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martedì, 29 luglio 2008

FINALMENTE LA RECE DI CAPITTA!!!

Voci di fede, tolleranza e libertà in terra friulana
MITTELFEST Ovadia, Latella, Baryshnikov, Marini all'edizione 18 che chiude stasera
Gianfranco Capitta
CIVIDALE DEL FRIULI

Sarà proprio Moni Ovadia a concludere stasera il 18° Mittelfest, nella città longobarda ormai votata alla cultura mitteleuropea. Ovadia presenterà Oylem Goylem, un suo classico inossidabile, che nel 1993 fece di lui una star non solo italiana e un intellettuale di peso, per salutare il festival dopo cinque anni di direzione. La sua scelta, netta e riaffermata in pubblico la sera dell'inaugurazione (prima che Barbara Della Polla sull'onda di immagini e musica desse voce al libro di Paolo Rumiz È oriente, da Budapest al mar Nero), nasce non solo dall'orgoglio di queste cinque edizioni che su di lui hanno fatto perno, ma anche dagli incresciosi colpi della politica, che da poco ha riportato la destra al governo della regione, maggiore finanziatore di Mittelfest. Mentre numerosi concorrenti all'incarico scaldano i muscoli (almeno chi ce li ha) lo spoil system sembra destinato a colpire anche il cda del festival, a cominciare dal suo presidente Furio Honsell. Che del resto, al di là della notorietà mediatica raggiunta da Fabio Fazio, è già rettore dell'università di Udine, e ora anche sindaco del capoluogo friulano. Un cumulo forse eccessivo di incarichi, ma la successione, secondo le abitudini regionali, non produce in genere le scelte migliori.
Moni Ovadia con il suo entusiasmo e la sua combattività ha riempito del resto il festival anche fuori dei palcoscenici, trasmettendo a un ambiente eterogeneo l'impulso della collaborazione e dell'intelligenza, con iniezioni benvenute di ironia e sorrisi. Tanto più necessari per le molte compagnie dell'est la cui presenza era soprattutto utile in quanto documentaria di situazioni spesso sconosciute. Mentre invece hanno brillato in scena un paio di fuoriclasse come Mikhail Baryshnikov e Giovanna Marini, e l'intero gruppo storico dei Cantacronache torinesi anni 60 (con molti innesti di riguardo, da Bertelli a Banda Osiris, sulla cava di Tarpezzo), mentre la funzione di «inauguratore ufficiale» è stata affidata a Antonio Latella con il suo chilometrico Non essere, ovvero Hamlet's Portraits, scomposizione «in orizzontale» del capolavoro shakespeariano, iniziato alle 10 del mattino e conclusosi alle due dopo la mezzanotte.
Latella lavorava da più di un anno a questo suo nuovo Amleto (ne aveva presentato uno più regolare, almeno quanto a durata, qualche anno fa). Questa operazione (vista prima solo il mese scorso alle Colline torinesi che lo hanno coprodotto con lo stabile dell'Umbria) non si sa che destino avrà nei circuiti teatrali, ma certo è un privilegio (un «lusso» verrebbe da dire) che egli si è conquistato proprio col suo lavoro e il suo metodo (un dato sicuro questo, almeno quanto quello della follia di Amleto). Il lavoro fisico del regista sugli attori si rifrange in infinite variazioni che affollano i capitoli «tematici» in cui è scandito, con piccole pause per i pasti il caffè o una sigaretta. Gli attori rispondono con entusiasmo, secondo una tradizione che li unisce in maniera strettissima al loro demiurgo. Anche per quelli in cui il ruolo si tramuta presto in tour de force, come l'impertinente ma rassicurante Annibale Pavone che come Orazio è presente in scena per tutti quanti gli episodi. E naturalmente per Marco Foschi (con un piede già nel successo cinematografico) che è Amleto, e preferirebbe scoppiare piuttosto che rallentare l'ultima performance di due ore, quella decisiva e riassuntiva. È che forse (ma Latella non vorrebbe sentirselo dire, e quindi si sussurra appena) altri episodi potrebbero essere sfumati o quasi cassati: non perché non siano belli da vedere, ma perché non aggiungono molto se non al monte ore globale. E vale anche per brani curiosi, come i 45 minuti di duelli spadaccini, che dopo poco rimandano alla preparazione dei film storici in provincia di Cinecittà. Giusti e pertinenti invece gli episodi Polonio (Michele Andrei), Ofelia (Anne Sophie Durand), Gertrude (Nicole Kehrberger). Assai godibili gli innesti classici e pop nel sonoro di Franco Visioli.
L'altro protagonista di smalto di Mittelfest (senza indagare troppo il nesso) è stato il divino Baryshnikov: nei suoi Tre duetti si è speso e risparmiato, mostrato e ironizzato, fatto virtuoso e reso dimesso, come solo una grande etoile può fare, sapendo quanto c'è di leggerezza e di pensiero dentro la danza. Ha girato l'Italia e l'Europa con questo trittico condiviso con David Neumann e Ana Laguna (moglie del coreografo dei pezzi Mats Ek) sulle note di Arvo Part e di Philip Glass. Lui non è solo il malandrino russo di Sex and the City: è mitica la sua grazia come la sua forza, una immagine bella di questi anni sbandati e crudeli. Il teatro Giovanni da Udine è sembrato per l'occasione perdere il controllo.
Chi invece ha ormai una autorità indiscussa, e in piena notte si è guadagnata una standing ovation, è Giovanna Marini, con la nuova sua cantata per il Quartetto di cui fa parte con Patrizia Bovi, Francesca Breschi e Patrizia Nasini. Col titolo Ritorno ad Aquileia, le signore dalle voci possenti frugano in quella che fu una terra di religione libera e creativa, ecumenica e solidale, che visse a lungo fuori dei vincoli e delle limitazioni che Roma andava costruendo a guardia del cristianesimo. Canti nuovi e canti di tradizione riscritti da Marini, lievitano in una serena sicurezza di fede, in una felice affermazione di umanità. E fanno impressione davvero quelle signore, attendibili e ineludibili, rispetto ai défilé repressivi, dogmatici e quotidiani del papa romano. Con conseguente trionfo bipartisan e davvero mitteleuropeo tributato da tutto il pubblico.
(ilmanifesto.it - 27.7.08)

postato da: erica1cate alle ore 09:17 | link | commenti (4)
categorie: recensioni, eventi, articoli, marco foschi, antonio latella
domenica, 27 luglio 2008

ROMEO E GIULIETTA: RECE!!!

Teatro Romano: Romeo e Giulietta dai toni classici


Qual è il modo migliore per rappresentare Shakespeare? Abbandonarsi al testo, sottomettervisi, lasciare che la parola scorra, nuda e cruda, scevra di orpelli e infingimenti, lontana da riletture e innovazioni, affidata invece al rassicurante solco della tradizione. In questa direzione di totale fedeltà al testo, di assoluto rispetto filologico, si orienta il regista Ferdinando Bruni nel raccontare la tormentata storia dei due innamorati realizzando con il Teatro dell’Elfo un allestimento pulito, lineare, rigoroso, ortodosso. Una scelta, questa, che la sera della "prima" è stata ampiamente apprezzata dal numeroso pubblico accorso al Romano. (…) questo Romeo e Giulietta è ineccepibile: una messinscena classica, di austera eleganza, senza sbavature né sussulti in cui i giovani attori sono visibilmente impegnati a dare il meglio di sé; una regia che incalza gli avvenimenti con rapidità sottolineandoli con le belle musiche originali di Fabio Barovero. Uno Shakespeare, insomma, in puro stile Shakespeare.
Betty Zanotelli, L’Arena, 25 luglio 2008

La sensazione che l’odio tra Montecchi e Capuleti sia oggi ancora papabile (…) Ecco il regalo che «Romeo e Giulietta» del teatro dell’Elfo, per la regia di Ferdinando Bruni, fanno al pubblico al Teatro Romano. (…) Sin dall’inizio l’impronta di Bruni sembra puntare sulla forza della parola e su recitazione marcata che nel lingo fa emergere la bravura di Edorardo Ribatto – Mercuzio e della veronese Federica Castellini nel ruolo, pur difficile, di Giulietta. Plauso anche alla balia Ida Marinelli, anche lei veronese, e LucaToracca un frate Lorenzo degno di De Filippo.
Tiziana Cavallo, Corriere di Verona, 25 luglio
 

 giulietta 1ribatto_russo_rugnone

postato da: erica1cate alle ore 21:30 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, eventi, foto, articoli, ferdinando bruni
mercoledì, 23 luglio 2008

ROMEO E GIULIETTA TORNANO A VERONA

Teatro Romano - Regaste Redentore 2 Verona - info: 045/8001072
Info e biglietteria presso Palazzo Barbieri, angolo via Leoncino n. 61, Verona - Tel. 045.8066.485/488
Teatro Romano di Verona, 23-26 luglio 2008
ROMEO E GIULIETTA
di William Shakespeare
regia e traduzione di Ferdinando Bruni
scene di Andrea Taddei
costumi di Ferdinando Bruni
con Nicola Russo (Romeo), Federica Castellini (Giulietta) Ida Marinelli (Balia), Luca Toracca (Frate Lorenzo), Edoardo Ribatto (Mercuzio) Giancarlo Previati (Capuleti), Alessandra Antinori (Donna Capuleti) Fabiano Fantini (Principe/cugino/speziale), Alessandro Rugnone (Benvolio) Andrea Fugaro (Tebaldo/Padre Giovanni), Nicola Stravalaci (Montecchi/Pietro) Silvio Laviano (Paride), Jacopo Fracasso (Baldassarre)
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
duelli e risse a cura di Beniamino Caldiero
maschere di Giovanni De Francesco
una produzione Teatridithalia in collaborazione con Estate Teatrale Veronese e AMAT
prima nazionale

romeoegiulietta

Al Teatro Romano di Verona hanno debuttato negli anni passati due successi del repertorio di Teatridithalia: Il sogno di una notte di mezza estate (1997) e Il mercante di Venezia (2003), spettacoli diretti da Elio De Capitani e interpretati dall’ensemble dell’Elfo. Quest’anno la compagnia rinnova la collaborazione con l’Estate Teatrale Veronese per produrre un nuovo titolo, Romeo e Giulietta, affidandolo questa volta a Ferdinando Bruni, qui alla sua seconda regia shakespeariana dopo la personale rivisitazione della Tempesta per attori, fantocci, figure animate e musica, ma già interprete dei più importanti ruoli del repertorio elisabettiano: è stato un Amleto ottimamente recensito dal Finacial Times, Edoardo II, Puck e Shylock. Bruni guiderà un cast di giovani attori, selezionati tra più di trecento candidati e affiancati da due nomi storici dell’Elfo, l’attrice veronese Ida Marinelli e Luca Toracca. Protagonisti nei ruoli di Giulietta e Romeo saranno Federica Castellini, attrice venticinquenne, anche lei veronese ma formatasi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, già apprezzata interprete del Ventaglio diretto da Ronconi, e Nicola Russo, attivo nelle produzioni Teatridithalia sia come interprete (Sogno di una notte di mezza estate, Resti umani non identificati, Lo zoo di vetro, Come gocce su pietre roventi, Bottega del Caffè) che come regista (Le muse orfane e La storia dell’oca di Michel Marc Bouchard). Lo spettacolo andrà in scena a Milano dal 13 gennaio al 15 febbraio.

Note rileggendo Romeo e Giulietta:

Brucia fino in fondo la tua vita e muori giovane. Questo motto che nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso ha avuto tanta influenza sulla cultura (e sulla sottocultura) giovanile, alimentato dai miti delle vite spericolate e delle morti premature delle icone del cinema e della musica, da James Dean a Jim Morrison, racchiude in sé due possibili opposti significati: da una parte la fiducia nell’eroismo di una fine sfolgorante, nel pieno del vigore e della bellezza, che allontani per sempre lo spettro noioso della maturità e l’orrore della vecchiaia, dall’altro un avvertimento catastrofico che mette in guardia contro i pericoli di una vita che non vuole compromessi. Uno sguardo giovane quindi che sfida il buon senso in nome della passione e uno sguardo maturo che osserva questa sfida con la trepidazione del disincanto.

Anche in Romeo e Giulietta questo doppio sguardo sembra convivere: da una parte un inno alla giovinezza, alla passione, alla velocità, al pericolo, dall’altra un presagio di rovina, un memento mori. E contrasti e contraddizioni abbondano ad ogni livello in questo testo che forse proprio perché mitico è in fondo poco conosciuto nella sua struttura. Contrasti nel tema (eros-morte), nei personaggi (giovani–vecchi), nel linguaggio (poetico- quotidiano), persino nella spiegazione che si vuole dare della catastrofe finale (destino-incidente). Tutta l’opera riverbera di contrasti, fra buio e luce, notte e giorno, gioia e lutto, balli e funerali, ma quello portante, che coinvolge chi assiste fosse anche all’ennesima rappresentazione di Romeo e Giulietta e che la rende sempre tragicamente attuale, è quello tra un amore assoluto, di una purezza che proprio la sua brevità e il suo destino di morte rendono totale, e un odio altrettanto assoluto, in quanto cieco, in quanto ormai immemore delle ragioni della sua nascita.

Una lunga scia di sangue frutto di faide, di lotte faziose, di scontri politici o religiosi, perseguiti con l’ottusa bestialità delle risse fra tifoserie, collega la storia tragica dei due amanti di Verona con le vicende sanguinose della nostra epoca, e non ci sarà bisogno di ambientare la vicenda in Kossovo o in Israele, in Irlanda o nei Paesi Baschi, perché le parole di Shakespeare e la tragica fine dei suoi personaggi non risuonino in noi, perché le lotte fra Capuleti e Montecchi non richiamino alla mente altre lotte più vicine nel tempo e nello spazio.

Quindi scena del nostro spettacolo sarà una Verona cupa, stremata da queste lotte, percorsa dai bagliore delle fiaccole delle ronde, risuonante dei clamori delle risse, dal clangore delle armi, ma anche capace di feste, di balli, di scherzi e risate. Una Verona anche sanguigna, che sa ancora ridere dell’amore e dei suoi tormenti attraverso l’umorismo non certo lieve della Balia, uno dei personaggi femminili più potenti del teatro shakespeariano, e attraverso i lazzi osceni e poetici di Mercuzio, “l’esibizionista più famigerato”, la cui morte, ancora una volta assurda e futile, segna il punto di passaggio fra l’andamento leggero, quasi da commedia della vicenda e il suo precipitare verso la tragedia. Una Verona evocata da uno spazio elisabettiano essenziale e duttile dove le luci, le musiche, i suoni facciano vivere ambienti e situazioni senza rallentare il famoso “Two hours’ traffic of our stage”, senza togliere centralità al ruolo dell’attore, al gioco fra i personaggi, alla loro fisicità, che qui più che mai è chiamata in causa dal ribollire giovanile del sangue, da un tumulto degli ormoni che, se non trova sfogo nei baci, si placa nelle risse e nei duelli.

Al centro dello spazio, nel cuore della battaglia, in un luogo di silenzio, di allodole, di usignoli, di raggi di luna, dimentichi di tutto se non di loro stessi, Romeo e Giulietta vivono “la passione più cristallina, più sana e più positiva regalataci dalla letteratura occidentale” (Bloom), proprio perché tutta costruita sull’attesa del piacere, su piaceri non vissuti.

La grandezza e la straordinarietà del personaggio di Giulietta sta proprio nel suo essere ‘umana’ e non idealizzata, quindi non esente dal desiderio, anche sessuale, e nel suo essere al tempo stesso una quattordicenne che si apre alla vita. Così come Romeo, con le sue depressioni teatrali, le sue ostentate complicazioni di linguaggio, il suo repentino cambiare oggetto d’amore, i suoi slanci e le sue goffaggini è il ritratto fedele di ogni ‘giovane uomo’ a cavallo fra adolescenza e maturità dal 1595 ai giorni nostri. E la simpatia che è praticamente inevitabile provare per loro deriva proprio dal fatto che li riconosciamo come veri, che li abbiamo già incontrati, che il loro amore assoluto e semplice ci ricorda gli entusiasmi e le paure, le passioni categoriche e le delusioni violentissime del nostro apprendistato alla vita.

Mentre scrivo queste prime note e ripercorro ancora una volta il testo di Shakespeare, mi accorgo che uno dei motivi per cui la sua opera riesce a parlarci ogni volta come fosse la prima è una sua quasi magica capacità di muoversi insieme a noi attraverso le epoche della nostra vita. Così forse, proprio perché ormai sono definitivamente lontano dalla giovinezza, (anche da quella grottesca giovinezza prolungata tipica dei nostri tempi), mi accorgo di provare una pena e una tenerezza mai provate fino ad ora per Giulietta, per Romeo, per Paride, per Tebaldo, per Mercuzio, come se in qualche modo la loro vicenda ci raccontasse la vicenda di tutte le giovani vittime innocenti e inconsapevoli di un potere ‘adulto’ e cinico, stolido e crudele.

E penso che forse davvero “Non ci fu mai storia più triste di quella di Giulietta e del suo Romeo”. Ferdinando Bruni

 www.elfo.org

http://www.flickr.com/photos/lucapiva/sets/72157606300153105/

 


 

ROMEO E GIULIETTA


23-24-25-26 luglio ore 21.15 (prima assoluta)
Dove: Teatro Romano - Regaste Redentore 2 Verona

Quella di Romeo e Giulietta è una storia che si consuma tra i contrasti: tra due famiglie avverse da tempo immemore (fino ad essersi dimenticate il motivo di tanto odio) e l’amore puro ed ingenuo dei suoi eredi; tra il mito giovanile di una vita vissuta tanto velocemente da divenire leggenda e lo sguardo maturo che tenta di mettere in guardia dall’illusione di un’esistenza senza compromessi; tra chi legge nel finale un destino già scritto e chi piange l’evitabile fatalità. Contrasti che la storia dell’umanità continua a riproporre da secoli e che si possono ritrovare negli intenti fratricidi di varie forme di terrorismo dei giorni nostri. La tragedia di Romeo e Giulietta non ha bisogno di essere trasferita in quei luoghi dove tutt’oggi c’è la guerra per richiamare contraddizioni più vicine nel tempo e nello spazio. Per questo il regista Ferdinando Bruni ha deciso di ambientarla ancora una volta a Verona: una città percorsa dalle fiaccole delle ronde e stremata dalle risse ma ancora capace di organizzare balli e far incontrare i giovani. Come ai tempi di Shakespeare ha scelto di raccontarla in un allestimento essenziale in cui saranno luci, suoni e musiche ad accompagnare gli attori sul palco nello svolgersi dei tumulti. E al centro di tutto, protetti dal canto degli usignoli, i due protagonisti vivranno il loro amore cristallino.


 

regia e traduzione di Ferdinando Bruni

scene Andrea Taddei
costumi Ferdinando Bruni

con

Nicola Russo (Romeo), Federica Castellini (Giulietta), Ida Marinelli (Balia), Luca Toracca (Frate Lorenzo), Edoardo Ribatto (Mercuzio), Giancarlo Previati (Capuleti), Alessandra Antinori (Donna Capuleti),  Fabiano Fantini (Principe/Cugino/Speziale), Alessandro Rugnone (Benvolio), Giovanni Andrea Fugaro (Tebaldo/Padre),  Nicola Stravalaci (Montecchi/Pietro), Silvio Laviano (Paride), Jacopo Fracasso (Baldassarre)

luci  di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli,musiche originali di Fabio Barovero , duelli e risse a cura di Beniamino Caldiero, maschere di Giovanni De Francesco, assistenti alla regia Mara Heidempergher, Riccardo Pippa, assistente alle scene e costumi Andrea Serafino

 

una produzione Teatridithalia in collaborazione Estate Teatrale Veronese e AMAT

www.estateteatraleveronese.it

 


 

SOLO PRIME PER IL BARDO

Per festeggiare i 60 anni del suo festival dedicato a Shakespeare, Verona si trasforma in un grande palcoscenico ke, per un mese, farà da sfondo alle manifestazioni in onore del Bardo. ...

... In 'Romeo e Giulietta' si cimentano i giovani della compagnia dell'Elfo, guidati da Ferdinando Bruni che ne è attore e regista di punta. (Luciana Fusi - qui touring)   

 

postato da: erica1cate alle ore 04:37 | link | commenti
categorie: eventi, foto, programma, ferdinando bruni
lunedì, 21 luglio 2008

2 ANNI DOPO...

 

... auguri autoreferenziali al blog...

gran bella idea, Cecilia!!!

postato da: erica1cate alle ore 21:17 | link | commenti
categorie: auguri
venerdì, 18 luglio 2008

OGGI A CIVIDALE LA MARATONA TEATRALE SU AMLETO

Il Mittelfest 2008
vuole costruire il tempo

Tre momenti di Hamlets portraits
Tre momenti di Hamlet's portraits

È "Costruire il tempo" il tema portante della diciassettesima edizione del Mittelfest, la quinta diretta da Moni Ovadia, che riempirà Cividale dal 18 al 27 luglio con un calendario di spettacoli di livello internazionale e un calendario di incontri, legati al medesimo tema, i cui calendari sono stati opresentati nella sala consiliare del municipio di Cividale. È stato reso noto anche il calendario di Mitteimmagini che presenterà corti, video e documentari.

L'anteprima

Sempre più vicino il via per la 17.ma edizione di Mittelfest, il festival di teatro, musica, danza, e marionette della Mitteleuropa, di scena a Cividale del Friuli da questo sabato a domenica 27. Forte è l'attesa per l'inedita anticipazione al festival fissata per venerdì al Teatro Ristori con la maratona teatrale di oltre 15 ore (inizio alle 10) sui personaggi dell'Amleto shkespeariano: Non essere - progetto Hamltet's portraits, firmato da Antonio Latella, una produzione Teatro Stabile dell'Umbria, Festival delle CollineTorinesi, in collaborazione con Fondazione Teatro Stabile di Torino e MittelFest 2008.

Di fatto, non esiste una cosa come l'Amleto di Shakespeare. Se Amleto possiede qualcosa della definitezza di un'opera d'arte, possiede anche tutta l'oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie. Così Oscar Wilde definisce la più celebre tragedia shakespiriana, un'opera che Latella ha concepito con una messinscena realizzata come un'esposizione di quadri: undici piani sequenza, che esaltano sei tematiche dominanti della tragedia, in ognuno dei quali l'interprete o gli interpreti, attori e al contempo autori, rappresentano il ritratto in primissimo piano di un personaggio o di un gruppo di personaggi dell'AMLETO. Undici quadri raggruppati sotto sei titoli: si comincia alle 10.00 del mattino con il quadro  OMBRE ("I Becchini". "Le guardie".), seguito da POTERE ("Regina Gertrude". "Re Claudio".), FRATELLI/FOLLIA ("Ofelia". "Laerte".), SPIE ("Polonio". "Rosencrantz e Guildenstern".), TEATRO ("I Comici". "Il duello".), TESTAMENTO ("Amleto").

Ancora una volta il gruppo, formatosi negli anni attorno al lavoro di Latella ha partecipato alla creazione già dal concepimento dello spettacolo.

Il progetto Non Essere ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di prove, a partire dal gennaio 2007, ed ora vede la luce anche grazie al contributo generoso di tutti gli artisti coinvolti nel processo creativo, di fatto coproduttori dell'impresa. Alla fine degli anni Novanta, Latella aveva già affrontato Amleto ma, a distanza di anni da quell'esperienza, il suo sguardo sull'Opera si è dilatato, diventando la presentazione di un processo artistico più che uno spettacolo. A partire dall'idea di realizzare una sorta di mostra nella quale esporre come delle gigantografie dei vari personaggi, il testo dell'Amleto viene ripercorso, attraverso sei tematiche dominanti della tragedia, in undici stazioni/quadri in cui si stagliano i ritratti isolati dei principali personaggi del testo shakespeariano, autonomi anche nella loro forma di espressione. Unico filo rosso, Orazio, presente in tutti i quadri.

«Il grande tema di questo progetto è il teatro, non Amleto» - spiega Latella. «Sono undici appuntamenti che danno una possibilità di teatro. Per quanto riguarda i generi e le forme che attraversano questo spettacolo, sono cifre teatrali sviluppate dalla conoscenza di ogni autore che ho affrontato». «L'idea è partita dal non essere per arrivare all'essere» - racconta ancora il regista: «partire da un pagina bianca che aspetta di essere riempita, dove la scenografia muta a seconda dei personaggi e diventa un'idea di Amleto diversa. La pagina cambia forma, prende forma davanti a noi, come una serie di quadri. L'intera operazione è come un grande quadro composto da tanti quadri più piccoli: sposti i colori per dare equilibrio alla grande visione complessiva». «L'essere o non essere e la pantomima sono i due momenti chiave del testo», spiega ancora Latella. «Rispetto all'essere o non essere ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, è messo di fronte a questa domanda; il non essere, peraltro, non è solo il fatto di uccidersi. Tu puoi non essere anche in vita».

Gli interpreti dello spettacolo sono:  Michele Andrei (POLONIO), Massimo Albarello (BERNARDO e UN COMICO), Fabio Belletti (FRANCISCO e UN COMICO), Sebastiano Di Bella (MARCELLO e UN COMICO), Anne-Sophie Durand (OFELIA), Marco Foschi (AMLETO), Nicole Kehrberger (REGINA GERTRUDE), Giuseppe Lanino (ROSENCRANTZ e PRIMO BECCHINO), Fabio Pasquini (LO SPETTRO DEL PADRE), Annibale Pavone (ORAZIO), Enrico Roccaforte (LAERTE), Rosario Tedesco (RE CLAUDIO), Emilio Vacca (GUILDENSTERN e SECONDO BECCHINO).

La biglietteria sarà a disposizione del pubblico lungo tutta la durata dello spettacolo, che prevede undici pause in corrispondenza dei vari quadri: gli organizzatori del festival hanno previsto alcuni coffe-break a disposizione degli spettatori, mentre nella pause principali della durata di un'ora e trenta (intorno alle 15 e alle 20.30) alcuni locali della città garantiranno un servizio di ristoro veloce a prezzi convenzionati a disposizione dei possessori dei biglietti d'ingresso.

L' inaugurazione ufficiale di Mittelfest 2008 è fissata per sabato 19 luglio: al termine del primo concerto della giornata, che segna il ritorno del Quartetto Borodin, questa volta affiancato dal violoncello di Mario Brunello (alle 18, nella chiesa di San Francesco), un momento di incontro con il pubblico nel rinnovato spazio di Foro Giulio Cesare, dove alle 20.30 è in programma È Oriente, da Budapest al Mar Nero, dal testo di Paolo Rumiz un concerto poetico di Barbara Della Polla, Caterina Goriup e Fabio Calcioli. Da segnalare l'evento di chiusura della giornata inaugurale con l'atteso concerto in Piazza Duomo (alle 22.30) dell'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, che si esibirà sotto la conduzione della bacchetta del moscovita Michail Jurowski.

(17 luglio 2008 - messaggeroveneto/repubblica.it ) 
foto: Anna Bertozzi
giovedì, 17 luglio 2008

HAMLET'S PORTRAITS APRE DOMANI IL MITTELFEST

Amleto dal mattino a notte fonda

Un lungo viaggio verso la notte. Il titolo ce lo presta O’Neill (poi Lumet ci fece pure un film) per cogliere la sensazione primaria di un percorso teatrale, che non se la sbriga nel canonico tempo di una rappresentazione canonica. Il Mittelfest, seguendo le mode, propone venerdì un’anteprima e lo fa osando uno spettacolo inusuale, non tanto in quanto a tematica - è l’Amleto, il testo dei testi - bensì per la maratona che aspetta chiunque voglia rivivere le angosce scespiriane in una totalità forse mai percepita: quindici ore, dalle dieci del mattino alle due di notte avvolti dal Ristori di Cividale.Il deus ex machina di questo Hamlet estremo («ma il grande tema è il teatro, non Amleto», precisa il regista) è Antonio Latella, quarantenne rampante della prosa italiana, già nel 2001 insignito con l’Ubu per il progetto Shakespeare e oltre.«L’idea - ci racconta Latella, che vive fra l’Italia e Berlino - non era di fare un’estenuante galoppata unica, ma dividere gli undici quadri. Progetto, peraltro, che potrebbe tornare utile semmai uno Stabile volesse acquistarlo. Ammetto che così come sta è improponibile».- Una piéce da quindici ore cozza contro i ritmi vertiginosi del nostro tempo. Latella, cosa l’ha convinta a riesumare le antiche andature del teatro antico?«Esattamente questo, riappropriarsi di quelle sensazioni, di quando s’iniziava al tramonto e si proseguiva fino a notte fonda. Vorrei tornare un attimo sul concetto dei quadri e sul perché ho deciso in qualche modo di unirli. Mi sono immaginato una mostra collettiva di pittura; ogni artista compone un’opera seguendo un tema, poniamo l’Essere. È l’insieme che crea una unicità. Immagino che possa apparire massacrante come esperienza. Lo è soprattutto per i tecnici e gli attori. Se chi recita gode di qualche pausa, chi manovra è sempre in prima linea».- Una squadra composta da quante persone?«Una trentina fra attori e tecnici».- Qual è la sensazione dominante?«Far capire l’ossessione del testo, il grande dilemma dell’essere o non essere. Capire quanto un uomo possa essere pur non essendo o non essendo mai stato. Amleto stesso non riesce a definire il tempo. Vorrei che il pubblico facesse suo il perdersi in un luogo senza misura».- Ma il testo scespiriano sarà stato manipolato in qualche modo?«In questo spettacolo convivono varie forme teatrali, ed è questo che lo rende così imponente, non tanto intrusioni nello scritto vero e proprio. Danza, figura, recitazione, vari linguaggi, i punti di vista di ognuno, specialmente, portano alla dilatazione e al testamento di Amleto, che considero il punto più alto di tutta la rappresentazione. Amleto è la Bibbia di ogni teatrante, la fonte da cui prende forma il resto, qualunque dopo».- Ovvero il potere della forma classica«Ovvero il grande tema: l’uomo. I temi semplici, in fondo, come l’amore, la morte, la religione che interagiscono con l’umanità. I classici onorano da sempre la tematica dominante e proprio per questo non avranno fine».- Tornando al suo Amleto: la ripetitività di certe azioni, per conoscere, come diceva, i punti di vista dei protagonisti, ha un qualcosa di cinematografico. Ci viene in mente il recente Prospettive di un delitto.«Il paragone ci può stare. Sì, è vero, potrebbe assomigliare a una formula che il cinema ama sfruttare. Raccontare la stessa storia da più angolazioni, tenendo ben saldo il cuore della storia».- Inevitabilmente, con passare dei decenni, certi autori finiscono vittime di più o meno abili manipolazioni da parte dei registi. Ci sono varie scuole di pensiero in proposito. La sua?«Dieci anni fa mi tuffai di testa nell’avventura di Amleto con la veemenza di un trentenne, convinto che la forza del dramma fosse proprio nella sua originalità. Poi si cambia, inevitabilmente. Senti la necessità di aggiungere del tuo o di usare altri autori da affiancare. Non sempre l’evoluzione giustifica il diritto di stravolgere il passato, ma nemmeno l’inflessibilità aiuta a ragionare su certe tematiche. Magari, a volte, bastano dei leggeri ritocchi per consegnare al pubblico un desiderio nuovo».- In Italia il teatro sta attraversando una fase di grande staticità...«Manca il denaro. E senza quello è difficile sperimentare. Gli Stabili non hanno vita facile, spesso sono costretti ad affidarsi a una certa tradizione pur di fare incassi. Con quale coraggio un direttore chiama una compagnia sperimentale?».- Che futuro può avere un’opera complessa come la sua?«Un Amleto così non potrà mai finire in un cartellone di stagione (sorride). Mi rendo conto che un pubblico di serata tradizionale mai potrebbe starsene seduto in platea per quindici ore. L’operazione è ideale per i festival. Il clima, in quei luoghi, aiuta».- Dalle 10 del mattino alle due di notte: Amleto a digiuno?«No (sorride ancora). Anche Amleto, come Orazio come Polonio, come Laerte e come il pubblico avranno bisogno di mettere un panino sotto i denti. E lo faranno. È una maratona, non una tortura».
 rosario tedesco as re claudio

foto: Anna Bertozzi 

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martedì, 15 luglio 2008

FESTIVAL DI SPOLETO

Festival di Spoleto: da Bob Wilson un'esemplare Opera da tre soldi

di Renato Palazzi

 

La formidabile Opera da tre soldi che Bob Wilson ha presentato al Festival di Spoleto con gli attori del Berliner Ensemble nasce anche dall'incontro fra due "scuole", fra due metodi di lavoro: da un lato il rigore epico della compagnia, la sua impeccabile applicazione delle indicazioni brechtiane, dall'altra l'alta stilizzazione visiva del regista texano, le sue rarefatte geometrie, le sue asciutte sintesi grafiche: questo intreccio, che a tratti potrebbe diventare anche un contrasto, ha dato invece luogo a una messinscena davvero esemplare del celebre testo, uno degli spettacoli più belli, più entusiasmanti degli ultimi anni.
Si sa che il vero problema, per chi oggi affronta Brecht, è quello di attenersi all'osservanza dei principi dello "straniamento", degli artifici dimostrativi tipici dell'autore tedesco – in assenza dei quali il suo teatro perde senso – senza rinunciare però alla possibilità di reinventarli in modo nuovo e originale. Wilson riesce a conciliare naturalmente queste due esigenze: di sicuro l'idea dell'attore che recita osservandosi dall'esterno, giudicando e analizzando il personaggio gli è del tutto estranea. Ma con Brecht condivide una radicale vocazione anti-psicologica e anti-naturalistica, la tendenza a ridurre le passioni umane a un'asciutta astrazione.
Nella scia di Brecht, Wilson non porta qui alla ribalta individui dotati di autonomo spessore ma "tipi", maschere esemplificative: le sue, tuttavia, non sono maschere sociali, bensì citazioni cinematografiche, stralunate figure strappate in particolare ai film muti: se Meckie Messer, quando scappa dalla prigione tenendo Lucy per mano, richiama esplicitamente Chaplin e la camminata di Charlot, gli altri trascendono il genere della "comica finale", ed evocano piuttosto un universo espressionista, da Gabinetto del dr. Caligaris: il capo della polizia, Tiger Brown, sembra ad esempio Nosferatu, il suo accolito Smith è il ritratto di Eric von Stroheim.
Con questo semplice espediente di imprimere sottilmente all'azione i ritmi, le movenze del cinema muto, il regista ottiene il notevolissimo effetto di spostare completamente il tiro rispetto all'impianto brechtiano: pur restando assolutamente fedeli alle parole e allo spirito del copione, quelle sue creaturine vestite di cuoio o di velluto nero, gli occhi bistrati, le facce di biacca, nei loro gesti sincopati, nelle loro plastiche posture si trasformano in allucinati manichini in carne e ossa, marionette visionarie che danno vita a sequenze più simili al balletto, o a una sorta di gelida clownerie circense.
E poi c'è l'incomparabile sapienza tecnica di questo straordinario mago dell'immagine: l'ingegnosa scenografia fatta di nulla, tubi al neon che si accendono e si spengono, crea pure forme pittoriche, contorni di edifici o celle di prigione. Magistrale, come sempre, l'uso delle luci, per cui una lettera in mano a un personaggio viene illuminata, solo essa, di giallo, o in una uniforme composizione in bianco e nero spiccano i capelli rossi di una donna. Alla fine, intensissimo, toccante, su un quadro complessivamente privo di colore cala un sipario rosso, a svelare la finzione della salvezza di Meckie, sottratto alla forca dall'arrivo del messaggero.
Resta ancora da sottolineare la strepitosa prova degli attori, tutti bravissimi a recitare, a cantare, a improvvisare passi coreografici: raramente si vedono insieme tanti talenti di spicco, dall'eccellente Stefan Kurt, un Meckie Messer dall'ambigua identità sessuale, al Peachum in kippah di Jürgen Holtz. La parte del leone tocca però alle interpreti femminili, la grande Traute Hoess, una torva Celia Peachum, l'irresistibile Christina Drechsler, una Polly tenera e cattivissima, e la Jenny di Angela Winkler, che dà lezione su come si eseguono i song brechtiani senza essere cantanti, mentre l'orchestra valorizza al massimo le musiche di Kurt Weill.

ilsole24ore.com - 7.7.08

 

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BOB WILSON: L'OPERA DA TRE SOLDI

SPOLETO
L'opera da tre soldi nella rilettura di Bob Wison
Quasi un doppio ritratto di Brecht e dell'artista texano, lo spettacolo presentato al Festival dei Due Mondi. I bassifondi londinesi di Mackie Messner e degli altri, inquadrati in una perfezione formale, libera da ogni stanchezza di routine. Collaborazione preziosa di Heiner Müller
Gianfranco Capitta

TEATRO: L'OPERA DA TRE SOLDI DI BERTOLT BRECHT, REGIA DI ROBERT WILSON, TEATRO NUOVO - SPOLETO (PERUGIA)

Il festival dei due mondi torna all'imponenza di un tempo, con la scadenza dell'anno di edizione 50 più uno che vede uscire di scena la famiglia Menotti. Questo ha garantito al nuovo direttore Giorgio Ferrara (chiamato per il rilancio da Rutelli e Veltroni, ma ovviamente ben festeggiato dall'attuale governo) un budget cospicuo, di poco inferiore a quello del festival nazionale di Napoli. Che lui si è trovato però a spendere e programmare in pochissimo tempo. Il cartellone che ne è risultato è stato di conseguenza diseguale, a parte gli omaggi doverosi e felici come quello alla grande signorina, decana del teatro italiano, Franca Valeri.
Ma tra molte cose all'apparenza casuali, va il merito a Spoleto 2008 di aver portato (per sole due repliche, peccato) lo spettacolo dell'estate italiana: l'Opera da tre soldi che Bob Wilson aveva realizzato nell'autunno scorso al Berliner Ensemble con quegli attori strepitosi, e che risulta una sorta di summa teatrale, oltre che un bellissimo ritratto del lavoro di Bertolt Brecht come di Wilson. Lo stesso artista texano, padre di una parte del novecento teatrale, sovrintendeva direttamente dalla platea a questa «rilettura» (come per Brecht e Weill era stato per l'originale settecentesco di John Gay) totalmente inventiva, eppure fedelissima.
Il colpo d'occhio abbacinante suggeriva una visione cartoon dell'epopea di Mackie Messer: a cominciare dal moltiplicarsi delle griglie geometriche che ritagliavano ogni immagine. Un mondo, quello della marginalità londinese, fatto di sbarre, grate, inferriate e gattabuie, prospettive che per i mendicanti sono i tombini, e per i malavitosi le galere. Che poi nel capolavoro brechtiano coincidono. E assai da fumetto erano i personaggi, sagome statuarie come la «Tordella» della signora Peachum, o l'ambiguo Mackie con i riccioli biondi e la guepière sotto lo smoking, che citava insieme Marlene e Viktor Victoria. Ma anche Chaplin al corteo nuziale, e il grande espressionismo tedesco dei Grosz e degli Otto Dix.
Tutto naturalmente inquadrato dalla matita elettrica dell'occhio di Wilson, perfezione geometrica formale e apparente semplicità. Una goduria per l'occhio, e un brivido per il cuore, nel riconoscere in quei racket e in quelle malefatte quelle che sono poi diventate, da un secolo all'altro, strutture di potere e consenso politico, scientifiche e controllate. Ma che hanno sulla scena la simpatia incolmabile di birichinate e eccessi che ci illudiamo essere lontani (certo l'ultima parte dell'Opera da tre soldi va a frugare proprio nei rapporti e negli interessi di un bordello...). Così da recuperare lo straniamento brechtiano e la meraviglia di Wilson. Che si gioca in grande stile l'antica collaborazione con Heiner Müller (che di Brecht era stato allievo davvero, per quanto poco ortodosso), e il piacere dell'opera contemporanea, qui libera da ogni stanchezza di routine. Fanno il resto gli attori, che non essendo più quelli della prima leva del Berliner dopo la guerra, si possono divertire anche loro a inventarsi quella Londra al tempo di Weimar e Isherwood. E sono nomi storici come Jürgen Holz, Traute Hoess, Stefan Kurt, e soprattutto Angela Winkler (che chissà perché ci nega la mitica Surabaja Johnny solo accennata).
È stato un successo trionfale, e anche se Wilson non è una «scoperta» (come a Spoleto un tempo usava, e anche lui fu, 35 anni fa circa) è bello assistere a un grande spettacolo. Ma il festival di quest'anno offriva anche un altro interessante angolo di osservazione: quello della nascita di un lavoro. Luca Ronconi (altro reduce illustre di Spoleto, con l'Orlando furioso del '69) ha tenuto per cinque pomeriggi «prove aperte» dei testi di Ibsen, con l'ultima generazione dei suoi attori allievi. Anche questo è stato uno «spettacolo» irresistibile, perfino per quei testi che pure Ronconi ha già messo in scena, come L'anitra selvatica o Spettri. Si sentiva un gusto per lo scavo, un piacere nell'oltrepassare l'apparente perbenismo ibseniano, uno smascheramento continuo della morale borghese colta nella sua massima espressione storica, fuori del comune. Un piacere destinato a trovare premio in se stesso, perché quel lavoro non è destinato per ora a nessuna messinscena. Ma è giusto che un festival importante porti lo spettatore anche oltre e dietro il sipario.

(ilmanifesto.it)
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domenica, 13 luglio 2008

STASERA 'APNEA' SU RAI3 H23.30 (CIRCA)

Verità svelate
Una mattina, nel parcheggio di un pronto soccorso, Franz viene trovato morto sul sedile della sua automobile. Paolo intanto lo aspetta alla palestra dove sono soliti incontrarsi per tirare di scherma. Siamo nella ricca provincia del Nord Est, fatta di case belle costruite con i soldi. Paolo scoprirà che l'amico appena scomparso non era la persona che lui credeva, scoprirà lo spietato mondo delle concerie, e scoprirà come ascoltare un bambino autistico...

Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007
E' uscito nelle sale italiane, un pò per miracolo, un ottimo esordio cinematografico: Apnea. Roberto Dordit esordisce al lungometraggio con uno strano giallo sociale ambientato nel profondo nord est, fra le contraddizioni d'una realtà imprenditoriale afflitta da esasperate pressioni del mercato internazionale. La storia produttiva del film è illuminante sullo stato dell'arte cinematografica nel nostro paese: dichiarato nel 2004 di interesse culturale e nazionale dal Ministero per i Beni Culturali, ha avuto accesso ai fondi destinati alle opere prime e seconde (art. 8), consistente in un contributo di 250 mila euro come aiuto alla distribuzione, contributo però tagliato dal celeberrimo Decreto Urbani. Un film pensato nel 2001, concluso nel 2004 e nelle sale a febbraio del 2007.

Morti bianche
In un'intervista, Dordit ha dichiarato di aver sentito parlare per la prima volta dei frequenti incidenti che accadono nelle concerie venete nel bel Schei di Gian Antonio Stella. “Schei” significa soldi. “Schei” significa, applicato all'industria, che ogni cosa ha un prezzo e che il potere è nelle mani di chi possiede più “schei”, e che tutto il resto sono solo chiacchere. In Italia la questione delle morti bianche registra cifre preoccupanti, costantemente richiamate dalle istituzioni incapaci di porre rimedio a una realtà produttiva che produce – appunto – poco più di tre incidenti mortali al giorno sul posto di lavoro. Spesso le vittime sono stranieri. Gli extracomunitari che lavorano silenziosi senza mai aprir bocca, disposti a sopportare qualsiasi umiliazione pur di ottenere quei due soldi necessari alla propria dignità, sono esseri invisibili in questi nostri paesi ospitanti, che di ospitale non hanno nemmeno più la fantasia. Loro fanno quei lavori che oggi nessuno più vorrebbe fare. Gli “ospiti” sono persone a metà, costrette in condizioni dove non è nemmeno prevista la possibilità di avere una prole, sotto-proletari ai quali sono negati i diritti di cittadinanza più elementari. Esseri umani la cui vita vale meno di niente. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo, fuori da ogni legge ed al di là d'ogni principio legato alla sicurezza è la chiave attorno alla quale è costruito il freddo giallo sociale allestito da Roberto Dordit. Le concerie sono luoghi pericolosi dove lavorare. Le vasche all'interno delle quali la pelle subisce i trattamenti per la colorazione sono contenitori di gas letali per l'organismo e la loro pulizia è un'operazione rischiosa perchè da svolgersi in completa apnea. Se si respira quell'aria si muore, si muore intossicati nel giro di pochi minuti. Questo tipo di lavoro è una delle classiche mansioni che gli italiani non vogliono fare più, perchè troppo pericolose e troppo mal pagate. Il Nord Est d'Italia è zona geografica specializzata in questo tipo di attività commerciale, le sue concerie sono fra le più rinomate ma la concorrenza derivata dal costo irrisorio della manodopera nei paesi del terzo mondo sta velocemente mettendo in crisi un intero settore. Per stare al passo con tale concorrenza, magari uno avanti, bisogna ridurre al massimo i costi, e ciò significa produttività oltre ogni legge. Straordinari e sicurezza sono le due variabili che in maniera inversamente proporzionale vengono maggiormente chiamate in causa dalla produzione. Si oltrepassano le ore massime di straordinario e si chiude un occhio sul rispetto rigoroso delle norme di sicurezza.

Lavorare in apnea per non morire
Questo è ciò che viene richiesto ai lavoratori nelle concerie italiane. I metodi di lavorazione della concia delle pelli appaiono assolutamente inumani, e qui risiede la forza della pellicola, non a caso patrocinata dalla CGIL. La macchina da presa segue i personaggi che si muovo nelle fabbriche: ne vediamo di moderne, di abbandonate, seguiamo il procedimento industriale, vediamo cosa fanno gli operai. Un catalogo di immagini che può darci qualche elemento per comprendere davvero cosa possa essere una fabbrica degli anni 2000. I luoghi di lavoro sono territori estromessi dai media, raramente vediamo in cosa si concretizzano quelle professioni ai limiti della legalità spesso fondamentali per il ciclo produttivo.
Paolo è interpretato da un sornione Claudio Santamaria, giovane giornalista sportivo d'una pubblicazione di provincia, che lentamente inizia a scavare sotto le apparenze del tragico infarto che ha stroncato l'amico conducendo un'indagine che lo porterà a scoprire gli scheletri che affollano l'apparente rispettabilità del capitalismo veneto. Un eccellente Elio De Capitani da corpo e voce al magnate locale (sarà proprio grazie a questa interpretazione che giungerà a Il Caimano di Moretti), vero paradigma attorno al quale costruire il polo negativo della narrazione. Vorrei segnalare a chi non lo sapesse che Elio De Capitani ha realizzato, pur essendo fra i migliori attori in circolazione nel nostro paese, solamente quattro pellicole, due delle quali negli ultimissimi anni e con ruoli piuttosto vicini per caratterizzazione del personaggio (se sia più di “fantasia” Berlusconi o questo imprenditore del Nord Est è difficile dire): Il Caimano (Nanni Moretti, 2006), Apnea (Roberto Dorit, 2004), Veleno (Bruno Bigoni, 1993) e Sogno di una notte d'estate (Gabriele Salvatores, 1983). Compongono il cast Giuseppe Battiston, nome spesso presente nei film a sfondo sociale del nostro cinema (Pane e Tulipani, La meglio gioventù, La tigre e la neve, La bestia nel cuore, A casa nostra); l'attrice italo-australiana Michela Noonan, che presta la sua fastidiosissima parlata anglo-italiana alla figlia dell'industriale/caimano; Fabrizia Sacchi - nel ruolo moglie dell'amico scomparso - che da un'intesa prova per un personaggio non completamente risolto e decisamente problematico; e infine il piccolo Daniele Mauro, che interpreta il figlio autistico dell'industriale De Capitani e presta la propria collaborazione per il carattere più controverso dell'intero film. Questo ragazzino, afflitto dal problema dell'autismo, sarà "proppianamente" l'aiutante dell'eroe (Santamaria), che risolverà il caso proprio riuscendo a entrare in contatto con quella parte nascosta che il bambino chiude autocentricamente dentro di sé. Risultano però piuttosto slegati dal resto della narrazione i momenti dedicati all'esplorazione del mondo interiore del piccolo Leo, e solamente accennati i motivi per cui Paolo riesca in qualche modo a comunicare con lui. Forse è solamente la sua capacità di ascoltare che li avvicina; forse solamente più amore può “curare” questo male oscuro.
Girato in digitale e fotografato con colori desaturati e sovraesposti, il film restituisce la sensazione di oscurità dell'intera vicenda e di un intero territorio all'interno del quale istinti utilitaristici brulicano e si concretizzano lontano da occhi indiscreti, lontano da animi che non potrebbero accettare la cinica etica con la quale il denaro viene prodotto. Un'ultimissima notazione su una colonna sonora di pregevole livello per gli amanti dell'elettronica, contenente i Koop e, udite udite, Matthew Herbert con la sua big band.
Intanto al botteghino, durante il primo week-end di programmazione, il film ha incassato 14.681 euro, con media-copia di 2.936 euro su 5 copie censite da cinetel. Un ottimo risultato per un film che ha trovato con così tanta difficoltà la sua strada. Dato incoraggiante, seppur minuscolo.

Alessio Galbiati - www.spaziofilm.it

elio - apnea

 

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lunedì, 07 luglio 2008

Amleto visto dai personaggi. In 14 ore

Non essere. Regia di Latella. L'ottimo Marco Foschi nel monologo: con verità

di Magda Poli (Corriere della Sera, domenica 6 luglio, p. 40)

Un Amleto analizzato da molteplici punti di vista: quello dei becchini, delle guardie, dello spettro, di re Claudio, della regina, di Ofelia, di Laerte, di Polonio, di Rosencrantz e Guildenstern, dei comici e infine di Amleto. Quattordici ore di ritratti-spettacolo in Non essere-Hamlet' s portraits di Antonio Latella, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi. Orazio, il bravo Annibale Pavone, è il personaggio-guida di questo «studio», che testimonia, nella visione che i protagonisti hanno della vicenda, l' abisso esistente tra soggettività e realtà. Così, ad esempio, tutti i personaggi recitano «essere o non essere» e per Polonio, grottesco, benpensante topo-spia, è la testimonianza della «follia» di Amleto: è pazzo chi si pone un interrogativo del genere; per Rosencrantz e Guildenstern sono parole senza peso di un intellettuale; Amleto, l' ottimo Marco Foschi, protagonista degli ultimi due capitoli - «Duelli» e «Testamento», lo recita con straordinaria semplicità e verità: è il naturale rovello esistenziale che ogni uomo dovrebbe porsi per stimarsi tale. Felici intuizioni si rincorrono a formare una interessantissima lettura registica con qualche fragilità drammaturgica (a volte le battute non riescono a declinarsi in nuovi punti di vista ma solo si ripetono). Latella mette in atto con intelligenza e urgenza cognitiva un impulso radicale a esplorare le possibilità di significato e di verità che si celano in un' opera d' arte per svelare, come scriveva Joyce, ciò che è «grave e costante» nel mistero della nostra condizione e che un capolavoro come Amleto ha in sé. Perché ciò accada è necessario, però, che lo scavo arrivi a quell' essenzialità che è specchio della poesia, per riuscire così a sfiorare l' amletico, brutale enigma del significato dell' esistere e del morire.

Non essere di Antonio Latella, Cividale del Friuli, Mittelfest (il 18)

postato da: cabepfir alle ore 12:55 | link | commenti
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