MF e compagnia bella

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lunedì, 30 marzo 2009

MUSICA LEGGERA - SI APRE LA NUOVA STAGIONE DI SENTIERI SELVAGGI

lunedì 30 marzo 2009, ore 21 Teatro dell'Elfo

1 ALLEGRO CON ENERGIA

Michael Nyman

Something Connected With Energy

commissionato dal Festival della Scienza di Genova per festeggiare i 70 anni del gruppo ERG e realizzato a cura di Codice. Idee per la cultura.

Michael Nyman 

Nella nuova partitura composta da Michael Nyman per Sentieri selvaggi l’imprevedibile curiosità intellettuale del compositore inglese lo porta a intrecciare un dialogo con la scienza, ponendo al centro della propria riflessione il tema dell’energia. Dalle note di Nyman trabocca un vortice ritmico di instancabile e vigorosa vitalità che sembra alludere a come ogni forma di energia possa trovare il modo di auto-alimentarsi.

In Michael Nyman’s new work, composed for Sentieri selvaggi, the English composer’s unpredictable curiosity weaves a dialogue with science around the central theme of energy. Nyman’s score creates a vigorous, untiring, rhythmic vortex which seems to allude to how all forms of energy can feed themselves.

in collaborazione con ERG Festival della ScienzaCodice idee per la cultura

Ensemble Sentieri selvaggi

  • Paola Fre flauto
    Mirco Ghirardini clarinetto
    Luca Segala sax
    Giovanni Hoffer corno
    Andrea Giuffredi tromba
    Andrea Dulbecco vibrafono
    Andrea Rebaudengo pianoforte
    Piercarlo Sacco violino
    Enrica Meloni violino
    Thomas Cavuoto viola
    Aya Shimura violoncello
    Alberto Lo Gatto contrabbasso

www.musicaleggera.sentieriselvaggi.org

 

postato da: erica1cate alle ore 04:48 | link | commenti
categorie: concerti, sentieri selvaggi
sabato, 28 marzo 2009

A PROPOSITO DELLE REPLICHE UMBRE DE 'IL VICARIO'

“Il vicario” fa sollevare il parroco che vuole difendere Pio XII.
L’attore Marco Foschi e i “perché” di un testo tanto osteggiato.

PERUGIA20.03.2009

Collettivo in scena Sei attori sul palcoscenico per rappresentare il testo di Rolf Hochhuth scritto nel 1963

Sarà per quella stella di David dipinta come marchio sopra al manto candido di un agnello, sarà per quella polemica mai sopita tra salvezza e tradimento, sarà per la storia che guarda a due facce la vicenda di Papa Pio XII, ma don Sergio Andreoli, parroco di Foligno, è comunque categorico: quella messa in scena è solo una provocazione. Così la croce santissima si alza sopra quella uncinata raccontata da Rolf Hochhuth ne “Il vicario” e rappresentata a Foligno attraverso la lettura teatrale diretta da Rosario Tedesco e prodotta dal teatro Stabile dell'Umbria. Una lettura che parla dell’atteggiamento di Pio XII di fronte ai crimini nazisti. Il “no” di don Sergio Andreoli si alza e circola con la velocità della rete nel suo sito personale, attraverso mail inviate ai fedeli e in sede di riunione mensile del clero della diocesi di Foligno, dove mercoledì scorso erano presenti il vescovo monsignor Gualtiero Sigismondi e il vescovo emerito monsignor Giovanni Benedetti. Don Sergio Andreoli si amareggia e protesta. Intanto “Il vicario” si sposta oggi da Foligno a Terni, dove replicherà fino a domenica al Videocentro e, di seguito, arriverà a Perugia al Centro universitario teatrale da martedì 24 marzo fino a domenica 5 aprile.

 Sei attori in scena, compreso l’autore regista Rosario Tedesco. Tutti appartenenti a un collettivo teatrale nato e cresciuto sotto l’ala di Antonio Latella. Tra gli attori in scena anche Marco Foschi, apprezzato protagonista di Moby Dick insieme a Giorgio Albertazzi, e di altre opere teatrali prodotte negli ultimi anni dallo Stabile dell’Umbria con il premiato marchio “Latella”. Marco Foschi comunque di fronte all’atteggiamento di don Sergio Andreoli non si sorprende. Anzi, cita su “Il vicario” un precedente illustre: il ritiro dalle scene, senza mai debutto, di una versione teatrale del 1965 rappresentata da Carlo Cecchi con Maria Volonté. Lo spettacolo fu interrotto dalla polizia prima di andare in scena e la Compagnia, intimidita dalla scomunica, si autocensurò. Oggi della versione di allora non esiste più traccia.

Dopo 43 anni “Il vicario” è stato riportato a Roma da Rosario Tedesco. Foschi, i vaticanisti vi osteggiano? “Non so spiegare eppure ancora succede. Il testo di Hochhuth viene ritenuto insolente, come lo giudica don Andreoli. Ma non è così: è un testo complesso, molto profondo. La nostra operazione se non altro ha avuto il merito di riportare Rolf Hochhuth in Italia. E sto parlando di uno dei drammaturghi più importanti del Novecento”. In Germania è letto addirittura nelle scuole... “In Germania ha venduto più di un milione di copie”. Voi lo avete scelto per la posizione espressa da Ratzinger verso Pio XII? “No. Ci sono state una serie di circostanze concomitanti assolutamente casuali. In verità noi ci siamo solamente innamorati del volume scoprendolo negli scaffali in libreria”. Sa che ci sono delle testimonianze di ebrei, proprio relative all’Umbria, ad Assisi, che portano alla luce una collaborazione tra papa Pio XII e i vescovi locali per salavare degli ebrei. Che ne pensa? “Non è questo il punto. Nascondere ebrei lo hanno fatto in molti, gli stessi tedeschi si sono adoperati in diverse situazioni rischiando la propria vita e quella dei familiari. Il fatto è che il Sacro soglio non prese mai una posizione aperta nei confronti del conflitto e contro lo sterminio. Se il Vaticano avesse espresso critiche verso Hitler avrebbe mosso milioni di cattolici in tutta Europa, e probabilmente il Fuhrer non avrebbe avuto campo aperto”.

Stare contro Hitler avrebbe voluto dire però favorire Stalin... “Certo, il regime nazista serviva alla Chiesa come baluardo contro l’Urss”. Al di là dell’Olocausto, il valore drammaturgico del testo come lo avete rappresentato? “Come una sorta di oratorio della parola, tra lettura e messinscena riducendo all’osso un volume di quasi 500 pagine”. La chiave di lettura scelta qual è stata? “Abbiamo cercato di vedere come si esplica la coscienza individuale in momenti straordinari”. Seguendo percorsi tracciati dall’autore? “Ovviamente. Abbiamo individuato la strada seguita da un ufficiale delle Ss che tradisce la sua divisa per salvare delle persone; e di un prete, costretto in qualche modo a tradire la sua divisa per andare a salvare altre vite. Da chi, invece, come papa Pio XII non ha potuto tradire se stesso”. Dove finisce dunque la responsabilità individuale e comincia quella collettiva? “La risposta sta in come si muovono questi personaggi, nelle loro scelte. Il dramma storico di Hochhuth, come di Schiller, va visto alla luce dei valori portati”. La sua voce nell’oratorio a chi appartiene? “Sono padre Riccardo Fontana, un prete a diretto contatto con i poteri forti: dalla sua posizione cerca di sensibilizzare i suoi superiori perché facciano scelte precise di fronte alla deportazione. Non accadrà. E, dunque, per salvare il senso del suo mandato cristiano andrà volontario ad Auschwitz”. Foschi, che risponde a don Andreoli? “Lo vorrei invitare allo spettacolo. Del resto Wojtyla ha chiesto scusa per la questione ebraica...vorrà dire pure qualcosa.”

 www.corrieredellumbria.it - 21.3.09 

 
mercoledì, 25 marzo 2009

HAPPY FAMILY ON SCREEN

Il regista Gabriele Salvatores inizierà a girare il prossimo giugno Happy Family, adattamento dell'omonimo testo teatrale di Alessandro Genovesi portato in scena nel 2007 dalla Compagnia del Teatro dell'Elfo. A produrre il film sarà la Colorado Film di Maurizio Totti, il quale ha spiegato che il film sarà "una commedia sofisticata ed elegante ambientata interamente a Milano. Da un paio d'anni io e Gabriele stavamo sviluppando questo progetto e il cast è in via di formazione". Happy Family vede al centro del plot due famiglie di oggi, in continua evoluzione e dall'equilibrio precario. I loro destini si incrociano a causa dei figli quindicenni caparbiamente decisi a sposarsi. Un banale incidente stradale catapulta il protagonista-narratore Ezio al centro del conflitto tra le due famiglie strampalate popolate da figli innamorati, genitori sballati, madri nevrotiche e coraggiose e nonne irrimediabilmente svampite. Si attende ora di conoscere i nomi del cast che, vista la natura corale del testo di partenza, si preannuncia decisamente nutrito.

www.happyfamily.splinder.com

postato da: erica1cate alle ore 11:07 | link | commenti (2)
categorie: film, eventi, alessandro genovesi
sabato, 21 marzo 2009

FERDINANDO BRUNI ALLA SCALA

 
Incontro e prova aperta con Riccardo Chailly, Fabio Vacchi e Ferdinando Bruni


Il 22 marzo la Filarmonica aprirà le porte della Scala ad abbonati, studenti e atutti gli appassionati di musica per presentare lo straordinario programma musicale che verrà eseguito nella stagione della Filarmonica il giorno successivo: il 23 marzo Riccardo Chailly dirigerà infatti la prima asssoluta del melologo Prospero o dell’armonia, commissionato dalla Filarmonica a Fabio Vacchi e tratto dalla Tempesta di Shakespeare, protagonista Ferdinando Bruni, e celebrerà il bicentenario di Felix Mendelssohn-Bartholdy con la prima italiana dell’edizione critica di Der Einsame Insel, titolo della versione romana del 1830 dell’Ouverture Die Hebriden, e soprattutto con la prima esecuzione assoluta dell’edizione critica della Sinfonia n.5 Riforma.

 

In considerazione dell’eccezionalità del programma la Filarmonica ha deciso di aprire gratuitamente al pubblico la prova di domenica 22 facendola precedere alle ore 19 da un incontro con gli artisti. Se le prove aperte costituiscono sempre l’occasione di assistere al lavoro di preparazione di un’esecuzione, in questo caso l’interesse è accresciuto dal fatto che il M°Chailly accompagnerà il pubblico alla scoperta di una partitura completamente nuova nel caso di Vacchi e di pagine celebri ma rinnovate dal ritorno alle fonti originarie nel caso di Mendelssohn-Bartholdy. 

 

www.filarmonica.it

postato da: erica1cate alle ore 18:46 | link | commenti
categorie: eventi, incontri, concerti, programma, ferdinando bruni
venerdì, 20 marzo 2009

ANGELS IN AMERICA AL TEATRO INDIA - ROMA

Riconoscimenti: Premio ANCT 07 (Associazione Nazionale Critici di Teatro). Premio Ubu per il teatro 2007 a Elio De Capitani quale migliore attore non protagonista e Umberto Petranca quale miglior attore under 30. Premio Hystrio ’08 alla regia e due Premi ETI-Gli Olimpici del Teatro ’08, come miglior regia e miglior spettacolo di prosa.
• programma di sala 2008/2009 (1MB pdf)
galleria fotografica
Recensioni:
Masolino D'Amico su La Stampa
Franco Quadri su La Repubblica
Franco Cordelli sul Corriere della Sera
Gianni Manzella su Il Manifesto
Sandro Avanzo su Liberazione
Maria Grazia Gregori su L'Unità
ANGELS IN AMERICA
Fantasia gay su temi nazionali
Prima parte: Si avvicina il millennio
di Tony Kushner

traduzione di Mario Cervio Gualersi (edita da Ubulibri)
regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
Elio De Capitani - Roy M. Cohn/Prior 2, fantasma
Elena Russo Arman - Harper Amaty Pitt, moglie di Joe/Martin Heller
Ida Marinelli - Hannah Porter Pitt, madre di Joe/Rabbino Isidor Chemelwitz/Henry, medico di Roy
Cristina Crippa - Emily/Ella Chapter/la donna del South Bronx/Ethel Rosenberg
Cristian Maria Giammarini - Joseph Porter Pitt/Prior 1, fantasma/l'Eschimese
Edoardo Ribatto - Prior Walter, il compagno di Louis/l'uomo nel parco
Fabrizio Matteini - Belize, ex amante di Prior/Mr Bugia
Umberto Petranca - Luis Ironson
scene di Carlo Sala
costumi di Ferdinando Bruni
video di Francesco Frongia
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
una produzione TEATRIDITHALIA/Emilia Romagna Teatro Fondazione

angelsinamerica

Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno firmato insieme la regia di questo bestseller del teatro americano, ottenendo da subito il Premio ANCT (Associazione Nazionale Critici di Teatro). A questo riconoscimento sono seguiti, due Premi Ubu ’07, il Premio Hystrio ’08 alla regia e due Premi ETI-Gli Olimpici del Teatro ’08, come miglior regia e miglior spettacolo di prosa.

Angels in America, saga provocatoria e commovente, composta in due parti: Si avvicina il millennio e Perestroika. La prima parte, coprodotta da ERT e da Teatridithalia, ha debuttato con successo al Teatro delle Passioni di Modena nel maggio 2007. La seconda parte, Perestroika, debutterà nell'ottobre 2009 al Festival Vie, Scena contemporanea di Modena.
Il sottotitolo esplicito, Fantasia gay su temi nazionali, non sintetizza tutta la ricchezza dell’opera di Tony Kushner e la complessità dei suoi personaggi: l’autore sa infatti indagare il tema dell’identità in profondità, sondandone tutte le componenti, razziali, religiose e culturali, e riesce a dipingere un mondo - il nostro - nel quale gli esseri umani faticano disperatamente a riconoscersi e accettarsi con consapevolezza e dignità.

Lo scenografo Carlo Sala si è ispirato all’ambiente essenziale del Teatro delle Passioni, creando uno spazio ampio e semivuoto, luogo ideale per le immagini video di Francesco Frongia, capaci di trasformare la scena ora nello skyline che domina Central Park, ora nel panorama di Salt Lake City, nei cumuli di ghiaccio dell’Antartico, in bilico tra realtà e allucinazioni mentali. Il cast è guidato da Elio De Capitani nel ruolo di Roy Cohn (Premio Ubu come miglior attore non protagonista). Insieme a lui un gruppo affiatato di attori non ancora quarantenni: Edoardo Ribatto nel ruolo centrale di Prior, Umberto Petranca in quello di Louis (per il quale a vinto l’Ubu come attore under 30), Elena Russo Arman, Cristian Maria Giammarini e Fabrizio Matteini. Completano il cast due volti celebri della compagnia dell’Elfo: Ida Marinelli e Cristina Crippa.

DALLA RASSEGNA STAMPA:

Per lo storico gruppo milanese ancora uno sguardo politico su realtà nascoste e fiammeggianti in un approccio severo e forte, costruito con semplicità ma anche con profondità nella casta scena di Carlo Sala. Un merito che tocca in egual misura agli interpreti e alla regia illuminista, ma anche carica di sentimento, firmata a quattro mani da Bruni e De Capitani che interpreta da par suo il ruolo di una carogna storica.

Maria Grazia Gregori, l’Unità

È con enorme emozione che si vede e si vive, tra il riso e il pianto, la prima parte di Angels in America. [...] Si sovrappongono dunque le situazioni intime e i dialoghi, in uno spettacolo ricco di fantasia e voglia espressiva che supera i vincoli ambientali, importa fantastiche visioni registrate e ridondanti sonorità. E per una volta si può contare su un’adesione interpretativa di felice compattezza in cui spiccano le tormentate raffigurazioni di Cristian Maria Giammarini e Elena Russo Arman, i trasformismi di Ida Marinelli, l’introspezione di Umberto Petranca e Edoardo Ribatto, assieme al redivivo Fabrizio Matteini.

Franco Quadri, la Repubblica

Cito il film di Nichols perché dalla prima scena De Capitani, nella parte dell’avvocato Roy Cohn, colui che nel 1952 spedì sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg, si diverte a gareggiare con Al Pacino, subito ponendo un problema: non solo chi sia più bravo, più gigionesco, più cattivo; ma che cosa sia la cosiddetta copia rispetto all’originale, e che cosa sia il teatro che nasce come teatro, diventa cinema, e torna a essere teatro. [...] D’altra parte la commistione dei mezzi tecnici e degli stili – da quello della recitazione psicologico-naturalistica a quello barocco delle visioni, sogni nel caso degli uomini, tutti omosessuali, allucinazioni nel caso di Harper, l’eterna moglie americana, insoddisfatta e impasticcata – questa commistione è l’essenza sia formale che concettuale di Kushner. Nel senso della forma per Bruni e De Capitani è una pacchia, un vero tripudio: sono a casa loro, sembrano i committenti di un testo spasmodico e appassionato, poi finito al cinema e in televisione.

Franco Cordelli, Corriere della Sera
Teatro India, Roma 20-29 marzo 2009
Teatro Piccini, Bari 1-5 aprile 2009
Teatro
Asioli, Correggio 8 aprile 2009
Teatro Sociale, Brescia 15-19 aprile 2009
Teatro della Corte, Genova 21-26 aprile 2009
Teatro Fraschini, Pavia 28-30 aprile 2009
in bocca al lupo! beati gli spettatori appassionati...
mercoledì, 18 marzo 2009

Hamlet's Portraits. Considerazioni

È ancora possibile rappresentare Amleto, oggi? È quanto mi veniva da domandarmi mentre assistevo alle tredici ore della maratona di Antonio Latella al teatro India di Roma. Questo mastodontico progetto non è infatti una messa in scena di Amleto, ma una messa in scena dell’idea di rappresentare Amleto, delle possibilità delle sue rappresentazioni, dell’infinità delle possibilità di interpretazione. Per qualsiasi scelta rappresentativa si faccia, mi veniva da pensare, il testo shakespeariano è più ricco, più sottile, più complesso, e vedere messa in scena una sola, singola possibilità di rappresentarlo alla volta significa escludere le altre possibilità. Per questo, davanti alla scena, la mia mente vagava alla ricerca di altre possibilità, di altri significati, di altre pieghe: perché Amleto, il testo totale del teatro, potrebbe sempre significare qualcos’altro, essere recitato in un altro modo. In questo senso, lo spettacolo di Latella serviva come stimolatore di pensiero piuttosto che come punto di arrivo: non sceglie, se non in alcuni aspetti specifici, un’interpretazione determinata e delimitata, non propone una linea interpretativa lineare, dichiarando l’impossibilità di trarre un senso lineare da un testo che è un caposaldo di ambiguità e di ribaltamento delle facce. Mentre le parole e le frasi del play si ripetevano in continuazione, e si sentiva raccontare per la decima volta la trappola per topi o l’apparizione del fantasma, la complessità dei personaggi – di cui gli attori mettevano necessariamente in mostra un lato per volta – diveniva materia delle mie speculazioni mentali. Qual’era la storia del matrimonio di Amleto I e di Gertrude? Gertrude è danese o viene da fuori, in che modo il suo matrimonio ripercorre e/o prefigura la storia tra Amleto figlio e Ofelia? Era per caso anche lei la figlia di un consigliere di corte notata dal principe?
E il rapporto tra Amleto I e Claudio qual era? Qual era il ruolo di Claudio nella corte danese prima della morte del fratello? E cosa è venuta per prima, la brama per la corona o quella per Gertrude? O non è forse la stessa cosa, secondo quell’identificazione tra la donna e la terra che l’epica occidentale si porta appresso da tempi antichissimi?
E quale il rapporto tra Amleto figlio e Claudio prima dell’usurpazione di quest’ultimo? Amleto non sembra riconoscere Claudio come fratello di suo padre, per lui è sempre un estraneo, che sembra comparso a corte esattamente nel momento dell’usurpazione, ma che prima non vi esisteva: di fatti, potrebbe essere lo stesso (di) Fortebraccio, in quel continuo gioco di simmetrie di cui il play (ma in verità tutti i plays shakespeariani) è pieno. E la differenza di aspetto fisico (morale) che Amleto afferma esserci tra il padre e lo zio potrebbe anche non esistere affatto: io personalmente farei interpretare Amleto padre e Claudio dallo stesso attore. Anche perché coloro che detengono il potere, nel ciclo dei re, non mutano mai, ma si susseguono quasi indistinguibili, nonostante le etichette di buono o cattivo, eroe o tiranno che li accompagnano.
E ancora, Gertrude e Claudio? Lei è sua complice? Si amavano da prima, e si sono sbarazzati insieme del re? O Gertrude è stata davvero conquistata solo in seguito (magari dal fatto che Amleto padre e Claudio sono sostanzialmente identici)? Ha accettato di sposare Claudio perché pensava che fosse la cosa migliore per lo stato? Oppure è stata minacciata, è una vittima anche lei di Claudio, una donna magari picchiata, umiliata e costretta alla resa? È anch’essa divorata dall’ambizione? In quanti modi è simile alla Lady Anne del Richard III, che mentre va a seppellire il primo marito, accetta di sposare colui che l’ha ucciso?
La mia domanda iniziale – se sia possibile rappresentare Amleto – potrebbe essere riformulata meglio: è possibile mettere in scena un Amleto che non sia un’idea della rappresentazione di Amleto? Mi conferma in questa ipotesi quanto scriveva il grande Giorgio Melchiori, recentemente scomparso, in un testo che per me è uno dei capisaldi della critica shakespeariana:
 
“ […] Hamlet venne così accomunato dal Tillyard (Shakespeare’s Problem Plays, 1950) agli altri tre drammi [Troilo e Cressida, Tutto è bene quello che finisce bene, Misura per misura] come parte del gruppo, appunto, dei problem plays. Era una classificazione più intuitiva che razionale: i quattro drammi erano “problemi” soprattutto per la critica, che scorgeva in essi caratteri anomali rispetto ai modelli drammatici codificati, e li trovava perciò pieni di interrogativi, di suggerimenti e di stimoli ad una discussione che rimaneva aperta ben oltre i limiti dei singoli testi. Drammi problematici in quanto a loro modo ‘opere aperte’, irrisolte nel giro di quello che il prologo di Romeo and Juliet chiama the two hours’ traffic of our stage (in altre parole, quel che la nostra scena vi offre in 2 ore); nessuno può credere che i problemi di Amleto e del regno di Danimarca siano risolti dall’improvvisa presa di potere di Fortebraccio, o che l’uccisione a tradimento di Ettore riscatti l’infedeltà di Cressida e la delusione di Troilo. […] Manca insomma l’elemento catartico: la vitalità di questi drammi non sta nella presentazione di una serie di conflitti che trovano alla fine esiti tragici o lieti tali da portarli a soluzione sul piano etico o logico o estetico. Se soluzioni ci sono, valgono soltanto a livello pragmatico; la loro vitalità è invece tutta nel dibattito interno al dramma, indipendentemente dagli esiti, sta in un continuo confronto dialettico che acquista valore assoluto di ricerca di una verità che, proprio per essere vera, non può essere unica e univoca.
È questa consapevolezza dei valori dialettici, questo privilegiare il dibattito rispetto alle conclusioni che accomuna Hamlet, Troilus, All’s Well e Measure for Measure e li propone come prototipi di un nuovo teatro: non più tragedie o commedie secondo i modelli classici o rinascimentali, ma “rappresentazioni”, luttuose o meno (Trauerspiele, secondo la definizione data da Walter Benjamin del teatro di questo tempo), che rispecchiano quella nuova sensibilità che per comodità di classificazione storica è stata detta barocca, ma che per i caratteri delle sue espressioni stilistiche meglio potrebbe chiamarsi manierista – una visione del teatro e del mondo ancor più viva oggi, dopo il crollo delle ideologie.”
Giorgio Melchiori, Shakespeare. Genesi e struttura delle opere, Roma-Bari, Laterza 2000, pp. 405-406   
 
Per rappresentare Hamlet, nello spettacolo di Latella, ogni personaggio diventa Amleto: ognuno di loro pronuncia il celeberrimo monologo “Essere o non essere” adattandolo alla sua personale condizione. Polonio, l’uomo di superficie, non lo capisce, e lo prende a ridere. Laerte, che si è fatto strappare l’amata/desiderata/invidiata sorella da Amleto, non riesce a pronunciarlo, perché ha la bocca bloccata da un aggeggio di ferro, ma se lo porta addosso, anzi gli è stratificato addosso in una serie di magliette stampate da cui si vuole liberare. Ofelia, colei che sceglie il “non essere”, non lo pronuncia: a declamarlo per lei è il coeforo Orazio. Per Claudio, “essere o non essere” equivale a “usurpo o non usurpo” la corona, mentre per Gertrude è un interrogativo sul proprio ruolo (attoriale) di regina.
Ognuno di loro, per il fatto di essere Amleto, è solo, sulla scena e nella vita. Sebbene tutto quanto accada nel dramma sia determinato dal contatto tragico tra i personaggi, e dalle dinamiche bipolari o triangolari che intercorrono tra loro, la scelta di slegare i personaggi e di metterne in scena solo uno per volta rende conto di una comunicazione impossibile: nessun personaggio parla con un altro, egli/ella parla solo con se stesso/a, e da solo pronuncia anche le battute degli altri personaggi. Ognuno di loro è solo e insieme non è mai solo, ma sempre attorniato dai fantasmi degli altri, che gli girano attorno come sagome mute e allo stesso tempo come degli specchi (come nell’episodio di Ofelia). Solo/soli sulla scena e per questo tanto più oppressi dall’assenza/presenza degli altri personaggi.
Nell’unico episodio in cui i protagonisti del dramma si ritrovano insieme, Il duello, essi non si riuniscono per parlare, bensì per combattere. E ancora una volta essi non si parlano/combattono tra loro ma solo con Amleto, che è l’unico referente – catalizzatore del loro rovello. Amleto uccide tutti. Tutti i personaggi sono distrutti da Amleto che già si era impadronito delle loro parole, che già aveva imposto su di loro il suo dubbio amletico, il suo personale rovello. E al contempo, poiché quegli altri personaggi, assimilando l’“Essere o non essere” avevano voluto condividere lo strazio di Amleto, uccidendo loro Amleto uccide se stesso, realizza finalmente il non essere nella distruzione. Cosicché l’Amleto finalmente in scena nell’ultimo quadro non può fare altro che ripercorrere una vicenda che si è già tutta svolta, smembrata e riflessa negli altri personaggi, ed egli è solo un sopravvissuto al naufragio, che mima senza più parole le cose che sono già avvenute: l’incontro con Ofelia, il duello con Laerte. Cosicché alla fine “il resto è silenzio”: esaurite le parole, il resto non è che mimo, così come mimo era l’Assassinio di Gonzago che dà la prova della colpevolezza di Claudio (che, da parte sua, era solo un gioco delle ombre), in un ritorno ciclico all’inizio. Quello che sta in mezzo invece sono “Parole, parole, parole” che gli spettatori e/o Amleto leggono e/o capiscono.
Parole e mimo si compenetrano per celebrare il lavoro degli attori, in un’opera che contiene al suo interno un’intera rappresentazione teatrale e altre infinite opere e che è anche un omaggio sublime al mondo del teatro. Dai suoi attori Antonio Latella chiede sempre fisicamente il massimo, ed è per questo che lo spettacolo si trasforma in un tour de force per coloro che lo interpretano e per chi assiste alle acrobazie temendo che qualcosa si incrini. I quaranta minuti di coreografia schermistica con varie armi – fiori di metallo, fioretto, spada, sciabola, bastone – sono solo la punta dell’iceberg di una fatica fisica che fa letteralmente grondare di sudore gli attori. Tutti i personaggi/attori cantano e/o danzano. Annibale Pavone (Oreste), l’unico a cui è concessa una recitazione / visione del mondo misurata e contenuta, deve pur sempre stare in scena per tredici ore filate mantenendo la concentrazione. A Nicole Kehrberger (Gertrude) è chiesto di danzare sulle punte, di suonare il flauto traverso e di procedere ad una reiterata e impressionante sequenza al rallentatore di una persona che si abbassa fino a terra e si rialza, senza mostrare un’oncia di incertezza muscolare. Marco Foschi (Amleto) dà vita alla scena del dialogo con lo spettro del padre per mezzo di una sorta di danza tribale in cui la sua voce si alterna a quella del padre, che esce dalla sua bocca quasi fosse un medium. Silvia Ajelli (Ofelia) cammina in equilibrio sulle bocce di vetro in cui ha appena annegato le sue Barbie. D’altronde il corpo è sempre stato un mezzo privilegiato di espressione per Latella: mezzo che si può rivestire di nuove maschere, di nuovi costumi (Gertrude cambia abiti e parrucche, Polonio indossa maschere e vestaglie, Ofelia fa diventare il suo abito trasformista un fiume, Claudio si veste prima di pizzi e poi di maglia di ferro, Laerte si mette in babydoll) o spogliare, per rivelare qualcosa di fragile e insieme di veritiero (Amleto padre, Ofelia e Laerte restano nudi in scena).     
Per concludere, la lista degli episodi in ordine di preferenza:
  1. Claudio (inutile nascondere che si tratta del mio personaggio preferito, gli usurpatori shakespeariani mi son sempre cari; e il lascivo e volgare seduttore di Rosario Tedesco è fantastico)
  2. Gertrude (Nicole Kehrberger di bravura impressionante per un gelido ritratto di una donna distrutta)
  3. Amleto (la partita a ping-pong tra Amleto e Orazio con le racchette di Rosencrantz e Guildenstern varrebbe lo spettacolo. Il dialogo con lo spettro un po’ troppo lungo)
  4. Polonio (Michele Andrei sembra nato per la parte: divertentissimo quanto spietato)
  5. Ofelia (Latella propende per l’interpretazione di Ofelia come una suicida volontaria, cosa su cui si potrebbe arguire. Visivamente bellissimo, tra le sagome specchio e il vestito/fiume.)
  6. Il duello (Ofelia e Amleto duettano mentre si scambiano fiori di metallo, come un giocoliere sdoppiato. Per il resto, l’esibizione schermistica è là un po’ per se stessa, e poteva essere più breve).
  7. Laerte (Inventata l’attrazione/invidia di Laerte per Ofelia, è un po’ uno spettacolo a sé).
  8. Rosencrantz e Guildenstern (Gli ultimi minuti, cotta di sonno, non li ho seguiti. Il contenitore di cibo a forma di banana è troppo bello e lo voglio!)
  9. I becchini (Al solito, troppo lungo e ripetuto. Peraltro la scena con i becchini è una delle mie spreferite).
  10. Le guardie e lo spettro (Belli i giochi di ombre, ma qui la ripetizione del testo raggiunge la saturazione. Per non parlare del fatto che è una parte che io toglierei dall’opera senza rimorsi).
martedì, 17 marzo 2009

L'ANIMA BUONA DEL SEZUAN DEBUTTA A GENOVA

PRIMA NAZIONALE ALLA CORTE DI «L'ANIMA BUONA DEL SEZUAN» DI BRECHT
MARIANGELA MELATO NEL DOPPIO RUOLO DELLA PROTAGONISTA

la protagonista mariangela MelatoMartedì 17 marzo (ore 20.30), debutta in prima nazionale sul palcoscenico della Corte il nuovo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Genova, con Mariangela Melato protagonista nel doppio ruolo della buona Shen-Te e del “cattivo” Shui-Ta. Si tratta di L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, messo in scena da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, sulla base della versione italiana da loro stessi curata.
L’anima buona del Sezuan, che rimarrà in scena alla Corte sino a giovedì 9 aprile, è il dodicesimo spettacolo dello Stabile con Mariangela Melato. «Dal 1992 a oggi sono ormai sedici anni che lavoriamo insieme e sono stati anni artisticamente molto felici» annota Carlo Repetti, aggiungendo: «Anche continuare il lavoro di riproposta del teatro di Brecht è oggi importante per il nostro Teatro, qui al suo settimo incontro con il grande drammaturgo tedesco (due Madre Courage con Volonghi prima e Melato poi, due Cerchio di gesso con Squarzina e più recentemente Besson, un Arturo Ui con Pagni e Sciaccaluga, uno Schweyk con Ferrini), un lavoro lungo ormai quarant’anni di letture sempre aggiornate, un percorso in Italia secondo soltanto a quello del Piccolo di Milano».
Scritta da Brecht negli anni Trenta, L’anima buona del Sezuan racconta con i toni della favola una vicenda che affronta il tema universale del rapporto tra Etica e Società, tra il Bene e il Male; nella concretezza della Storia. E lo fa ambientandola in una lontana Cina di fantasia, che assomiglia però molto da vicino al mondo attuale sconvolto da una crisi economica che ben si rispecchia in quella che Brecht immagina si stia svolgendo nella capitale del Sezuan. Con Mariangela Melato, è in scena la compagnia stabile del Teatro di Genova: Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Marco Avogadro, Fabrizio Careddu, Rachele Ghersi, Alberto Giusta, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Fiorenza Pieri, Vito Saccinto e Federico Vanni, con Margherita Di Rauso, Ernesto M. Rossi e il giovanissimo Giacomo Costella. Scena e costumi di Andrea Taddei, musiche di Paul Dessau, suono di Renato Rinaldi, luci di Sandro Sussi.

Per L’anima buona del Sezuan – in scena alla corte dal 17 marzo al 9 aprile – sono validi tutti gli abbonamenti (Fisso, Libero e Giovani), oltre che le consuete agevolazioni per studenti e gruppi organizzati in collaborazione con l’Ufficio Rapporti con il Pubblico.
Info: 010/53421 www.teatrostabilegenova.it info@teatrostabilegenova.it orari: feriali ore 20,30 festivi ore 16 prezzi: 23,50 euro (1° settore), 16,00 euro (2° settore).

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IL VICARIO - TOURNEE 2009

Foligno - Palazzo Trinci dal 17 al 19 marzo 2009 ore 21:00


Terni - Videocentro, Teatro C -dal 20 al 22 mar 2009 ore 21:00 domenica ore 18:00


Perugia - Centro Universitario Teatrale - dal 24 mar al 5 apr 2009 ore 21:00 domenica ore 17


Roma - Teatro Piccolo Eliseo - dal 14 al 19 aprile 2009 ore 20:45 domenica ore 17:00

il vicario locandina

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lunedì, 16 marzo 2009

SI RICOMINCIA PRESTO CON LA TOURNEE DEL 'VICARIO'

Lunedi 16 Marzo 2009 - ore 21:15 -TEATRO FRANCESCO DI BARTOLO -  BUTI

Teatro Stabile dell’Umbria


IL VICARIO

di Rolf Hochhuth

progetto e lettura
Matteo Caccia, Marco Foschi, Annibale Pavone,
Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco

adattamento e regia
Rosario Tedesco

recensione:
“Ad un certo momento dovrai assumerti la responsabilità del tuo tempo e di ciò che in esso avviene...
Non sottovalutare questa responsabilità e l'obbligo di rendere conto delle nostre azioni, potrebbe venire il momento prima del previsto. Io quest’obbligo lo conosco e ammetto che mi divora...”

Kurt Gerstein, Lettera al padre.

CRONOLOGIA EVENTI LEGATI A IL VICARIO:
1963
La pièce viene pubblicata in Germania e subito rappresentata a Berlino, il 20 febbraio dello stesso anno al teatro Frei Volksbuhne dal regista Erwin Piscator. Esplode la polemica. Il Vaticano è costretto ad affrontare la questione e ad aprire gli archivi.
1964
In Italia il testo viene pubblicato da Feltrinelli.
1965
Il Vicario viene messo in scena da Carlo Cecchi e Gian Maria Volontè al circolo “Letture nuove” al centro di Roma. La rappresentazione è clandestina. Esplode la polemica in Italia. Il dibattito è violentissimo. Intervengono le forze dell’ordine, seguono scomuniche, divieti, lo spettacolo è
interrotto, gli intellettuali si confrontano, il pubblico si interroga e poi più nulla. Successivamente del testo cominciano a perdersi le tracce. Feltrinelli non lo pubblica più. Nessuno lo mette più in scena, anche se qualche tentativo non manca. Il testo fino ad oggi è stato particolarmente difficile da recuperare. Recentemente una piccola casa editrice di Porto Sant’Elpidio, la Wizarts, lo sta ripubblicando. Nel resto d’Europa per più di quarant’anni, grazie al Vicario, l’argomento è stato oggetto di dibattiti e riflessioni. Numerosi studiosi si sono interessati all’argomento ed hanno scritto libri e trattati partendo da quello spunto.
2002
il regista Costa Gavras realizza Amen, un film
ispirato alla pièce. Oliviero Toscani ne realizza la locandina, che verrà
censurata.

www.teatrodibuti.it

dall'energia di amleto... in bocca al lupissimo!!!

 

 

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venerdì, 13 marzo 2009

PLATERO Y YO AD ORNAVASSO

Musiche di Mario Castelnuovo Tedesco 
Testi di Juan Ramòn Jmènez


Platero y Yo, del poeta spagnolo Juan Ramòn Jimènez, premio Nobel per la letteratura, racconta la storia dell'amicizia tra Platero, un asino, e il poeta. 
È un poema in prosa che evoca un mondo agreste in bilico tra fantasia e realtà. Il poeta fa riferimento alla vita e ai sentimenti dell'asino per conoscere e riflettere sul mondo degli uomini. Il dialogo tra il narratore e il musicista scorre intenso e la musica non si limita a un semplice commento, ma collabora con il testo alla creazione di un unico linguaggio poetico. 
Elena RUSSO ARMAN, da anni calca le scene dei più importanti teatri italiani. Ha iniziato a Torino dove si è diplomata alla Scuola del Teatro Stabile  sotto la direzione di Luca Ronconi dal quale ha poi avuto i primi ruoli. Successivamente viene diretta in altri spettacoli da Gabriele Vacis, Gabriele Lavia, Marco Baliani, Lorenzo Loris, Francesco Gagliardi e Paola Rota. Ma l'incontro più importante lo ha nel 1994 quando lavora per la prima volta con il Teatro dell'Elfo a Milano diretta da Elio De Capitani. 
Alessandra NOVAGA si è diplomata in chitarra con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Vicenza sotto la guida di Stefano Grondona e presso la Musik-Akademie Musikhochschule di Basilea dove ha studiato con Oscar Ghiglia. Importante il suo incontro ad Atene con Paul Galbraith.  

H 21.15 SALA POLIVALENTE - ORNAVASSO (VB)
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