è il penultimo film, diretto dopo 15 travagliati anni di inattività (almeno 3 in carcere e diversi processi), di S. Paradžanov (1924-90), georgiano di origini armene. Anche qui fa un cinema antinarrativo dove mescola, in originale fusione alchemica, pittura, danza, pantomima, teatro, animali, frutti, oggetti simbolici. Visionario e rarefatto, ermetico e allegorico, incline al manierismo, ma con molti momenti e immagini di solenne bellezza.
LA FORTEZZA DI SURAM Prima visione TV
(Suramis tsikhe, 1922, Urss, b/n, 57’, v.o. con sott. it.)
Regia: Ivan Perestiani
Interpreti: Arno Bek-Nazaryan, MIkahil Ciaureli, T. Sakvarelidze
La prima trasposizione cinematografica della celebre leggenda russa.
ASHIK KERIB - STORIA DI UN ASHUG INNAMORATO
(Ashug-karibi, 1988, Urss, col., 63’, v.o. con sott. it.)
Regia: Sergej Paradžanov
Interpreti: Yuri Mgoyan, Sofiko Ciaureli, Ramaz Chkhivadze
Ashik Kerib è un cantante povero, un menestrello giramondo d'animo nobile e generoso.S'innamora della figlia di un ricco commerciante, ma la sua condizione non gli permette neppure di sperare di sposarla ... Ricchissimo visivamente (tappeti, nature morte, costumi sgargianti, icone, animali ritmano continuamente il film), Ashik Kerib è diviso in capitoli che scandiscono l'epos della narrazione e accoglie la musica, la danza, il teatro come elementi da cui far scaturire il meraviglioso.
Scritto nel 1987, questo testo vanta in Italia un importante precedente: venne infatti allestito nel 1992 al Mittelfest di Cividale del Friuli per la regia dello stesso Tabori. Oggi l’edizione dei Fratellini segna il ritorno alla regia di Egisto Marcucci, dopo un lungo periodo di forzato allontanamento dalla scena. Si ricostituisce così il terzetto che ha segnato la nascita della compagnia dei Fratellini nel 1995, con la memorabile edizione delle Sedie di Ionesco. La cifra umoristica, che caratterizza i loro spettacoli, torna anche qui, ma con toni decisamente spietati, con battute feroci alternate a improvvisi squarci poetici per raccontare un universo in cui il male riesce a presentarsi con una credibilità accettabile: è la banalità del male, la realtà effettuale dell’assurdo, dove l’unico modo per salvarsi è il rovesciamento dei valori. Mein Kampf offre, anche in coincidenza della Giornata delle Memoria che si celebra il 27 gennaio, un’occasione per riflettere sulla tragedia della Shoah e sui motivi che Tabori riconduce ad essa: oltre all’antisemitismo, il tema, più generale, della discriminazione e della paura di ciò che è percepito come “altro”. Il modo in cui l’autore affronta questi argomenti è, inoltre, controcorrente rispetto a gran parte della letteratura della Shoah e ha dato spunto a numerose discussioni: Tabori sceglie infatti, per il suo “teatro della memoria”, elementi grotteschi e ricorre a un umorismo spesso nero e macabro, ma più spesso sposa il Witz della tradizione ebraica.
«”È una storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”. Con queste parole, stampate sul programma di sala del Burgtheater dove nel 1987 debuttò Mein Kampf, George Tabori lanciava una nuova provocazione al pubblico viennese.
Anche quella volta fu un successo e l’opera, definita dall’autore “una farsa teologica” sarebbe diventata il suo testo più noto e rappresentato nel mondo. Nell’arco della “grande storia d’amore”, che si svolge a Vienna all’inizio del secolo scorso, assistiamo all’incontro tra Shlomo Herzl, uno squattrinato libraio che sogna di scrivere un libro sul senso dell’esistenza – e quindi l’esatta antitesi dell’ebreo materialista e usuraio – e il giovane Hitler, giunto nella capitale dalla provincia per sostenere l’esame d’ammissione all’Accademia di Belle Arti. Hitler, supportato da Himmlisch (chiaramente Heinrich Himmler), temendo che i suoi piani di conquista del mondo vengano svelati, pretende che Slomo gli consegni il romanzo tanto atteso, appunto Mein Kampf; e quando Herzl, messo alle strette, dichiara che il libro esiste solo nella sua testa, è costretto ad assistere al sacrificio della gallina Mitzi che viene fatta a pezzi sotto ai suoi occhi e cucinata in una “deliziosa salsa di sangue” – macabra anticipazione dello sterminio che di lì a poco colpirà l’umanità.
Con molte delle produzioni di Tabori, Mein Kampf è un collage che lavora per ibridi e contrapposizioni, con citazioni che rimandano a Chaplin, allegorie barocche come la raffigurazione della Morte, incursioni nel Faust ed echi della tradizione ebraica e ashkenazita».
(dalla nota di Laura Forte in George Tabori, Mein Kampf, Einaudi, 2005)
«In Germania un recente film sulle ultime ore del dittatore nazista, interpretato da Bruno Ganz, ha sollevato un vespaio di polemiche. La principale accusa mossa alla pellicola e al suo interprete è quella di aver presentato il criminale tiranno con tratti troppo umani. Curiosa argomentazione. Chi dovrebbe essere stato Adolf Hitler se non un uomo? Sì! Il mostro nazista fu solo un uomo, con patologie tipicamente umane, l’abbrutimento di un’intera nazione fu umano, il comportamento di schiere di piccoli borghesi in delirio fu umanissimo, umano fu il comportamento sadico di tanti aguzzini che, smessa la divisa, tornarono alle loro piccole vite. (...)
L’ebreo, con la forza umoristica di chi è stato reso orfano dalla violenza dei pogrom e dalla ferocia di sbirri antisemiti, stravolge devozionalmente il Talmud e la Torah per accogliere benevolmente, con pietas ebraica, le farneticazioni nazionalistiche e razziali di un Hitler isterico, sessuofobo e misogino. Il futuro Fuhrer ci viene presentato come un ex bambino infelice, nato in una famiglia spietata, con una parziale origine ebraica di cui vergognarsi. E l’ebreo Tabori sa che non c’è scandalo in tutto questo. (...) Senza neppure accennarlo ci suggerisce che se non fosse stato per gli interessi e la viltà di classi dominanti europee irresponsabili, nutrite di marciume ideologico, sostenute dall’alleanza di ceti risentiti, assetati di ordine in difesa dei propri interessi di bottega e da secoli di cultura della supremazia, l’aspirante pittore diventato furente capopopolo si sarebbe trovato con la camicia di forza o, più benevolmente, imbottito di sedativi e neurolettici».
(dalla prefazione di Moni Ovadia)