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MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
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Qual è il modo migliore per rappresentare Shakespeare? Abbandonarsi al testo, sottomettervisi, lasciare che la parola scorra, nuda e cruda, scevra di orpelli e infingimenti, lontana da riletture e innovazioni, affidata invece al rassicurante solco della tradizione. In questa direzione di totale fedeltà al testo, di assoluto rispetto filologico, si orienta il regista Ferdinando Bruni nel raccontare la tormentata storia dei due innamorati realizzando con il Teatro dell’Elfo un allestimento pulito, lineare, rigoroso, ortodosso. Una scelta, questa, che la sera della "prima" è stata ampiamente apprezzata dal numeroso pubblico accorso al Romano. (…) questo Romeo e Giulietta è ineccepibile: una messinscena classica, di austera eleganza, senza sbavature né sussulti in cui i giovani attori sono visibilmente impegnati a dare il meglio di sé; una regia che incalza gli avvenimenti con rapidità sottolineandoli con le belle musiche originali di Fabio Barovero. Uno Shakespeare, insomma, in puro stile Shakespeare.
Betty Zanotelli, L’Arena, 25 luglio 2008
La sensazione che l’odio tra Montecchi e Capuleti sia oggi ancora papabile (…) Ecco il regalo che «Romeo e Giulietta» del teatro dell’Elfo, per la regia di Ferdinando Bruni, fanno al pubblico al Teatro Romano. (…) Sin dall’inizio l’impronta di Bruni sembra puntare sulla forza della parola e su recitazione marcata che nel lingo fa emergere la bravura di Edorardo Ribatto – Mercuzio e della veronese Federica Castellini nel ruolo, pur difficile, di Giulietta. Plauso anche alla balia Ida Marinelli, anche lei veronese, e LucaToracca un frate Lorenzo degno di De Filippo.
Tiziana Cavallo, Corriere di Verona, 25 luglio


Al Teatro Romano di Verona hanno debuttato negli anni passati due successi del repertorio di Teatridithalia: Il sogno di una notte di mezza estate (1997) e Il mercante di Venezia (2003), spettacoli diretti da Elio De Capitani e interpretati dall’ensemble dell’Elfo. Quest’anno la compagnia rinnova la collaborazione con l’Estate Teatrale Veronese per produrre un nuovo titolo, Romeo e Giulietta, affidandolo questa volta a Ferdinando Bruni, qui alla sua seconda regia shakespeariana dopo la personale rivisitazione della Tempesta per attori, fantocci, figure animate e musica, ma già interprete dei più importanti ruoli del repertorio elisabettiano: è stato un Amleto ottimamente recensito dal Finacial Times, Edoardo II, Puck e Shylock. Bruni guiderà un cast di giovani attori, selezionati tra più di trecento candidati e affiancati da due nomi storici dell’Elfo, l’attrice veronese Ida Marinelli e Luca Toracca. Protagonisti nei ruoli di Giulietta e Romeo saranno Federica Castellini, attrice venticinquenne, anche lei veronese ma formatasi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, già apprezzata interprete del Ventaglio diretto da Ronconi, e Nicola Russo, attivo nelle produzioni Teatridithalia sia come interprete (Sogno di una notte di mezza estate, Resti umani non identificati, Lo zoo di vetro, Come gocce su pietre roventi, Bottega del Caffè) che come regista (Le muse orfane e La storia dell’oca di Michel Marc Bouchard). Lo spettacolo andrà in scena a Milano dal 13 gennaio al 15 febbraio.
Note rileggendo Romeo e Giulietta:
Brucia fino in fondo la tua vita e muori giovane. Questo motto che nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso ha avuto tanta influenza sulla cultura (e sulla sottocultura) giovanile, alimentato dai miti delle vite spericolate e delle morti premature delle icone del cinema e della musica, da James Dean a Jim Morrison, racchiude in sé due possibili opposti significati: da una parte la fiducia nell’eroismo di una fine sfolgorante, nel pieno del vigore e della bellezza, che allontani per sempre lo spettro noioso della maturità e l’orrore della vecchiaia, dall’altro un avvertimento catastrofico che mette in guardia contro i pericoli di una vita che non vuole compromessi. Uno sguardo giovane quindi che sfida il buon senso in nome della passione e uno sguardo maturo che osserva questa sfida con la trepidazione del disincanto.
Anche in Romeo e Giulietta questo doppio sguardo sembra convivere: da una parte un inno alla giovinezza, alla passione, alla velocità, al pericolo, dall’altra un presagio di rovina, un memento mori. E contrasti e contraddizioni abbondano ad ogni livello in questo testo che forse proprio perché mitico è in fondo poco conosciuto nella sua struttura. Contrasti nel tema (eros-morte), nei personaggi (giovani–vecchi), nel linguaggio (poetico- quotidiano), persino nella spiegazione che si vuole dare della catastrofe finale (destino-incidente). Tutta l’opera riverbera di contrasti, fra buio e luce, notte e giorno, gioia e lutto, balli e funerali, ma quello portante, che coinvolge chi assiste fosse anche all’ennesima rappresentazione di Romeo e Giulietta e che la rende sempre tragicamente attuale, è quello tra un amore assoluto, di una purezza che proprio la sua brevità e il suo destino di morte rendono totale, e un odio altrettanto assoluto, in quanto cieco, in quanto ormai immemore delle ragioni della sua nascita.
Una lunga scia di sangue frutto di faide, di lotte faziose, di scontri politici o religiosi, perseguiti con l’ottusa bestialità delle risse fra tifoserie, collega la storia tragica dei due amanti di Verona con le vicende sanguinose della nostra epoca, e non ci sarà bisogno di ambientare la vicenda in Kossovo o in Israele, in Irlanda o nei Paesi Baschi, perché le parole di Shakespeare e la tragica fine dei suoi personaggi non risuonino in noi, perché le lotte fra Capuleti e Montecchi non richiamino alla mente altre lotte più vicine nel tempo e nello spazio.
Quindi scena del nostro spettacolo sarà una Verona cupa, stremata da queste lotte, percorsa dai bagliore delle fiaccole delle ronde, risuonante dei clamori delle risse, dal clangore delle armi, ma anche capace di feste, di balli, di scherzi e risate. Una Verona anche sanguigna, che sa ancora ridere dell’amore e dei suoi tormenti attraverso l’umorismo non certo lieve della Balia, uno dei personaggi femminili più potenti del teatro shakespeariano, e attraverso i lazzi osceni e poetici di Mercuzio, “l’esibizionista più famigerato”, la cui morte, ancora una volta assurda e futile, segna il punto di passaggio fra l’andamento leggero, quasi da commedia della vicenda e il suo precipitare verso la tragedia. Una Verona evocata da uno spazio elisabettiano essenziale e duttile dove le luci, le musiche, i suoni facciano vivere ambienti e situazioni senza rallentare il famoso “Two hours’ traffic of our stage”, senza togliere centralità al ruolo dell’attore, al gioco fra i personaggi, alla loro fisicità, che qui più che mai è chiamata in causa dal ribollire giovanile del sangue, da un tumulto degli ormoni che, se non trova sfogo nei baci, si placa nelle risse e nei duelli.
Al centro dello spazio, nel cuore della battaglia, in un luogo di silenzio, di allodole, di usignoli, di raggi di luna, dimentichi di tutto se non di loro stessi, Romeo e Giulietta vivono “la passione più cristallina, più sana e più positiva regalataci dalla letteratura occidentale” (Bloom), proprio perché tutta costruita sull’attesa del piacere, su piaceri non vissuti.
La grandezza e la straordinarietà del personaggio di Giulietta sta proprio nel suo essere ‘umana’ e non idealizzata, quindi non esente dal desiderio, anche sessuale, e nel suo essere al tempo stesso una quattordicenne che si apre alla vita. Così come Romeo, con le sue depressioni teatrali, le sue ostentate complicazioni di linguaggio, il suo repentino cambiare oggetto d’amore, i suoi slanci e le sue goffaggini è il ritratto fedele di ogni ‘giovane uomo’ a cavallo fra adolescenza e maturità dal 1595 ai giorni nostri. E la simpatia che è praticamente inevitabile provare per loro deriva proprio dal fatto che li riconosciamo come veri, che li abbiamo già incontrati, che il loro amore assoluto e semplice ci ricorda gli entusiasmi e le paure, le passioni categoriche e le delusioni violentissime del nostro apprendistato alla vita.
Mentre scrivo queste prime note e ripercorro ancora una volta il testo di Shakespeare, mi accorgo che uno dei motivi per cui la sua opera riesce a parlarci ogni volta come fosse la prima è una sua quasi magica capacità di muoversi insieme a noi attraverso le epoche della nostra vita. Così forse, proprio perché ormai sono definitivamente lontano dalla giovinezza, (anche da quella grottesca giovinezza prolungata tipica dei nostri tempi), mi accorgo di provare una pena e una tenerezza mai provate fino ad ora per Giulietta, per Romeo, per Paride, per Tebaldo, per Mercuzio, come se in qualche modo la loro vicenda ci raccontasse la vicenda di tutte le giovani vittime innocenti e inconsapevoli di un potere ‘adulto’ e cinico, stolido e crudele.
E penso che forse davvero “Non ci fu mai storia più triste di quella di Giulietta e del suo Romeo”. Ferdinando Bruni
http://www.flickr.com/photos/lucapiva/sets/72157606300153105/

23-24-25-26 luglio ore 21.15 (prima assoluta)
Dove: Teatro Romano - Regaste Redentore 2 Verona
Quella di Romeo e Giulietta è una storia che si consuma tra i contrasti: tra due famiglie avverse da tempo immemore (fino ad essersi dimenticate il motivo di tanto odio) e l’amore puro ed ingenuo dei suoi eredi; tra il mito giovanile di una vita vissuta tanto velocemente da divenire leggenda e lo sguardo maturo che tenta di mettere in guardia dall’illusione di un’esistenza senza compromessi; tra chi legge nel finale un destino già scritto e chi piange l’evitabile fatalità. Contrasti che la storia dell’umanità continua a riproporre da secoli e che si possono ritrovare negli intenti fratricidi di varie forme di terrorismo dei giorni nostri. La tragedia di Romeo e Giulietta non ha bisogno di essere trasferita in quei luoghi dove tutt’oggi c’è la guerra per richiamare contraddizioni più vicine nel tempo e nello spazio. Per questo il regista Ferdinando Bruni ha deciso di ambientarla ancora una volta a Verona: una città percorsa dalle fiaccole delle ronde e stremata dalle risse ma ancora capace di organizzare balli e far incontrare i giovani. Come ai tempi di Shakespeare ha scelto di raccontarla in un allestimento essenziale in cui saranno luci, suoni e musiche ad accompagnare gli attori sul palco nello svolgersi dei tumulti. E al centro di tutto, protetti dal canto degli usignoli, i due protagonisti vivranno il loro amore cristallino.
regia e traduzione di Ferdinando Bruni
scene Andrea Taddei
costumi Ferdinando Bruni
con
Nicola Russo (Romeo), Federica Castellini (Giulietta), Ida Marinelli (Balia), Luca Toracca (Frate Lorenzo), Edoardo Ribatto (Mercuzio), Giancarlo Previati (Capuleti), Alessandra Antinori (Donna Capuleti), Fabiano Fantini (Principe/Cugino/Speziale), Alessandro Rugnone (Benvolio), Giovanni Andrea Fugaro (Tebaldo/Padre), Nicola Stravalaci (Montecchi/Pietro), Silvio Laviano (Paride), Jacopo Fracasso (Baldassarre)
luci di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli,musiche originali di Fabio Barovero , duelli e risse a cura di Beniamino Caldiero, maschere di Giovanni De Francesco, assistenti alla regia Mara Heidempergher, Riccardo Pippa, assistente alle scene e costumi Andrea Serafino
una produzione Teatridithalia in collaborazione Estate Teatrale Veronese e AMAT
SOLO PRIME PER IL BARDO
Per festeggiare i 60 anni del suo festival dedicato a Shakespeare, Verona si trasforma in un grande palcoscenico ke, per un mese, farà da sfondo alle manifestazioni in onore del Bardo. ...
... In 'Romeo e Giulietta' si cimentano i giovani della compagnia dell'Elfo, guidati da Ferdinando Bruni che ne è attore e regista di punta. (Luciana Fusi - qui touring)

... auguri autoreferenziali al blog...
gran bella idea, Cecilia!!!
Di fatto, non esiste una cosa come l'Amleto di Shakespeare. Se Amleto possiede qualcosa della definitezza di un'opera d'arte, possiede anche tutta l'oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie. Così Oscar Wilde definisce la più celebre tragedia shakespiriana, un'opera che Latella ha concepito con una messinscena realizzata come un'esposizione di quadri: undici piani sequenza, che esaltano sei tematiche dominanti della tragedia, in ognuno dei quali l'interprete o gli interpreti, attori e al contempo autori, rappresentano il ritratto in primissimo piano di un personaggio o di un gruppo di personaggi dell'AMLETO. Undici quadri raggruppati sotto sei titoli: si comincia alle 10.00 del mattino con il quadro OMBRE ("I Becchini". "Le guardie".), seguito da POTERE ("Regina Gertrude". "Re Claudio".), FRATELLI/FOLLIA ("Ofelia". "Laerte".), SPIE ("Polonio". "Rosencrantz e Guildenstern".), TEATRO ("I Comici". "Il duello".), TESTAMENTO ("Amleto").
Ancora una volta il gruppo, formatosi negli anni attorno al lavoro di Latella ha partecipato alla creazione già dal concepimento dello spettacolo.
Il progetto Non Essere ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di prove, a partire dal gennaio 2007, ed ora vede la luce anche grazie al contributo generoso di tutti gli artisti coinvolti nel processo creativo, di fatto coproduttori dell'impresa. Alla fine degli anni Novanta, Latella aveva già affrontato Amleto ma, a distanza di anni da quell'esperienza, il suo sguardo sull'Opera si è dilatato, diventando la presentazione di un processo artistico più che uno spettacolo. A partire dall'idea di realizzare una sorta di mostra nella quale esporre come delle gigantografie dei vari personaggi, il testo dell'Amleto viene ripercorso, attraverso sei tematiche dominanti della tragedia, in undici stazioni/quadri in cui si stagliano i ritratti isolati dei principali personaggi del testo shakespeariano, autonomi anche nella loro forma di espressione. Unico filo rosso, Orazio, presente in tutti i quadri.
«Il grande tema di questo progetto è il teatro, non Amleto» - spiega Latella. «Sono undici appuntamenti che danno una possibilità di teatro. Per quanto riguarda i generi e le forme che attraversano questo spettacolo, sono cifre teatrali sviluppate dalla conoscenza di ogni autore che ho affrontato». «L'idea è partita dal non essere per arrivare all'essere» - racconta ancora il regista: «partire da un pagina bianca che aspetta di essere riempita, dove la scenografia muta a seconda dei personaggi e diventa un'idea di Amleto diversa. La pagina cambia forma, prende forma davanti a noi, come una serie di quadri. L'intera operazione è come un grande quadro composto da tanti quadri più piccoli: sposti i colori per dare equilibrio alla grande visione complessiva». «L'essere o non essere e la pantomima sono i due momenti chiave del testo», spiega ancora Latella. «Rispetto all'essere o non essere ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, è messo di fronte a questa domanda; il non essere, peraltro, non è solo il fatto di uccidersi. Tu puoi non essere anche in vita».
Gli interpreti dello spettacolo sono: Michele Andrei (POLONIO), Massimo Albarello (BERNARDO e UN COMICO), Fabio Belletti (FRANCISCO e UN COMICO), Sebastiano Di Bella (MARCELLO e UN COMICO), Anne-Sophie Durand (OFELIA), Marco Foschi (AMLETO), Nicole Kehrberger (REGINA GERTRUDE), Giuseppe Lanino (ROSENCRANTZ e PRIMO BECCHINO), Fabio Pasquini (LO SPETTRO DEL PADRE), Annibale Pavone (ORAZIO), Enrico Roccaforte (LAERTE), Rosario Tedesco (RE CLAUDIO), Emilio Vacca (GUILDENSTERN e SECONDO BECCHINO).
La biglietteria sarà a disposizione del pubblico lungo tutta la durata dello spettacolo, che prevede undici pause in corrispondenza dei vari quadri: gli organizzatori del festival hanno previsto alcuni coffe-break a disposizione degli spettatori, mentre nella pause principali della durata di un'ora e trenta (intorno alle 15 e alle 20.30) alcuni locali della città garantiranno un servizio di ristoro veloce a prezzi convenzionati a disposizione dei possessori dei biglietti d'ingresso.
L' inaugurazione ufficiale di Mittelfest 2008 è fissata per sabato 19 luglio: al termine del primo concerto della giornata, che segna il ritorno del Quartetto Borodin, questa volta affiancato dal violoncello di Mario Brunello (alle 18, nella chiesa di San Francesco), un momento di incontro con il pubblico nel rinnovato spazio di Foro Giulio Cesare, dove alle 20.30 è in programma È Oriente, da Budapest al Mar Nero, dal testo di Paolo Rumiz un concerto poetico di Barbara Della Polla, Caterina Goriup e Fabio Calcioli. Da segnalare l'evento di chiusura della giornata inaugurale con l'atteso concerto in Piazza Duomo (alle 22.30) dell'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, che si esibirà sotto la conduzione della bacchetta del moscovita Michail Jurowski.

foto: Anna Bertozzi
Festival di Spoleto: da Bob Wilson un'esemplare Opera da tre soldidi Renato Palazzi |
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La formidabile Opera da tre soldi che Bob Wilson ha presentato al Festival di Spoleto con gli attori del Berliner Ensemble nasce anche dall'incontro fra due "scuole", fra due metodi di lavoro: da un lato il rigore epico della compagnia, la sua impeccabile applicazione delle indicazioni brechtiane, dall'altra l'alta stilizzazione visiva del regista texano, le sue rarefatte geometrie, le sue asciutte sintesi grafiche: questo intreccio, che a tratti potrebbe diventare anche un contrasto, ha dato invece luogo a una messinscena davvero esemplare del celebre testo, uno degli spettacoli più belli, più entusiasmanti degli ultimi anni. |
ilsole24ore.com - 7.7.08
TEATRO: L'OPERA DA TRE SOLDI DI BERTOLT BRECHT, REGIA DI ROBERT WILSON, TEATRO NUOVO - SPOLETO (PERUGIA)
Il festival dei due mondi torna all'imponenza di un tempo, con la scadenza dell'anno di edizione 50 più uno che vede uscire di scena la famiglia Menotti. Questo ha garantito al nuovo direttore Giorgio Ferrara (chiamato per il rilancio da Rutelli e Veltroni, ma ovviamente ben festeggiato dall'attuale governo) un budget cospicuo, di poco inferiore a quello del festival nazionale di Napoli. Che lui si è trovato però a spendere e programmare in pochissimo tempo. Il cartellone che ne è risultato è stato di conseguenza diseguale, a parte gli omaggi doverosi e felici come quello alla grande signorina, decana del teatro italiano, Franca Valeri.
Ma tra molte cose all'apparenza casuali, va il merito a Spoleto 2008 di aver portato (per sole due repliche, peccato) lo spettacolo dell'estate italiana: l'Opera da tre soldi che Bob Wilson aveva realizzato nell'autunno scorso al Berliner Ensemble con quegli attori strepitosi, e che risulta una sorta di summa teatrale, oltre che un bellissimo ritratto del lavoro di Bertolt Brecht come di Wilson. Lo stesso artista texano, padre di una parte del novecento teatrale, sovrintendeva direttamente dalla platea a questa «rilettura» (come per Brecht e Weill era stato per l'originale settecentesco di John Gay) totalmente inventiva, eppure fedelissima.
Il colpo d'occhio abbacinante suggeriva una visione cartoon dell'epopea di Mackie Messer: a cominciare dal moltiplicarsi delle griglie geometriche che ritagliavano ogni immagine. Un mondo, quello della marginalità londinese, fatto di sbarre, grate, inferriate e gattabuie, prospettive che per i mendicanti sono i tombini, e per i malavitosi le galere. Che poi nel capolavoro brechtiano coincidono. E assai da fumetto erano i personaggi, sagome statuarie come la «Tordella» della signora Peachum, o l'ambiguo Mackie con i riccioli biondi e la guepière sotto lo smoking, che citava insieme Marlene e Viktor Victoria. Ma anche Chaplin al corteo nuziale, e il grande espressionismo tedesco dei Grosz e degli Otto Dix.
Tutto naturalmente inquadrato dalla matita elettrica dell'occhio di Wilson, perfezione geometrica formale e apparente semplicità. Una goduria per l'occhio, e un brivido per il cuore, nel riconoscere in quei racket e in quelle malefatte quelle che sono poi diventate, da un secolo all'altro, strutture di potere e consenso politico, scientifiche e controllate. Ma che hanno sulla scena la simpatia incolmabile di birichinate e eccessi che ci illudiamo essere lontani (certo l'ultima parte dell'Opera da tre soldi va a frugare proprio nei rapporti e negli interessi di un bordello...). Così da recuperare lo straniamento brechtiano e la meraviglia di Wilson. Che si gioca in grande stile l'antica collaborazione con Heiner Müller (che di Brecht era stato allievo davvero, per quanto poco ortodosso), e il piacere dell'opera contemporanea, qui libera da ogni stanchezza di routine. Fanno il resto gli attori, che non essendo più quelli della prima leva del Berliner dopo la guerra, si possono divertire anche loro a inventarsi quella Londra al tempo di Weimar e Isherwood. E sono nomi storici come Jürgen Holz, Traute Hoess, Stefan Kurt, e soprattutto Angela Winkler (che chissà perché ci nega la mitica Surabaja Johnny solo accennata).
È stato un successo trionfale, e anche se Wilson non è una «scoperta» (come a Spoleto un tempo usava, e anche lui fu, 35 anni fa circa) è bello assistere a un grande spettacolo. Ma il festival di quest'anno offriva anche un altro interessante angolo di osservazione: quello della nascita di un lavoro. Luca Ronconi (altro reduce illustre di Spoleto, con l'Orlando furioso del '69) ha tenuto per cinque pomeriggi «prove aperte» dei testi di Ibsen, con l'ultima generazione dei suoi attori allievi. Anche questo è stato uno «spettacolo» irresistibile, perfino per quei testi che pure Ronconi ha già messo in scena, come L'anitra selvatica o Spettri. Si sentiva un gusto per lo scavo, un piacere nell'oltrepassare l'apparente perbenismo ibseniano, uno smascheramento continuo della morale borghese colta nella sua massima espressione storica, fuori del comune. Un piacere destinato a trovare premio in se stesso, perché quel lavoro non è destinato per ora a nessuna messinscena. Ma è giusto che un festival importante porti lo spettatore anche oltre e dietro il sipario.
Verità svelate
Una mattina, nel parcheggio di un pronto soccorso, Franz viene trovato morto sul sedile della sua automobile. Paolo intanto lo aspetta alla palestra dove sono soliti incontrarsi per tirare di scherma. Siamo nella ricca provincia del Nord Est, fatta di case belle costruite con i soldi. Paolo scoprirà che l'amico appena scomparso non era la persona che lui credeva, scoprirà lo spietato mondo delle concerie, e scoprirà come ascoltare un bambino autistico...
Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007
E' uscito nelle sale italiane, un pò per miracolo, un ottimo esordio cinematografico: Apnea. Roberto Dordit esordisce al lungometraggio con uno strano giallo sociale ambientato nel profondo nord est, fra le contraddizioni d'una realtà imprenditoriale afflitta da esasperate pressioni del mercato internazionale. La storia produttiva del film è illuminante sullo stato dell'arte cinematografica nel nostro paese: dichiarato nel 2004 di interesse culturale e nazionale dal Ministero per i Beni Culturali, ha avuto accesso ai fondi destinati alle opere prime e seconde (art. 8), consistente in un contributo di 250 mila euro come aiuto alla distribuzione, contributo però tagliato dal celeberrimo Decreto Urbani. Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007.
Morti bianche
In un'intervista, Dordit ha dichiarato di aver sentito parlare per la prima volta dei frequenti incidenti che accadono nelle concerie venete nel bel Schei di Gian Antonio Stella. “Schei” significa soldi. “Schei” significa, applicato all'industria, che ogni cosa ha un prezzo e che il potere è nelle mani di chi possiede più “schei”, e che tutto il resto sono solo chiacchere. In Italia la questione delle morti bianche registra cifre preoccupanti, costantemente richiamate dalle istituzioni incapaci di porre rimedio a una realtà produttiva che produce – appunto – poco più di tre incidenti mortali al giorno sul posto di lavoro. Spesso le vittime sono stranieri. Gli extracomunitari che lavorano silenziosi senza mai aprir bocca, disposti a sopportare qualsiasi umiliazione pur di ottenere quei due soldi necessari alla propria dignità, sono esseri invisibili in questi nostri paesi ospitanti, che di ospitale non hanno nemmeno più la fantasia. Loro fanno quei lavori che oggi nessuno più vorrebbe fare. Gli “ospiti” sono persone a metà, costrette in condizioni dove non è nemmeno prevista la possibilità di avere una prole, sotto-proletari ai quali sono negati i diritti di cittadinanza più elementari. Esseri umani la cui vita vale meno di niente. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo, fuori da ogni legge ed al di là d'ogni principio legato alla sicurezza è la chiave attorno alla quale è costruito il freddo giallo sociale allestito da Roberto Dordit. Le concerie sono luoghi pericolosi dove lavorare. Le vasche all'interno delle quali la pelle subisce i trattamenti per la colorazione sono contenitori di gas letali per l'organismo e la loro pulizia è un'operazione rischiosa perchè da svolgersi in completa apnea. Se si respira quell'aria si muore, si muore intossicati nel giro di pochi minuti. Questo tipo di lavoro è una delle classiche mansioni che gli italiani non vogliono fare più, perchè troppo pericolose e troppo mal pagate. Il Nord Est d'Italia è zona geografica specializzata in questo tipo di attività commerciale, le sue concerie sono fra le più rinomate ma la concorrenza derivata dal costo irrisorio della manodopera nei paesi del terzo mondo sta velocemente mettendo in crisi un intero settore. Per stare al passo con tale concorrenza, magari uno avanti, bisogna ridurre al massimo i costi, e ciò significa produttività oltre ogni legge. Straordinari e sicurezza sono le due variabili che in maniera inversamente proporzionale vengono maggiormente chiamate in causa dalla produzione. Si oltrepassano le ore massime di straordinario e si chiude un occhio sul rispetto rigoroso delle norme di sicurezza.
Lavorare in apnea per non morire
Questo è ciò che viene richiesto ai lavoratori nelle concerie italiane. I metodi di lavorazione della concia delle pelli appaiono assolutamente inumani, e qui risiede la forza della pellicola, non a caso patrocinata dalla CGIL. La macchina da presa segue i personaggi che si muovo nelle fabbriche: ne vediamo di moderne, di abbandonate, seguiamo il procedimento industriale, vediamo cosa fanno gli operai. Un catalogo di immagini che può darci qualche elemento per comprendere davvero cosa possa essere una fabbrica degli anni 2000. I luoghi di lavoro sono territori estromessi dai media, raramente vediamo in cosa si concretizzano quelle professioni ai limiti della legalità spesso fondamentali per il ciclo produttivo.
Paolo è interpretato da un sornione Claudio Santamaria, giovane giornalista sportivo d'una pubblicazione di provincia, che lentamente inizia a scavare sotto le apparenze del tragico infarto che ha stroncato l'amico conducendo un'indagine che lo porterà a scoprire gli scheletri che affollano l'apparente rispettabilità del capitalismo veneto. Un eccellente Elio De Capitani da corpo e voce al magnate locale (sarà proprio grazie a questa interpretazione che giungerà a Il Caimano di Moretti), vero paradigma attorno al quale costruire il polo negativo della narrazione. Vorrei segnalare a chi non lo sapesse che Elio De Capitani ha realizzato, pur essendo fra i migliori attori in circolazione nel nostro paese, solamente quattro pellicole, due delle quali negli ultimissimi anni e con ruoli piuttosto vicini per caratterizzazione del personaggio (se sia più di “fantasia” Berlusconi o questo imprenditore del Nord Est è difficile dire): Il Caimano (Nanni Moretti, 2006), Apnea (Roberto Dorit, 2004), Veleno (Bruno Bigoni, 1993) e Sogno di una notte d'estate (Gabriele Salvatores, 1983). Compongono il cast Giuseppe Battiston, nome spesso presente nei film a sfondo sociale del nostro cinema (Pane e Tulipani, La meglio gioventù, La tigre e la neve, La bestia nel cuore, A casa nostra); l'attrice italo-australiana Michela Noonan, che presta la sua fastidiosissima parlata anglo-italiana alla figlia dell'industriale/caimano; Fabrizia Sacchi - nel ruolo moglie dell'amico scomparso - che da un'intesa prova per un personaggio non completamente risolto e decisamente problematico; e infine il piccolo Daniele Mauro, che interpreta il figlio autistico dell'industriale De Capitani e presta la propria collaborazione per il carattere più controverso dell'intero film. Questo ragazzino, afflitto dal problema dell'autismo, sarà "proppianamente" l'aiutante dell'eroe (Santamaria), che risolverà il caso proprio riuscendo a entrare in contatto con quella parte nascosta che il bambino chiude autocentricamente dentro di sé. Risultano però piuttosto slegati dal resto della narrazione i momenti dedicati all'esplorazione del mondo interiore del piccolo Leo, e solamente accennati i motivi per cui Paolo riesca in qualche modo a comunicare con lui. Forse è solamente la sua capacità di ascoltare che li avvicina; forse solamente più amore può “curare” questo male oscuro.
Girato in digitale e fotografato con colori desaturati e sovraesposti, il film restituisce la sensazione di oscurità dell'intera vicenda e di un intero territorio all'interno del quale istinti utilitaristici brulicano e si concretizzano lontano da occhi indiscreti, lontano da animi che non potrebbero accettare la cinica etica con la quale il denaro viene prodotto. Un'ultimissima notazione su una colonna sonora di pregevole livello per gli amanti dell'elettronica, contenente i Koop e, udite udite, Matthew Herbert con la sua big band.
Intanto al botteghino, durante il primo week-end di programmazione, il film ha incassato 14.681 euro, con media-copia di 2.936 euro su 5 copie censite da cinetel. Un ottimo risultato per un film che ha trovato con così tanta difficoltà la sua strada. Dato incoraggiante, seppur minuscolo.
Alessio Galbiati - www.spaziofilm.it

di Magda Poli (Corriere della Sera, domenica 6 luglio, p. 40)
Un Amleto analizzato da molteplici punti di vista: quello dei becchini, delle guardie, dello spettro, di re Claudio, della regina, di Ofelia, di Laerte, di Polonio, di Rosencrantz e Guildenstern, dei comici e infine di Amleto. Quattordici ore di ritratti-spettacolo in Non essere-Hamlet' s portraits di Antonio Latella, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi. Orazio, il bravo Annibale Pavone, è il personaggio-guida di questo «studio», che testimonia, nella visione che i protagonisti hanno della vicenda, l' abisso esistente tra soggettività e realtà. Così, ad esempio, tutti i personaggi recitano «essere o non essere» e per Polonio, grottesco, benpensante topo-spia, è la testimonianza della «follia» di Amleto: è pazzo chi si pone un interrogativo del genere; per Rosencrantz e Guildenstern sono parole senza peso di un intellettuale; Amleto, l' ottimo Marco Foschi, protagonista degli ultimi due capitoli - «Duelli» e «Testamento», lo recita con straordinaria semplicità e verità: è il naturale rovello esistenziale che ogni uomo dovrebbe porsi per stimarsi tale. Felici intuizioni si rincorrono a formare una interessantissima lettura registica con qualche fragilità drammaturgica (a volte le battute non riescono a declinarsi in nuovi punti di vista ma solo si ripetono). Latella mette in atto con intelligenza e urgenza cognitiva un impulso radicale a esplorare le possibilità di significato e di verità che si celano in un' opera d' arte per svelare, come scriveva Joyce, ciò che è «grave e costante» nel mistero della nostra condizione e che un capolavoro come Amleto ha in sé. Perché ciò accada è necessario, però, che lo scavo arrivi a quell' essenzialità che è specchio della poesia, per riuscire così a sfiorare l' amletico, brutale enigma del significato dell' esistere e del morire.
Non essere di Antonio Latella, Cividale del Friuli, Mittelfest (il 18)