![]() |
MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
|
In scena tre testi di Agota Kristof, esempi diversi della produzione di un’autrice che sfugge a qualsiasi etichetta e parentela. Il primo è un racconto, intitolato L’analfabeta (2004), che ci fornisce, con stile estremamente asciutto, senza un’ombra di compatimento, gli elementi essenziali della sua biografia e soprattutto del suo rapporto con la lingua e la scrittura. Il secondo un testo teatrale, L’ora grigia, che ci porta altrove, di fronte a un Lui e una Lei, una prostituta avanti negli anni e un suo vecchio cliente, un ladro; i due s’incontrano in quella strana ora che precede l’alba, l’ora dei sogni, dei vagabondi e dei moribondi, per bere e parlare, in un gioco di ricordi, litigi, menzogne veritiere e false verità, mentre nella stanza accanto, un violinista aspirante suicida dà forma con la sua musica a un curioso contrappunto. Un testo segnato da un suo particolare, malinconico fascino.
Questi i contenuti di un progetto che si è andato sviluppando a partire da una lettura scenica alla Biblioteca comunale di Monza nel 2005 e che, nell’allestimento definitivo, si accrescerà di un terzo tassello, il testo teatrale La chiave dell’ascensore.
«Anche qui la verità si gioca nello spazio apparentemente ristretto che divide l’io e il tu di una coppia, sottolinea Elisabetta Rasy nell’introduzione ai due testi. Anche la scena si mostra per quel che è, non solo un territorio separato, come la camera della prostituta, ma addirittura inaccessibile a chi non ha una certa chiave, uno speciale strumento, cioè uno speciale potere. Gran parte di ciò che accade e soprattutto di ciò che conta, in queste due pièces accade fuori, altrove: la scena di Agotha Kristof è un luogo di reclusione, uno spazio concentrazionario. Dove agiscono, mascherati da piccole situazioni intimiste, ampi cerimoniai di tortura e messa a morte. Alle vittime non c’è che una chance, nel claustrofobico spazio che sono condannate ad abitare: far sapere che c’è un’altra versione dei fatti. Non c’è coraggio, virtù, grandezza nel conflitto che oppone la prostituta al suo cliente o la moglie al marito, e la mano del cielo che s’incarna nel violista fallito o nel compiacente medico di regime – del regime coniugale che vige nella stanza rotonda alla quale si può accedere solo con l’ascensore – sta nell’abietto gioco delle circostanze. Ciò che salva la scena delle relazioni in atto dal perdersi definitivamente in una musica funebre è, appunto, un unico possibile gesto di coraggio che coincide con un gesto di disperata resistenza: la testimonianza di un’altra verità, la verità della vittima».
Cristina Crippa ed Elio De Capitani saranno gli interpreti delle due coppie, Elena Russo Arman sarà una narratrice-autrice e ci guiderà attraverso i tre testi, Jean-Christophe Potvin interpreterà la figura muta del musicista e la violinista Stefania Yermoshenko ci accompagnerà con la musica dal vivo.
Nel 1956 Agota Kristof, poco più che ventenne, con in braccio una bambina di quattro mesi, varca attraverso i boschi il confine tra l’Ungheria e l’Austria. Accolta come profuga, da Vienna, giunge a Zurigo e infine a Neuchatel, dove attualmente vive. Si lascia alle spalle un’infanzia felice anche se aspra e povera, una vita dura ma segnata da un’immensa passione per la lettura e la scrittura. Si lascia alle spalle una lingua, un’identità sofferta ma forte. Ricomincia in Svizzera, lavora in una fabbrica di orologi, in condizioni materiali accettabili, ma nel deserto intellettuale e relazionale, in un asettico e crudele sradicamento. Poco per volta, conquista una nuova lingua: capire, parlare, leggere, scrivere. Inizia componendo liriche, ma passa ben presto alla prosa e, in particolare, dal 1972, a testi per il teatro e per la radio. Il successo internazionale arriva con il primo romanzo, Le grand Cahier (1986), prima parte della Trilogia della città di K. La lingua in cui Kristof scrive, il francese, non è dunque la sua lingua materna, ma una di quelle “lingue nemiche”, come il russo e il tedesco, che hanno fatto irruzione con violenza nella sua esistenza. C’è stata una ferita, una perdita e proprio questo, forse, determina nel suo stile una particolare precisione, nitidezza, passione e, nel contempo, una distanza dolorosa.
Allo stesso modo che nei romanzi più noti, anche nella produzione drammaturgica – che conta circa una dozzina di pièce, di cui solo queste due pubblicate in italiano da Einaudi – ritroviamo lo stesso bisogno di raccontarsi, di ristabilire una propria versione dei fatti, di riappropriarsi della propria verità e della vita come estrema difesa dalla disarmonia e dall’abbandono. Nel percorso della Kristof, il testo teatrale e la sua messa in scena vengono così a rappresentare l’uscita dal deserto, il ritrovamento di una collettività di ascoltatori a cui si può nuovamente parlare e appartenere. «Una lingua è perduta e al suo posto c’è una scena», sintetizza con efficacia Elisabetta Rasy.

ADDA DANZA 2008
13° festival nazionale e internazionale di danza
Trezzo sull'Adda - Centrale Idroelettrica Taccani
dal 23 maggio all'8 giugno
Adda Danza torna all’interno della Centrale Idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda, gioiello liberty fresco di restauro. Il palcoscenico del festival accende i suoi riflettori tra il 23 maggio e all’8 giugno su alcune delle più significative esperienze coreutiche italiane, spaziando dal balletto moderno al teatro danza, senza tralasciare la grande coreografia internazionale. Organizzata dall’Associazione Milano Oltre e promossa dalla Provincia di Milano, Regione Lombardia, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dal polo culturale “Adda e dintorni”, Adda Danza è un piccolo prodigio divenuto da tredici anni immancabile appuntamento per gli appassionati di danza di Milano e provincia.
25 Maggio 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Le Sacrifice - Beethoveniana
Compagnia Mediterranea del Balletto

vendita on-line | archivio media
26 Maggio 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Professione Mas in Scena
Professione Mas Dance Lab

vendita on-line | archivio media
28 Maggio 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Offertorium - Mozart/Aqva
Balletto dell'Esperia

vendita on-line | archivio media
30 Maggio 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Serata Petrushka: SolO, In a landscape, Petrushka
Balletto Teatro di Torino

vendita on-line | archivio media
1 Giugno 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Dammi mille baci
Aton - Dino Verga

vendita on-line | archivio media
4 Giugno 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Il mare in catene
Compagnia Eliopoli

vendita on-line | archivio media
6 Giugno 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Sugarwater - Strange attractors: prelude/part II
Diversions Dance Company

vendita on-line | archivio media
8 Giugno 2008
Centrale Idroelettrica Taccani
Practice Paradise - Peeled
Diversions Dance Company

And all for nothing!
For Hecuba!
(William Shakespeare Hamlet atto II scena 2ª)
Perché un attore piange per Ecuba, si domanda Amleto. Che cosa è Ecuba per lui e lui per Ecuba? L’interrogativo shakespeariano miracolosamente sintetizza il mistero del teatro: interpreti che vivono in una finzione, spettatori che la giustificano, dando senso in definitiva a quel pianto.
Oggi il teatro ripete rispettosamente il suo ineludibile rituale, o, più spesso, esalta minime variazioni ad esso, correzioni del punto di vista.
Il concetto di creazione contemporanea, che il Festival delle Colline Torinesi vuole richiamare già a partire dallo stesso logo, è secondo molti operatori teatrali il più adatto a definire quegli artisti che rinnovano linguaggi del teatro, che progettano appunto variazioni al rito.
Nonostante il fatto che sia del tutto pleonastico proclamare la contemporaneità essendo impossibile eluderla, questa terminologia convenzionale – creazione contemporanea – risulta utile per raggruppare i lavori di registi, attori, compagnie che dimostrano una vitale, energica insofferenza per le trappole della banalità, spesso ricorrenti sulla scena, e sono capaci di proporre percorsi originali, frutto di scelte rigorose.
Proprio una pluralità di stili e un considerevole impegno caratterizzano gli spettacoli dell’edizione 2008 del Festival: le contaminazioni teatro-circo di Christophe Huysman, la radicalità della ricerca linguistica di Suttascupa e di Sonia Chiambretto/Hubert Colas, il realismo grottesco e melodrammatico di Ricardo Bartís, le provocatorie metamorfosi realtà-finzione di Rabih Mroué e Lina Saneh, il dolente espressionismo di Emma Dante, la visionarietà di Vincenzo Schino, l’emozionante straniamento di Amir Reza Koohestani.
Teatro di parola scintillante è quello di Egumteatro, dei Teatri Uniti, di Gianfranco Berardi; teatro fuori dai teatri, fatto in una casa, nella proposta di Iraa Theatre, di Cuocolo/Bosetti che mettono in scena la loro vita, i casi loro e non di personaggi di fantasia.
Le sfide più impegnative al Festival sono poi quelle della compagnia Fanny & Alexander che, dopo Ada di Nabokov, si cimenta con un’altra saga letteraria del Novecento, il Mago di Oz, di Valter Malosti in lotta con l’iperbolico Testori della Passio Laetitiae et Felicitatis, di Antonio Latella che dell’Hamlet, addirittura in 11 tappe, indaga l’infinito gioco di specularità. Sarà il suo viaggio nella più celebre tragedia della cultura occidentale a farci ripensare non solo all’incomprensibile pianto dell’attore per una sconosciuta Ecuba ma anche al testamento di Amleto, alla sua impareggiabile vitalissima inesistenza.
Alcuni degli spettacoli della tredicesima edizione fanno anche parte di Carta Bianca, tre giorni di incontri sulla nuova creatività italiana e francese del teatro e della danza, un evento che proporrà le presentazioni di Muta Imago, David Bobée, Vincent Dupont, Gwenaël Morin, Michela Lucenti, Joachim Latarjet, Nicolas Ramond, Babilonia Teatri, Thomas Guerry.
L’impegno di tutti è che sia ancora un programma “attento alla varietà dei contenuti e delle compagnie ospitate in una lucida prospettiva di rinnovamento culturale”, come recita la motivazione del recente Premio Speciale Ubu assegnato al Festival. Un proposito che si può realizzare solo continuando a dialogare senza preconcetti con i partner e gli artisti d’Europa e del mondo.
Uno di questi, Luigi Mainolfi, dopo Mario Merz e Marco Gastini, ha donato il suo segno originale al Festival, ibride figure più animalesche che umane, mitologiche e fantasmatiche che sembrano nutrirsi di parole, come gli attori.
Sergio Ariotti
1.Ombre: I Becchini, Le guardieTorino, teatro Astra 22/06/08 ora: 18 durata: 2 ore![]()
2. Potere: Regina Gertrude, Re ClaudioTorino, teatro Astra 23/06/08 ora: 20 durata: 2 ore![]()
3. Fratelli: Ofelia, LaerteTorino, teatro Astra 24/06/08 ora: 20 durata: 2 ore![]()
4. Spie: Polonio. Rosencrantz e GuildensternTorino, teatro Astra 25/06/08 ora: 18 durata: 2 ore![]()
5. Teatro: I Comici, Il duelloTorino, teatro Astra 26/06/08 ora: 18 durata: 2 ore![]()
6. Testamento: AmletoTorino, teatro Astra 27/06/08 ora: 18 durata: 2 ore![]()
regia Antonio Latella
drammaturgia di gruppo a cura di Antonio Latella e Federico Bellini
con Michele Andrei, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Sebastiano Di Bella, Anne Sophie Durand,
Marco Foschi, Giuseppe Lanino, Nicole Kehrberger, Fabio Pasquini, Annibale Pavone,
Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco, Emilio Vacca (edit del 25.5.08, evviva le virgole!)
costumi ed elementi scenici Rosa Futuro e Tobias Marx
idea scenica Antonio Latella
disegno luci Giorgio Cervesi Ripa
musiche Franco Visioli
ideazione ombre altretracce Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Sebastiano Di Bella
maestro d'armi Francesco Manetti
regista assistente Tommaso Tuzzoli
assistente al progetto Stefano Laguni
assistenza alla regia Catherine Schumann
assistente maestro d’armi Valentina Calandriello
foto di scena Anna Bertozzi
produzione Teatro Stabile dell'Umbria, Festival delle Colline Torinesi
in collaborazione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Mittelfest 2008
Torino, Teatro Astra
22 giugno ore 18 1.Ombre: I Becchini - Le guardie
durata 2h
23 giugno ore 20 2. Potere: Re Claudio - Regina Gertrude
durata 2h
24 giugno ore 20 3. Fratelli: Ofelia - Laerte
durata 2h
25 giugno ore 18 4. Spie: Polonio - Rosencrantz e Guildenstern
durata 2h
26 giugno ore 18 5. Teatro: I Comici - Il duello
durata 2h
27 giugno ore 18 6. Testamento: Amleto
durata 2h
28 giugno VERSIONE INTEGRALE
ore 10.30 1. Ombre
ore 13.30 2. Potere
ore 16.00 3. Fratelli
ore 19.30 4. Spie
ore 22.00 5. Teatro
ore 24.00 6. Testamento
Di fatto, non esiste una cosa come l’Amleto di Shakespeare. Se Amleto possiede qualcosa della definitezza di un’opera d’arte, possiede anche tutta l’oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie.
Oscar Wilde (da “Il critico come artista”)
Alla fine degli anni novanta, Antonio Latella aveva già affrontato AMLETO ma, a distanza di tempo da quell’esperienza, il suo sguardo sull’Opera si è modificato, portando alla presentazione di un processo artistico più che di uno spettacolo.
Ho affrontato AMLETO a trent’anni, con quella veemenza e quella presunzione alle quali un uomo di quell’età indulge per sentirsi meno solo. Ora mi ritrovo a quarant’anni faccia a faccia con Lui, ma la scoperta è terribile, è come stare davanti ad un amico di cui non so nulla, a cui non ho chiesto nulla e che non ho mai avuto l’umiltà di ascoltare, ho solo e sempre cercato di raccontarmi a lui, di usarlo per parlare di me.
Antonio Latella
Antonio Latella ha concepito questa messinscena per una visione frontale, come fosse un’esposizione di quadri che mostrano sequenze della tragedia, in ognuna delle quali gli interpreti, attori e al contempo autori, propongono il ritratto in primissimo piano dei personaggi dell’AMLETO. Un progetto inusuale nella realtà produttiva del teatro italiano, che ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di prove a partire dal gennaio 2007.
ESSERE O NON ESSERE è la domanda cui ogni personaggio deve rispondere. Deve scegliere le parole, i gesti, i movimenti per giungere alla propria stessa fine. Un flusso di coscienza con citazioni, interpolazioni, frammenti di altri testi fino alle dichiarazioni ultime del proprio cessare, un cessare che nel profondo si è già consumato verso una inesplicabile deriva.
La prima stazione è quella dei Becchini, che aprono la porta di una grande fossa comune, giocano con gli avanzi di tutto, compresi quelli umani, ma è come se aprissero la copertina di un libro per bambini, pronti ad evocare nuove favole; allora i fantasmi si fanno carne, e poi la carne indossa il costume, riprende un ruolo da interpretare, un ruolo per essere parte del gioco.
Fino ad arrivare alla ri-consegna del testo, l’originale Amleto di Shakespeare che il protagonista del dramma ha tra le mani per l’ultima volta, accanto al fedele Orazio, prima che tutto si esaurisca nel Non-Essere, nella fine di ciò che è stato, per poter di nuovo, forse, ancora Essere.
Gli HAMLET’S PORTRAITS andranno in scena dal 22 al 27 giugno. Undici quadri in sei serate, sotto i titoli: OMBRE, POTERE, FRATELLI, SPIE, TEATRO, TESTAMENTO. Infine, sabato 28 giugno tutti e undici i quadri saranno presentati al pubblico in sequenza, dalla mattina fino alla notte.
Il Teatro Stabile dell’Umbria ha trovato un partner convinto nel Festival delle Colline Torinesi, insieme hanno potuto sostenere e portare a compimento questo complesso progetto anche grazie al contributo generoso di tutti gli artisti coinvolti nel processo creativo, di fatto coproduttori dell’impresa.
ANTONIO LATELLA
Antonio Latella nasce nel 1967 a Castellammare di Stabia, frequenta la scuola del Teatro Stabile di Torino diretta da Franco Passatore e la Bottega Teatrale diretta da Vittorio Gassman. Nel 1986 inizia a lavorare come attore, mentre nel 1998 passa alla regia teatrale. I suoi allestimenti indagano la drammaturgia classica o contemporanea attraverso uno sguardo registico lucido e visionario. Gli autori prediletti in questo percorso si rivelano essere Shakespeare (Otello, Macbeth, Romeo e Giulietta, Amleto, Riccardo III, La dodicesima notte, La tempesta), Genet (Stretta sorveglianza, I Negri, Querelle), Pasolini (Pilade, Porcile, Bestia da stile) e ancora Testori, Marlowe e Bruno.
Nel 2006 ha presentato in prima assoluta al Festival Studio su Medea (premio Ubu 2007 come migliore spettacolo della scorsa stagione). Successivamente ha realizzato Le lacrime amare di Petra von Kant da Fassbinder, Aspettando Godot, Moby Dick e La trilogia della Villeggiatura a Colonia in Germania.
... MA IL CAST COMPLETO???
Più che una nota critica allo spettacolo proverò a fare una sorta di rievocazione medianica personale delle sensazioni e – perché no – le soggettive interpretazioni dovute alla visione del suggest
Nella prima parte ho subito un ritardo, una specie di attesa nel riuscire a sincronizzarmi con le nudità non risparmiate anche nei contatti tra i due interpreti. Questo anche in funzione del folgorante ingresso scenico sulla note della marcia nuziale distorta in cui è già evidente lo spessore e la forza del personaggio femminile nei confronti di quello maschile ten
Parlo di un tempo da spettatori, quindi personale. Perac ciò che mi riguarda ho cominciato a non percepire il nudo come cata
Mi è piaciuta particolarmente la scena della crescita del bambino quando l’attrice Medea, seduta dando le spalle alla platea e indossando sulla testa il volto di lattice del neonato, riassume con un rituale di danza il suo alzarsi in piedi, la crescita.
La seconda parte mi rinviene una domanda che mi sono fatto con insistenza durante l’atto, circa il perché si ripetesse all’ossessione l’alfabeto greco – questo anche per una personale ricettività al testo piuttosto che ai movimenti (sono più un uomo di parole, per la danza sono un po’ un cavernicolo!) – che poi mi è parsa chiara come volesse andare a rappresentare un compromesso tra gioco infantile e crescita, questa volta non fisica (camminare verticale), ma intesa nell’apprendimento dell’abc in senso esteso; una metafora per la vita stessa.
L’ultimo atto è quello che scenicamente ho trovato più suggest
Proprio in quel momento mi è rinven
Ricordo di aver pensato – questo sicuramente in modo non originale – al deus ex-machina con Medea sospesa a metà altezza, al centro del palco, rompendo con il suo bianco candido tutta la scena.
Cr
In ogni caso è uno spettacolo da vedere, facendosi guidare da lui piuttosto che mangiare le tappe e facendo previsioni su ciò che si vedrà.
Parere personale naturalmente e niente affatto critico o con riferimento a.
(Ancona 9 maggio '08, per gentile concessione di @ndre@ il poeta www.nonsequitur.splinder.com caldamente consigliato ad andarci, volevo avere le sue parole - grazie!)
Da "Mater Camorra" di Luigi Compagnone a "Gomorra" di Roberto Saviano
Università Federico II - Napoli Aula 4 - Edificio centrale, corso Umberto I
Venerdì 16 maggio alle ore 16 nell'aula 4 dell'Edificio centrale dell'Ateneo, in corso Umberto I, si terrà il convegno dal titolo "Da Mater camorra di Luigi Compagnone a Gomorra di Saviano. Letteratura, giornalismo, teatro e cinema".
Ad aprire il convegno saranno il rettore Guido Trombetti, l'assessore regionale all'Istruzione e alla formazione, Corrado Gabriele, e il presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali dell'Ateneo, Massimo Marrelli.
Interverranno Toni Iermano, dell'Università degli Studi di Cassino, curatore della nuova edizione di Mater camorra di Luigi Compagnone, Pasquale Sabbatino, direttore del Dipartimento di Filologia Moderna Salvatore Battaglia, i docenti dell'Ateneo Marcella Marmo, Patricia Bianchi, Giuseppina Scognamiglio, Pasquale Iaccio, la coordinatrice dell'Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità del Corriere del Mezzogiorno, Chiara Marasca.
Il convegno si concluderà con l'intervento-spettacolo Gomorra e la partecipazione del regista Mario Gelardi e dell'attore Ivan Castiglione.
L'incontro gode del patrocinio della Regione Campania, Assessorato all'Istruzione e Formazione.
15.05.2008 Ore 21:00 in: Sala Grande
17.05.2008 Ore 17:00 in: Sala Grande
Beethoven: Egmont op. 84
Direttore: Antonello Manacorda
Voce recitante: Ferdinando Bruni Orchestra: Orchestra I Pomeriggi Musicali
Organizzazione: Fondazione I Pomeriggi Musicali
Telefono: +39 02 87905
Indirizzo: c/o Teatro Dal Verme - via San Giovanni Sul Muro, 2 - 20121 Milano
in replica: ven 16 h21 a Padova, teatro Verdi - dom 18 h21 a Voghera, chiesa dei Frati Francescani.
La celebre ouverture di Beethoven è un concentrato di dirompente energia musicale, che dà gioia agli amanti della musica offrendo anche una mirabile narrazione per note. La composizione non è una pagina a sé stante, bensì il brano che nel 1810 “apriva” la produzione viennese dell’Egmont di Goethe e una serie di musiche di scena commissionate per questa occasione. L’Egmont storico è un nobile condottiero al seguito di Carlo V, sostenitore della tolleranza religiosa e dell’indipendenza delle natìe Fiandre e perciò imprigionato e infine giustiziato dall duca d’Alba inviato, nelle Fiandre da Filippo II per soffocare ogni libertà. Poi c’è l’Egmont nato fra il 1775 e il 1786 dalla penna di Goethe che, sullo sfondo del quadro storico, assume i tratti di un eroe “Sturm und Drang”: nobiltà d’animo più che di sangue in cui le passioni si mescolano e sovrappongono, tolleranza e libertà che diventano parte di un amore universale per tutta l’umanità, accompagnate da una fondamentale aspirazione alla giustizia. Questo Egmont non poteva non sollecitare i sentimenti del giovane Beethoven, spiritualmente partecipe delle vicende storico-politiche del suo tempo e pervaso di amore immenso e idealistico per l’umanità. La composizione delle musiche fu anche l’occasione per uno scambio fra i due autori; Goethe in questo caso fu generoso di lodi, soprattutto per la pagina che accompagna il sonno di Egmont, per la quale lo stesso Goethe aveva chiesto che vi fosse musica. La concisione drammatica dell’Ouverture resta un unicum in Egmont, che per il resto offre una musica scritta per accompagnarsi al testo di Goethe. (voceditalia.it)
Ieri su Repubblica la rubrica di recensioni televisive sopra il palinsesto dei canali rai-mediaset era dedicata ad Aldo Moro - Il Presidente. Antonio Dipollina scrive che Michele Placido era "conscio della necessità di sfruttare i momenti di forte impatto, soprattutto i dialoghi serrati nel buco della prigionia con il Mario Moretti impersonato dal giovane Marco Foschi, un po' troppo caruccio per la parte".
Eh sì, lo so. Anch'io mi facevo simili scrupoli quando, vedendo Schindler's List, ammiravo a bocca aperta Ralph Fiennes che faceva Amon Goeth.
Basta solo che tra dieci anni MF non si metta a fare Voldemort per il ventesimo film di Harry Potter.
Intanto, Aldo Moro - Il Presidente è finito pure su imdb.
Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, di nuovo insieme alla regia, portano in scena un bestseller del teatro americano, Angels in America, saga provocatoria e commovente che si articola in due parti: Si avvicina il millennio e Perestroika. La prima parte, coprodotta da ERT/Emilia Romagna Teatro Fondazione e da Teatridithalia, ha debuttato con successo al Teatro delle Passioni di Modena nel maggio scorso; la seconda andrà in scena nella stagione 2008/2009.
Il dramma (o la commedia) di Tony Kushner ha fatto incetta di premi oltreoceano (Premio Pulitzer nel 1993, poi numerosi Tony Award, e infine 5 Golden Globe e 11 statuette agli Emmy Awards per la versione televisiva con Al Pacino, Meryl Streep e Emma Thompson) e, al suo debutto londinese per la regia di Declan Donnelan, è stata definito dal Sunday Times "una Divina Commedia per un'età laica e tormentata; un terremoto nel teatro, sconvolgente, terribile e magnifico".
Il sottotitolo esplicito, “fantasia gay su temi nazionali”, non sintetizza tutta la ricchezza dell’opera e la complessità dei personaggi: Kushner infatti affronta di petto il tema dell’identità, ma non per esaurirlo sotto il profilo sessuale, bensì per sondarne in profondità tutte le componenti, razziali, religiose e culturali, e per dipingere un mondo - il nostro - nel quale gli esseri umani faticano disperatamente a riconoscersi e accettarsi con consapevolezza e dignità.
I due testi raccontano le vicende sentimentali e i conflitti di due coppie: la relazione gay tra Prior Walter, che scopre di essere malato di AIDS, e Louis Ironson, incapace di accettare la malattia e il dolore, e il matrimonio fra l'avvocato mormone Joe Pitt, dilaniato nelle scelte sia private che professionali, e Harper, giovane moglie depressa; le loro storie s’intrecciano a quelle di Roy Cohn, personaggio realmente esistito, famoso e potente avvocato, e di Belize, infermiere professionale ed ex travestito. Sono tutti rappresentanti del melting pot della Grande Mela e, pur se legati al contesto storico degli anni Ottanta, si elevano a emblemi attuali e universali di un’umanità dolente.
Il registro della quotidianità, la concretezza del dolore e della malattia descrivono solo in parte questo testo immaginifico e barocco, nel quale gli angeli non sono quelli consolatori che volano sopra il cielo di Berlino, ma esseri grandiosi, narcisisti e un po’ hollywoodiani, che hanno il compito di trovare colui che più di ogni altro sappia aprire gli occhi su quest’epoca confusa e infelice, orfana di ideologie e di ideali.
Lo scenografo Carlo Sala ha voluto ricostruire all’Elfo l’ambiente essenziale del Teatro delle Passioni di Modena, fatto di nude mura di mattoni chiari: si crea così uno spazio ampio e semivuoto, dove vengono introdotti pochi elementi essenziali, luogo ideale per le immagini video di Francesco Frongia, capaci di trasformare la scena ora nello skyline che domina Central Park, ora nel panorama di Salt Lake City, nei cumuli di ghiaccio dell’Antartico, in bilico tra realtà e allucinazioni mentali. Il cast è guidato da Elio De Capitani, al quale è affidato il ruolo di Roy Cohn, avvocato di successo, già pupillo di MacCarthy, il senatore che scatenò la caccia alle streghe che infangò la storia degli Stati Uniti nel dopoguerra. Insieme a lui Ida Marinelli e Cristina Crippa, volti noti della compagnia, e un gruppo affiatato di attori tra i trenta e i quarant’anni: Elena Russo Arman e Cristian Maria Giammarini, già interpreti di molti spettacoli dell’Elfo, Edoardo Ribatto, Fabrizio Matteini e Umberto Petranca.

Milano
Istituto Tel. 02-606250
ISTITUTO SUPERIORE “LUIGI CREMONA”
Liceo Scientifico “Luigi Cremona”
Tecnico “Gino Zappa”
Viale Marche, 73
Thomas Stearn Eliot
The waste land
La Terra desolata
9, 10, 12, 14, 15, 16, 17 Maggio 2008 Ore 21,00
Uno spettacolo genera spesso un altro spettacolo. Quando l’anno scorso al Liceo “Cremona” provavamo il Pericle, principe di Tiro, ci siamo trovati più volte a citare Thomas Stearns Eliot, che molto amava quel testo di William Shakespeare, tant’è vero che alla fine avevamo premesso allo spettacolo
Perché questa scelta? Ci verrebbe naturale rispondere:” perché è bello” e chiudere così bruscamente. Una seconda risposta più articolata potrebbe far riferimento all’utilità didattica della proposta (In tutte le classi quinte si studia La terra desolata e uno spettacolo su un testo così paradigmatico del ‘900 è un’occasione unica per uno studente). Ma la verità forse è altrove ed è nascosta nelle stesse pieghe del poema di Eliot. Innanzitutto sentivamo il bisogno, dopo la festa delle Città invisibili e del Pericle (in cui, ricordiamo, sono stati coinvolti più di 60 studenti) di ricominciare dalle fondamenta, di ritornare ad un teatro di poesia a cui ci eravamo dedicati in passato e che avevamo un po’ abbandonato, un teatro che offrisse la possibilità di ascoltare la parola alta di un grande poeta e di sentirla fisicamente, rivissuta in corpore dagli studenti.
La terra desolata offre ad un’operazione di questo tipo molte possibilità: innanzitutto perché in essa la dizione poetica individuale si trasforma in una molteplicità di storie e di tempi, si realizza nell’oggettività di molti personaggi, e, in breve, si fa naturalmente teatro. In più La terra desolata si presenta come un diagramma impietoso della società occidentale, ne rappresenta i mali che la corrodono nelle più intime fibre (come l’indifferenza e l’incomunicabilità) e soprattutto in questi strani tempi di opposti integralismi prospetta un dialogo aperto ed emozionante tra la spiritualità occidentale e quella orientale.
Per non chiudere il progetto dentro i confini laboratoriali abbiamo abolito la distinzione che di solito separava l’attività drammaturgica dalla recitazione (sapere e recitare non sono due realtà separabili) e soprattutto abbiamo ritenuto necessario che lo spettacolo ricadesse nella vita quotidiana della scuola: alcuni dei ragazzi che hanno partecipato a questo laboratorio sono già andati o andranno nelle classi a raccontare la loro “Waste Land” perché l’amore per la poesia, quella passione che si genera solo memorizzandola, provandola e riprovandola, possa essere contagiata ad altri studenti.Per quanto riguarda lo spettacolo ci pare giusto indicare quali sono le linee che abbiamo seguito nel suo adattamento drammaturgico e nella sua realizzazione scenica.
Innanzitutto lo spettacolo riproduce il testo integrale, senza alcun taglio, e comprende titoli, dedica, epigrafe e anche alcune note dello stesso Eliot, tentando di simulare lo stesso ritmo della lettura: come chi legge è spesso spinto a rileggere, a ritornare sui suoi passi, a confrontare alcuni versi, così sulla scena si ripetono alcuni passaggi più volte, magari in simultaneità.
Il lettore della Waste Land non solo passa di continuo dal testo poetico alle note, ma spesso è costretto a consultare altri testi. La lettura del poema infatti impone una sorta di extratestualità continua. Nello spettacolo sono stati così inseriti testi di Chrétien de Troyes, di Ovidio e di Shakespeare.
La prima scena, una sorta di prologo, è tratta dal Perceval di Chrétien de Troyes: il mito del Graal, la leggenda di Parsifal, condannato a vagare per non aver posto la domanda essenziale (“Che cos’è il Graal?”) che avrebbe guarito il Re Pescatore, si configurano come una pre-historia della Terra desolata. Nel poema di Eliot il Graal non è ma nominato, ma la sua leggenda è sottesa a quasi tutti gli episodi. L’episodio inoltre permette di individuare un tema che serpeggia in tutta l’opera, quello dell’incapacità a comunicare: il silenzio è la colpa di Parsifal che ha reso la terra guasta.sul mito di Tereo e Filomela, che non è solo citato nel testo, ma ritorna più volta come una sorta di leit-motive. Non si trattava solo di spiegare un riferimento altrimenti incomprensibile, ma di ribadire ancora una volta il tema dell’incomunicabilità: Filomela non può più parlare perché la sua lingua è stata tagliata, ma sarà la sua voglia di comunicare (nella leggenda attraverso il ricamo, cioè attraverso un manufatto artistico) a denunciare il cognato che l’ha violentata. Così nello spettacolo il messaggio finale delle Parole del Tuono sarà affidato proprio a Filomela e al giovane Parsifal.
Nella seconda sezione troviamo poi un lungo passo di Ovidio sul mito di Tereo e Filomela, che non è solo citato nel testo, ma ritorna più volta come una sorta di leit-motive. Non si trattava solo di spiegare un riferimento altrimenti incomprensibile, ma di ribadire ancora una volta il tema dell’incomunicabilità: Filomela non può più parlare perché la sua lingua è stata tagliata, ma sarà la sua voglia di comunicare (nella leggenda attraverso il ricamo, cioè attraverso un manufatto artistico) a denunciare il cognato che l’ha violentata. Così nello spettacolo il messaggio finale delle Parole del Tuono sarà affidato proprio a Filomela e al giovane Parsifal.
Altri due inserti sono inseriti nella terza sezione: la leggenda di Tiresia (sempre narrata da Ovidio) che permette di sottolineare la centralità del personaggio, e un breve dialogo tra Ferdinando e Ariele tratto dalla Tempesta shakespeariana, che ha generato molti versi di Eliot.