MF e compagnia bella

MF e compagnia bella

aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali

 

Partecipano

Links

a metà strada tra il critico e il fan
a teatro - oliviero ponte d pino
AMAT platea delle Marche
Ami Ami Prod.
amici del teatro morlacchi - perugia
amnesia - matteo caccia/ale genovesi
assalti al cuore 2009
asti teatro 30
biennale teatro
BILL VIOLA
cani & gatti orfanelli in adozione
Comunicare Shakespeare
croceverde in sede fatiscente
del teatro
diario d 1 adozione
ETI
festival colline torinesi 5 - 28 giugno 2009
festival dei 2 mondi
festival di napoli 4 - 28 giugno 2009
festival es.terni 18-27 set '09
festival MITO
festival shakesperiano - verona 2009
filarmonica della scala
filippo timi
foto d scena (e nn) - luca piva
foto d scena - alessandro giuliano
foto d scena - lara peviani
foto d scena - sonia maccari
Frogblog
Globe Theatre Roma
i re - Tommaso Tuzzoli
i taccuini d rosario tedesco
I.C.R.A. Project
il blog d 'happy family'
il blog d @ndre@
il blog d camilla
il blog d daniela
il blog d lorenza
il blog d marina remi
il blog d rosario tedesco
il circolo del mercoledì
il nuovo klp
il sito d alessandro robecchi
il sito d ascanio celestini
il sito d Claudio
il sito di Joe
krapp's last post
La mia vita in finestra
la seconda via-un film di uomini nella guerra
le belle foto d donata zanotti
le foto d erica
le foto d matilda
lombardia spettacolo - cinema e teatri
mario perrotta
milano film festival
mittelfest 2009
Nuovo Teatro Nuovo
ondadurtocinema
p. p. pasolini
pandemia
piccolo teatro - milano
PIM spazio scenico - milano
propeller - in the company of men - edward hall
quelli di grock compagnia
radio 3 rai
rezza & mastrella
Riccardo III
schauspielkoeln
sentieri selvaggi - milano
sundance festival 15-25.1.2009
Sycamore T Company
t. arcimboldi t. dal verme
teatro alla scala
teatro ambra jovinelli - roma
teatro ciak - milano
teatro CRT milano
teatro dell'Elfo
teatro della pergola - firenze
teatro di roma
teatro eliseo - roma
teatro i - milano
teatro Mercadante
teatro Out Off
teatro stabile dell'Umbria
teatro stabile dell'umbria prima versione
teatro stabile delle marche
teatro stabile di brescia
teatro stabile di genova
teatro.org
théatre odéon - paris
the infinite cat project
tieffe teatro - spazio MIL
ubu libri e premi
un forum per MF
vie festival modena carpi vignola

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
 
 
 
sabato, 28 febbraio 2009

ELIO DE CAPITANI DICE CHE...

postato da: erica1cate alle ore 15:38 | link | commenti (4)
categorie: video, elio de capitani
martedì, 24 febbraio 2009

LE NUVOLE... VANNO... VENGONO...

Le Nuvole
Un testo dell’antica drammaturgia greca che oggi appare come una delle più riuscite di Aristofane per la capacità di trasferire situazioni contingenti in una dimensione universale, eternando il perenne conflitto delle generazioni e il problema di una società che ha smarrito il senso del giusto, temi trattati da Aristofane col genio di una satira acuta.
 
LE NUVOLE sono tutto e non sono niente, sono i nostri desideri e le nostre paure, le nostre gioie e i nostri orrori, e diventano tutto ciò che vogliamo ma non potranno mai essere...” Antonio Latella
 
Prodotto dal TEATRO STABILE DELL’UMBRIA per la regia di Antonio Latella, con Marco Cacciola, Annibale Pavone, Maurizio Rippa, Massimiliano Speziani. Scene e costumi di Annelisa Zaccheria
 
Teatro Nuovo
Prima: giovedì 9 luglio
Repliche: venerdì 10, sabato 11, domenica 12 luglio
Prezzi da 33 a 14 euro
 
postato da: erica1cate alle ore 20:11 | link | commenti
categorie: eventi, programma, antonio latella
sabato, 21 febbraio 2009

HAPPY FAMILY IN TOURNEE

Monza 21-22 febbraio 2009 - Teatro Binario 7 039 2027002


Cremona 23 febbraio 2009 - Teatro Ponchielli 0372 022010


Perugia 25-26 febbraio 2009 - Teatro Morlacchi 075 5722555


Foligno 27 febbraio 2009 - Teatro Politeama Clarici 075 57542222



Imola 3-8 marzo 2009 - Teatro dell’Osservanza 0542 25860


Stradella 10-11 marzo 2009 - Teatro Sociale 0385 246569


Pordenone 13-15 marzo 2009 - Teatro Comunale G. Verdi 0434 247624


Magenta 17 marzo 2009 - Teatro Lirico 02 97003255


Gallarate 18 marzo 2009 - Teatro del Popolo 0331 784140


Bologna 19-22 marzo 2009 - Teatro Duse 051 231836


Sinalunga 23 marzo 2009 - Teatro Comunale 0577 631200


Scandiano 24 marzo 2009 - Cinema Teatro Boiardo 0522 854355


Bergamo 25 marzo 2009 - Teatro Donizetti 035 4160601, 035 4160602, 035 4160603


Biella 27 marzo 2009 - Teatro Sociale Villani 015 2524259


Rivoli 28 marzo 09 - Il Teatro di Rivoli 011 5217099

Foggia 1 marzo 2009 - Oda Teatro 0881 568278
postato da: erica1cate alle ore 09:00 | link | commenti
categorie: programma, tournée, alessandro genovesi
venerdì, 20 febbraio 2009

QUATTRO ANNI FA EDOARDO II AL DUSE DI GENOVA

Incontro con:


MARCO FOSCHI
di
 Marcello Manuali




Perugia, Teatro Morlacchi, 22 gennaio 2005


Vorrei provare a raccontare questo Edoardo II, partendo dal punto di vista di Gaveston, di cui lei è interprete, e da un’annotazione: che lei, oltre a interpretare Gaveston, l’amante di Edoardo, interpreta anche Lightborn, cioè l’assassino del re.

C’è da fare una premessa: e cioè che il vero punto di vista super partes, in qualche modo, è Edoardo. Edoardo organizza intorno a sé una giostra di cui solo lui, forse, è consapevole. Gli altri sono in qualche modo pedine, sono fondamentalmente dei simboli, non hanno una psicologia molto elevata, sono delle funzioni. Se, per esempio, Mortimer rappresenta l’esercito, se Lancaster rappresenta la proprietà terriera, se il vescovo rappresenta la Chiesa, Gaveston in questo caso rappresenta invece quell’elemento sovversivo, anarchico possiamo dire, che è, tra molte virgolette, il teatro, e cioè la possibilità immaginativa dell’uomo. In questo senso Edoardo sceglie Gaveston; Gaveston non sa di essere scelto per questo motivo. Gaveston ha un rapporto privilegiato con il monarca, non si crea neanche troppi problemi, rispetto alla sua condizione. «Perché mi ha chiamato? perché mi ha scelto?» No, lui semplicemente è. Non essendo nobile, essendo gretto anche, però molto libero, da costrizioni sociali, da una serie di cose, si permette anche, tanto, e ha in sé una carica, in qualche modo,... Danilo Nigrelli diceva una cosa giusta, all’inizio delle prove: sembra, questo amore di Edoardo per Gaveston, quasi un po’ l’amore che poteva avere Pasolini per uno di quei ragazzi di borgata, in cui ritrovava quella genuinità, quella verità, quella libertà fuori dai canoni borghesi, quei ragazzi che non erano assolutamente assoggettati ai ruoli sociali, ma che erano liberi di essere ciò che erano. Questo è un po’ Gaveston, in qualche modo. Dotato, in questa circostanza, ancora di più di una funzione realmente scardinante, perché la società che si rappresenta, che è la società di quel periodo, è una società piramidale, fortemente gerarchizzata, dove c’è un capo e sotto, piano piano... Gaveston, ovviamente, non rientra in nessuna di queste categorie piramidali, se non nell’ultima. Mortimer, ad un certo punto, dice: «Sei nato nobile per un pelo». Si può supporre che lui avesse, o da parte di padre o a parte di madre, un legame con la nobiltà. Gaveston, poi, non è neanche inglese, è francese, per cui ancora di più nella corte inglese non dovrebbe entrarci. E’ chiaro che la scelta di un re, per il suo favorito, di qualcuno che non stia nella cerchia dei nobili, mette in discussione completamente quest’ordine gerarchico delle cose. Il problema non è tanto, infatti, che Edoardo abbia un amante, e che quest’amante sia un uomo, perché a loro non gliene frega niente di questo. Il problema è che questo non è un nobile, per cui se uno, venuto su dal niente, riesce a prendere a schiaffi in maniera simbolica i vescovi, i conti, i nobili, vuol dire che la società stessa è in pericolo, perché costruita su questo sistema che deve restare così ab aeternum. E’ la storia della passione di un uomo, Edoardo, che diventa un po’ il simbolo di quello che era il periodo anche europeo della fine Cinquecento, e cioè l’avvento di questo nuovo umanesimo, le scoperte di Galileo, il sistema copernicano, le tesi di Giordano Bruno, la scoperta dell’America; non tanto quella che è già avvenuta quasi un secolo fa, ma la scoperta di popolazioni che esistono da millenni prima di quanto si pensasse che l’uomo esistesse. Per cui, ad esempio, tutte le tesi del Vecchio Testamento, quelle su Adamo il primo uomo della terra, vengono messe completamente in discussione da scoperte che dicono «L’uomo non ha duemila anni, come si pensava allora, ne ha quindicimila». C’è un gran miscuglio in cui la Chiesa fa molta difficoltà a tenere il suo potere temporale e giustamente ci sono degli spiriti liberi in questa Europa che incominciano a dire «Signori, le cose non stanno così come ce le hanno raccontate fino ad oggi. Non è forse più Adamo il primo uomo della terra, non è la terra al centro dell’universo, abbiamo scoperto che è il sole». Edoardo, in qualche modo, impersonifica questa figura di monarca «illuminato». Non ne è neanche così consapevole, non è che sia un filosofo Edoardo, assolutamente. Però è uno che capisce e la prima cosa che fa, infatti, è andare contro un editto che suo padre, il re prima di lui, aveva firmato e cioè «Non fate tornare Gaveston, per nessuna ragione. Gaveston è bandito dal regno», facendolo giurare a tutti i nobili sul suo letto di morte. Suo figlio, Edoardo II, la prima cosa che fa è dire «Gaveston, torna». Per cui già crea questo conflitto tremendo nella corte: «A chi dobbiamo dare retta? Al vecchio re o al nuovo?» In qualche modo lui cerca di riorganizzare, ma neanche in maniera così strutturata, in maniera anche istintiva, una società che non sia più così fissa, immobile, cercando di sconvolgerla. «Vediamo cosa succede». E’ una sua passione. In questa sua passione rientra il fatto che, nella nostra scelta, l’attore che fa Gaveston fa anche l’assassino di Edoardo. Perché, in qualche modo, si chiude il cerchio. Lui pagherà con la morte la sua passione. E’ quello che succede a Edoardo. Anche simbolicamente la sua passione è Gaveston per ciò che Gaveston rappresenta ovviamente, e sarà lo stesso attore a porre fine a questa passione. Per dare questo senso in qualche modo di chiusura di un’esperienza, tanto è vero che, all’inizio dello spettacolo, c’è Edoardo-Danilo che entra, nudo, in scena, è una lunga camminata fino alla bara del padre. Nudo completamente. Si presenta l’uomo, prima ancora del suo ruolo istituzionale. Si presenta l’uomo per quello che è, anche come bandiera, in qualche modo, come manifesto del teatro di Marlowe, che è un teatro dell’umano, per l’uomo. Si presenta e poi prende la corona e si veste e da là comincia tutto il rito. Finirà che lui, alla chiusura del cerchio, non ha più la corona, ed è di nuovo l’uomo nudo che muore e paga per quello che ha fatto.

Latella, come regista, ama lavorare su materiali primitivi, lavora sui suoni, sull’energia, è poco accademico in questo. E questo è un testo che Latella, prima o poi, come sta facendo, avrebbe dovuto mettere in scena. Lo spettatore che tipo di spettacolo si troverà di fronte, da questa prospettiva?

E’ difficile rispondere perché, come sempre, quando fai parte dello spettacolo, non lo hai mai visto da fuori. Credo che ci sia una duplice valenza. C’è una valenza che possiamo capire noi, che lavoriamo insieme da tempo, da anni, in questo gruppo di persone, per cui il senso di continuità, per esempio, che ha questo testo con quello che abbiamo fatto prima lo conosciamo noi. Una continuità che è non solo drammaturgica ma proprio di segno scenico, in questa ricerca di elementi essenziali, primordiali, che accompagnano un nostro filone di lavoro. Questa è più una cosa nostra, che possiamo riscontrare noi. A questo giro penso che il pubblico si rapporti con uno spettacolo, nel senso anche canonico del termine, cosa che non sempre abbiamo fatto (abbiamo fatto operazioni molto stravaganti, da un punto di vista teatrale), uno spettacolo anche molto rigido nelle sue geometrie, essenzialissimo come segni: non ci sono scenografie, abbiamo tutti un costume identico, è una specie di setta che si muove. Credo che questo possa aiutare in qualche modo, perché abbiamo levato gli orpelli, ad individuare qual’è il filo conduttore, che poi fondamentalmente è Edoardo, vita passione e morte di un uomo. Per cui, nonostante le tre ore, nonostante anche la cupezza del tutto, penso che possa essere facilmente veicolabile. Credo che lo spettatore si trovi di fronte ad una cosa abbastanza chiara, pulita e precisa nel segno che vuole dare.

Nella locandina si parla di Edoardo II da Marlowe..

C’è stata un’operazione di adattamento da parte di Latella, il testo non è integrale, è stato ridotto e gli si è dato un taglio. E poi perché è intervenuta una traduzione molto forte, ingente, di Letizia Russo, con cui si è deciso di riscrivere in qualche modo il testo con un linguaggio anche molto gretto, molto rozzo, per restituire l’universo di questi individui. Quando si pensa a Shakespeare, che poi è il più prossimo confronto che si possa fare con Marlowe, tutti, dal suddito al sovrano al giullare al cavaliere, hanno uno squarcio di umanità enorme ciascuno, nel senso che riescono a filosofare sulla vita. Mentre questi personaggi di Marlowe sono molto grezzi, assolutamente sono quello che sono, rappresentano veramente quella che era la società inglese dell’epoca, una massa di ignoranti totali, guerrieri, trogloditi proprio. Gaveston è francese, anche per questo c’è del fascino, viene da una società molto più strutturata di quella inglese, con una storia ben più antica alle spalle di quella inglese. Con una aristocrazia e una corte molto più sofisticata, con una cultura molto più elevata. Mentre loro erano veramente dei contadini, derivanti dalle popolazioni nordiche, vichinghe, che avevano una storia di qualche centinaio d’anni, non di più. E’ con Elisabetta, mentre Marlowe scrive, che c’è il grande cambiamento. Per cui la traduzione è questa gente che sbaglia congiuntivi, è piena di insulti, anche per restituirne la grettitudine.

www.microteatro.it

... un'intervista forse poco nota... mi ripeto ma continuo a pensare all'edoardo come a 1 pièce fondamentale alla mia esperienza d spettatrice, prima quello degli elfi, poi questo d latella ed 1 altra regìa d luciano colavero... importantissimo anke per le amicizie ke nell'edoardo si sono consolidate o sono nate :-) ciao a tutti gli amici!

 

 

 

postato da: erica1cate alle ore 18:20 | link | commenti
categorie: eventi, interviste, marco foschi, antonio latella

LOLA CHE DILATI LA CAMICIA - ALL'ELFO FINO AL 15 MARZO '09

LOLA CHE DILATI LA CAMICIA
dall’autobiografia di Adalgisa Conti
a cura di Luciano Della Mea
drammaturgia Marco Baliani, Cristina Crippa e Alessandra Ghiglione
regia Marco Baliani
con Cristina Crippa e Patricia Savastano
scene e costumi di Carlo Sala
luci di Nando Frigerio
suono di Renato Rinaldi
produzione Teatridithalia

lolachedilatilacamicia

“Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita”. Con queste parole, che testimoniano da subito un’intenzione sincera e penetrante, Adalgisa Conti, internata in manicomio a ventisei anni nel 1914, indirizza una lettera al proprio medico nella speranza che riconsideri il provvedimento di ricovero.
Con esplicito candore e concretezza d’immagini, Adalgisa rivela richieste d’amore deluse, una sessualità insoddisfatta, troppi desideri avviliti. C’è nelle sue parole il riaffiorare prepotente dell’infanzia, dei brevi giochi, dei sogni di una bambina e di una ragazza che scopre il proprio corpo, bello vivo sensibile. C’è il capriccio, c’è la malinconia e, poco dopo, c’è l’infrangersi dei sogni in un matrimonio senza gioia, l’impossibilità di comunicare con il marito Probo, che presto la colpevolizza, imponendole di soffocare desideri e pulsioni, fino a giudicarla pazza e volersene liberare affidandola al manicomio.
Non ricevendo risposte, dopo questa lettera Adalgisa tace; diventa, realmente, una paziente del reparto agitate, ‘sudicia, erotica, impulsiva’, e, per quasi settant’anni, ‘invariata’. Abbandonata a se stessa, senza più una famiglia, è destinata a rimanere in manicomio fino alla fine dei suoi giorni, ormai novantenne.

Questa storia, tornata alla luce grazie a Luciano Della Mea che aveva pubblicato nel 1978 la lettera e altre testimonianze (ristampate da Jaca Book nel 2000), ha appassionato Cristina Crippa che, con Marco Baliani, Alessandra Ghiglione e Patricia Savastano, nella primavera del 1996 ne ha tratto una versione teatrale.
Lo spettacolo diretto da Marco Baliani, Lola che dilati la camicia, dà nuovamente voce ad Adalgisa coinvolgendo gli spettatori in una sorta di intenso rito della memoria: Cristina Crippa è una protagonista intensa e commovente che ripercorre tra afasie e illuminazioni improvvise, parole smarrite e ritrovate, il labirinto della memoria di Adalgisa, destinato a sfociare in una disperata follia. Patricia Savastano è la sua infermiera-guardiana, ma anche sua sorella e custode, quasi ossessivo doppio delle visioni dell’altra.

DALLA RASSEGNA STAMPA:

La potenza delle parole, nel naufragio di sintassi e senso, si disperde nella scarna dimensione sonora di rumori e brani operistici. E non conta solo il rigore degli esiti, ma l’onestà e la passione che si respira: Cristina Crippa s’incide come un’icona violenta e insieme diafana, con lo sguardo perduto e il corpo proteso nel nulla, scosso dai raptus o placato negli abbandoni. Con lei Patricia Savastano, secondina e solidale, inserviente e narratrice, che si divide tra trasfigurazione e testimonianza. [...] Toccanti la scena dell’abluzione nella tinozza e il duetto con la “nutrice” a imboccare le parole alla donna perduta. Così, tra un bagno purificatore e la trasformazione finale in grottesca maschera della follia, la vita si smarrisce fissandosi in un urlo senza respiro alla Munch e la proiezione del reperto della scrittura.

Antonio Calbi, La Repubblica

Rudemente lavata in un catino, rivestita da un ruvido camicione, alla fine anche grottescamente impiastricciata con un orribile trucco da vecchia, Cristina Crippa è intensa e penetrante nell’evocare gli insondabili umori della protagonista, mentre Patricia Savastano incarna una figura che è insieme di infermiera, suggeritrice, alter ego.

Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore

È uno spettacolo bello e persuasivo perché senza artifici, capace di far vivere con levità e discrezione i sentimenti. Baliani muove la rappresentazione in un continuo e sottile gioco di distanze e di coinvolgimenti, di gesti minimi e di parole perdute e ritrovate e ripetute. Basta una voce che esca da un vecchio e gracchiante fonografo, basta il rumore di una goccia che ossessivamente cade per costruire un’atmosfera.

Domenico Rigotti, L’Avvenire
postato da: erica1cate alle ore 00:00 | link | commenti
categorie: programma, marco baliani, cristina crippa
mercoledì, 18 febbraio 2009

FLESSIBILE, HOP HOP! - RECENSIONE

Flessibilità. Face-à-Face con Emmanuel Darley

 

 

Emmanuel Darley

Emmanuel Darley

Prosegue la rassegna “Face-à-Face. Parole di Francia per scene d’Italia”, che mette in comunicazione i nostri interpreti con gli autori d’Oltralpe. L’estetica è quella della ‘mise en espace’, forma ibrida tra lettura e messinscena che spalanca le porte del ‘work in progress’ raccogliendo l’uditorio in una sorta di anticamera semantica dove tutte le molecole sono già in movimento ma non ancora aggregate.

Questo è il turno di Emmanuel Darley, classe 1963, che viene dalla narrativa ma si è già affezionato al teatro, non senza un buon successo di traduzioni e messe in scena.
Gioia Costa, nel comitato artistico del progetto “Face-à-Face”, lo introduce al pubblico (la sala è gremita) e ne parla come di un grande ricercatore e sperimentatore del linguaggio. Darley prende la parola per raccontare di questa sorta di “masquerade” linguistica, di mimesi della parola di cui lui va in cerca con i propri testi, che prendono spunto da suggestioni neorealiste legate ai drammi della società e poi volano verso la letterarietà vestendo l’estetica di situazioni teatrali.

 

In scena sette sedie, su una delle quali è seduto Matteo Caccia, noto ad alcuni per i suoi testi teatrali finalisti a Riccione Teatro, ad altri per i suoi lavori con Antonio Latella, ad altri ancora per il programma su Radio2, Amnèsia, in cui si racconta in seguito alla perdita di memoria retrograda globale.
Qui, invece, dopo aver introdotto gli altri attori e messo insieme un simpatico prologo-mani-avanti sulla ‘mise en espace’, interpreterà (con tanto di parrucca platinata in testa) Denise, ex ragazza madre, ora semplice proletaria disoccupata, che finirà lobotomizzata dal lavoro in fabbrica.
Sì, perché questo “Flessibile, Hop Hop!”, una volta di più, parla del precariato e dell’alienazione di un mondo che funziona a cicli, seguendo “flussi che fluttuano” e calpestando diritti per definizione, appunto, “inalienabili”. Allora, scena dopo scena, dalle sedie si alzano e vengono avanti due capi donna simbolo del potere, ossessionate dal “tagliare i costi, asciugare le spese, contenere le uscite”. Poi due operai, rappresentanti del ‘troppo-vecchio’ uno e del ‘senza-esperienza’ l’altro, il primo fiero e nostalgico dei vecchi tempi in cui il proletariato si era conquistato il regno e il secondo ingenuo e scansafatiche, utopista a caccia di condizioni di lavoro umane. Si troveranno ad essere simulacri dell’inoccupabilità, spettatori confusi del massacro della dignità, vissuto sulla propria pelle e su quella della povera stupida Denise, abbindolata dal tempo indeterminato e confinata in una nebbia cognitiva fatta di “clang, clang, clang”, suono simbolo di un lavoro ripetitivo. Quello che, soprattutto se in condizioni disumane, non nobilita affatto l’uomo. Né la donna.

Rosario Tedesco, che se la ride sulla sedia e in coda interpreta un imprenditore deciso a edificare sulle ceneri della fabbrica (InterClang, appunto) un museo fotografico allegoria di una falsa serenità, è regista attento a scandire i movimenti con cui, nonostante il copione in mano, i bravi attori rimandano al suono di un ingranaggio inesorabile.
Il lavoro migliore, insieme a Caccia, è assegnato a Marco Foschi, che interpreta un’esilarante Brigitte, selezionatrice del personale moderna e con l’inglesismo facile.
Il testo, tradotto da Maruzza Loria, presenta forse meno originalità e sperimentazioni linguistiche di quelle promesse dall’introduzione dell’autore, ma viaggia spedito su un tono ironico e surreale, fieramente sintetico nel ritmo dei dialoghi. Senza voler considerare l’ipotetica messinscena, questa ‘mise en espace’ si comporta bene. L’operazione risulta divertente prima di tutto per la giovane compagnia d’attori, che intrattiene anche con qualche risata fuor di didascalia.

ROMEO E GIULIETTA IN TOURNEE


Macerata 18-19 febbraio 2009 - Teatro Lauro Rossi 0733 230735

Pesaro 20-22 febbraio 2009 - Teatro Rossini 0721 387621

Porto San Giorgio 25 febbraio 2009 - Teatro Comunale 0734 902107

Rimini 27 feb / 1 mar 2009 - Teatro Novelli 0541 24152

Castelfranco Emilia 3 marzo 2009 - Teatro Dadà 059 927138

Maranello 4 marzo 2009 - Auditorium Ferrari 0536 943010

Ferrara 5-8 marzo 2009 - Teatro Comunale 0532 202675
... ah, le date marchigiane!!!
lunedì, 16 febbraio 2009

FLESSIBILE, HOP HOP! REGIA DI ROSARIO TEDESCO

PICCOLO ELISEO PATRONI GRIFFI

Via Nazionale 183, Roma

Lunedì 16 febbraio 2009 ore 20.45

ingresso libero fino ad esaurimento posti

 

FACE À FACE

Parole di Francia per scene d’Italia

III edizione - 2009

Flessibile, Hop Hop!

di EMMANUEL DARLEY

traduzione di Maruzza Loria

mise en espace a cura di Rosario Tedesco

con Silvia Ajelli, Matteo Caccia, Marco Foschi,

Annibale Pavone, Enrico Roccaforte,

Cinzia Spanò, Rosario Tedesco

 

Flessibile, Hop Hop! (2004)

Maurice e André lavorano nell’officina dei fratelli Klang. I macchinari sono stati aboliti, troppo cari. Ormai i nostri due operai fabbricano dei Klangs a mano! Un’attività rigorosamente imbecille, ma presto verrà il momento in cui saranno licenziati per essere rimpiazzati da una donna – è meno cara! - e subito dopo anche lei, fuori, rimpiazzata da altri, altrove, molto molto lontano… Seguendoli, si scoprirà «il mondo meraviglioso dell’insicurezza sociale, dell’amministrazione. La felicità degli stage, della formazione e degli aggiornamenti»

 

Emmanuel Darley (1963)

Nato a Parigi nel 1963, è cresciuto fra l’Africa e la Lorena. Tornato a Parigi nel 1977 si è poi stabilito nell’Aude, dove vive tuttora. Dopo brevi studi di cinema, dal 1999 dirige laboratori di scrittura. Ha scritto tre romanzi e ha iniziato a scrivere per il teatro. Fra le sue pubblicazioni: Le bonheur (2007) Un des malheurs (2003) Pas bouger e Qui va là, Actes Sud-Papiers, 2002; Indigents, Actes Sud-Papiers, 2001; Souterrains, Théâtre Ouvert, 2001; Une ombre, Théâtre Ouvert, 2000; Ici, l’inconnu, testo sulle fotografie de Djan Seylan, « Carnets de voyage », Le point du Jour, 1999; Badier Grégoire, Théâtre Ouvert, 1998; Des petits garçons, romanzo, P.O.L, 1993. Alcune sue opere vengono lette, messe in scena, pubblicate, altre recitate e tradotte. Collabora con la compagnia Labyrinthes.

 

PICCOLO ELISEO PATRONI GRIFFI

Via Nazionale, 183 −  00184 Roma         

tel. botteghino: 06 4882114 | 06 48872222

www.teatroeliseo.it 

 

 

postato da: erica1cate alle ore 11:37 | link | commenti (1)
categorie: eventi, programma, marco foschi, rosario tedesco
mercoledì, 11 febbraio 2009

MARIO PERROTTA AL CRT SALONE - MILANO

DAL 10 AL 22 FEBBRAIO 2009
Compagnia del Teatro dell’Argine

ODISSEA
scritto, diretto e interpetato da Mario Perrotta

musiche originali composte ed eseguite da
Mario Arcari (clarinetto, oboe, percussioni)
Maurizio Pellizzari (chitarra, tromba)

aiuto regia Paola Roscioli




Lo spettacolo

“Questa sera mi affitto due musicisti, li porto nella piazza del paese e faccio il botto! ‘Stasera succede un casino,,,”. Così entra in scena Telemaco - figlio di un Ulisse mai tornato - e comincia il suo spettacolo d’arte varia. Non risparmia nulla, a sé stesso e agli altri: racconta, come sa e come può, la sua versione dei fatti. E ogni sentimento si fa carne viva sulla scena e diventa corpo, parole in musica, avanspettacolo, versi sciolti e danza, odissea a brandelli di un ragazzo che non sa tenere insieme i cocci di una storia - quella di suo padre - che non sta più in piedi. Per Telemaco il tempo dell’attesa è scaduto: è ora di fare spettacolo.




La mia Odissea

C’è un personaggio nell’Odissea che, da sempre, cattura la mia attenzione, un personaggio che molti non ricordano neanche: Telemaco.
Ho provato a chiedere in giro e, difatti, molti ricordano il cane di Ulisse - Argo, mi pare... - ma non il figlio. Io, invece, ne ho sempre subito il fascino, perché la sua attesa è carica di suggestioni. Telemaco non ha ricordi di Ulisse, non l’ha mai visto, non sa come è fatto, non sa il suono della sua voce: per Telemaco, Ulisse è solo un racconto della gente.
Ed è proprio questa assenza ad aprire infinite possibilità nei pensieri di Telemaco. Lui è l’unico personaggio dell’Odissea che può costruire un’immagine di Ulisse calibrata a suo piacimento. I pensieri di Telemaco, forse, sono l’unico luogo dove Ulisse può essere ancora un eroe.
Ma gli eroi durano il tempo di un romanzo e questo Telemaco lo sa...
E’ così che ho disancorato Telemaco dal tempo degli eroi e l’ho trascinato qui, nel ventunesimo secolo, avvilito da una madre reclusa in casa; assediato dalla gente del paese che, non sapendo che fare tutto il giorno al bar della piazza, mormora della sua “follia” e della sua famiglia mancata; circondato dal mare del Salento, invalicabile e affamato di vite umane. Solo così potevo immaginare un’odissea mia, contemporanea, solo portando la leggenda a noi, in questo nostro tempo così disarticolato e privo di certezze.
E dunque si mescolano nello scrittura il mito e il quotidiano, Itaca e il Salento, i versi di Omero e il dialetto leccese, legati insieme da una partitura musicale rigorosa, pensata ed eseguita dai musicisti che mi accompagnano in questo lavoro e diventano anch’essi, con i loro molteplici strumenti, voci musicali del racconto.

Mario Perrotta




Dopo aver presentato tre studi nell’estate 2007:

Bassano Opera Festival – Bassano del Grappa (VI)
Lunatica Festival – Lusuolo (MS)
Bella Ciao Festival – Roma

Odissea ha debuttato in prima nazionale il 16 novembre 2007 all’ITC Teatro di S. Lazzaro (BO), lo spazio storico della Compagnia del Teatro dell’Argine.
postato da: erica1cate alle ore 08:06 | link | commenti
categorie: mario perrotta
lunedì, 09 febbraio 2009

IL QUESTIONARIO... RISPONDE FERDINANDO BRUNI

Il tratto principale del suo carattere?
La concretezza.

La qualità che preferisce in un uomo?
Il senso della misura.

E in una donna?
Il senso dell'umorismo.

Il suo principale difetto?
Una felpata ma inesorabile testardaggine.

Il suo sogno di felicità?
Una grande casa-studio-laboratorio con le persone che amo.

Il suo rimpianto?
Sono contrario ai rimpianti.

L'ultima voolta che ha pianto?
Qualche settimana fa guardando alla televisione 'Quattro matrimoni e un funerale'.

L'inconro che le ha cambiato la vita?
Con Gabriele Salvatores alla scuola del Piccolo Teatro.

Sogno ricorrente?
Scopro nella mia casa delle stanze che non conosco.

Il giorno più felice della sua vita?
Il 14 febbraio 1988

La persona scomparsa che richiamerebbe in vita?
Albert Camus per sapere cosa ne pensa.

La materia scolastica preferita?
Italiano.

Città preferita?
Londra.

Il colore preferito?
Forse l'arancione.

Il fiore preferito?
Il gelsomino.

Bevanda preferita?
Vino bianco d'estate.

Piatto preferito?
Brasato con la polenta.

Il suo primo ricordo?
Al Lido di Venezia su un side-car.

Libro preferito di sempre?
Davide Copperfield.

Libro preferito degli ultimi anni^
I Racconti di Anton Cechov.

Autori preferiti in prosa?
Shakespeare, Dickens, Austen e, fra i contemporanei, Ian McEwan.
 
Poeti preferiti?
Emily Dickinson, Wystan Hugh Auden, Pedro Salinas.

Cantante preferito?
Annie Lennox, Nina Simone.

I suoi pittori preferiti?
Piera della Francesca, Otto Dix, Antoni Tapies
 
Film cult?
Viale del tramonto, La dolce vita, Nightmare before Christmas.

Attori preferiti?
Dick Bogarde, Maggie Smith e gli attori con cui lavoro.

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?
Mi regalarei 10 cm in più.

Personaggio pubblico più ammirato?
Giseppe Mazzini, la sua 'Costituzione della Repubblica Romana' fornisce ancora oggi un modello di società.

Quel che detesta di più?
Tutte le tirannie politichw e religiose.

Se potesse rinascere in chi o in che cosa si reincarnerebbe?
In un gatto siamese.

Se non avesse fatto il mestiere che fa?
Avrei fatto il pittore.

Come vorrebbe morire?
Nel sonno.

Stato d'animo?
In casa sereno, fuori nuvoloso.

Il suo motto?
Il meglio è nemico del bene. (Euripide)

(di Paolo Di Stefano, liberamente ispirato al famoso gioco di Marcel Proust, io donna 7.2.09)

... l'affezionato pubblico da milano a napoli a bussero si è molto divertito a 'sto giochino... facciamolo un po' girare, no??? (personalmente la lettura mi ha fatto sentire Ferdinando meno lontano, in 'sto periodo nn milanese)

postato da: erica1cate alle ore 06:08 | link | commenti (1)
categorie: interviste, ferdinando bruni