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MF e compagnia bella
aggiornamenti su Marco Foschi, Antonio Latella e altre notizie teatrali
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Nuovo appuntamento della rassegna dedicata ai bambini Crescendo in Musica, con uno spettacolo in prima esecuzione a Milano. Sabato 28 novembre alle ore 15.30 sul palco dell’Auditorium di Milano, arriva l’opera per bambini Il sole, di chi é? della giovane compositrice Silvia Colasanti.
L’opera, prodotta dal CIDIM-Comitato Nazionale Italiano Musica in collaborazione con la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo aver debuttato al Teatro Ponchielli di Cremona nel marzo di quest’anno, arriva all’Auditorium di Milano nell’ambito di una tournée che raggiungerà i maggiori capoluoghi di provincia italiani.
Il sole, di chi è? è stata commissionata dal CIDIM a Silvia Colasanti, una felice unione tra lo stile elegante della giovane musicista e la freschezza di uno spartito dedicato ai bambini.
Il testo è tratto dalla fiaba “Lucertole al sole” di Roberto Piumini, uno dei maggiori scrittori di racconti dei giorni nostri. Narra la storia di tre lucertole cui viene impedito di prendere il sole da un lucertolone arrogante che ha la pretesa di averlo tutto per sé. Le lucertole protestano e soffrono per il sopruso consapevoli della loro debolezza e chiedono aiuto ad altri animali fino a quando, dopo varie peripezie, riusciranno a raggiungere la saggia gazza che risolverà tutto con un trucco astuto.
Sulla scena sono rappresentati stati d’animo e sentimenti fondamentali anche della vita quotidiana che proprio in quanto tali vengono facilmente riconosciuti dai ragazzi.
La parte strumentale è affidata al Polimnia Ensemble, gruppo che da sempre si è imposto per la grande motivazione culturale, che lo ha portato a riscoprire un repertorio inedito e poco conosciuto con particolare riferimento all’Ottocento strumentale italiano e russo. Il gruppo è composto da Antonio De Secondi (violino), Michelangelo Galeati (violoncello), Giampio Mastrangelo (flauto), Domenico Gabrieli (corno), Ugo Gennarini (clarinetto), Tommaso Capuano (percussioni).
Gli attori cantanti, guidati dalla regia di Francesco Frongia, coinvolgeranno in maniera attiva il pubblico soprattutto durante le parti corali che intermezzano sovente la narrazione.
Il gruppo Musicamorfosi ha sviluppato un percorso di ricerca che ha condotto a uno spettacolo nel quale linguaggi e forme della performance dal vivo – video, teatro e musica, classico e contemporaneo, jazz e musica etnica – si mescolano in un omogeneo e accattivante insieme espressivo. Sul palco, Raffaela Siniscalchi (Canzonatrice/Gazza); Marco Ravalli (Gonzello/Rospo/Topo); Debora Mancini (Lucia); Luca Ciancia (Luchino); Massimiliano Zanellati (Luca).
Biografie:
Silvia Colasanti
Si è diplomata in pianoforte con Valentino Di Bella e in composizione con Luciano Pelosi e Gian Paolo Chiti al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, dove ha studiato storia ed estetica della musica con Claudio Annibaldi e con Azio Corghi; si è perfezionata con il massimo dei voti presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, ricevendo dal Presidente della Repubblica il prestigioso Premio ‘Goffredo Petrassi’ quale miglior diplomata in composizione. È stata premiata in diversi concorsi nazionali e, quali il “Lopes Graça” (Lisbona), ICOMS (Torino), “Valentino Bucchi” (Roma), Settimane musicali di Stresa (Stresa). Le sue composizioni sono state eseguite nell’ambito di vari festival tra i quali: Biennale Musica (Venezia), Kuhmon Kamarimusiikki (Kuhmo, Finlandia), Festival Berio (Accademia di Santa Cecilia, Roma), Sagra Musicale Umbra (Perugia), Orquestra Metropolitana de Lisboa (Cascais, Portogallo), Accademia Musicale Chigiana (Siena), Orchestre National de Belgique (Brussels), Orchestra della Toscana (Teatro Verdi – Firenze), Le opere di Silvia Colasanti sono pubblicate da Casa Ricordi (Milano).
Roberto Piumini
Si laurea in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano. Frequenta la Scuola Superiore di Comunicazioni Sociali. Insegna presso scuole medie e superiori della provincia di Varese. Lavora come attore per tre anni presso il Centro Teatrale Bresciano. Lavora come pedagogista presso la Provincia di Milano. Fa esperienza di burattinaio. Nel 1978 esce il primo libro: “Il giovane che entrava nel palazzo.” Ne seguono altri, con molti Editori: filastrocche, poesie, poemi, fiabe, racconti, romanzi, testi teatrali. Scrive testi di canzoni per piccoli e grandi, musicate da Giovanni Caviezel. Scrive testi per opere musicali di Sergio Liberovici, Andrea Basevi Gambarana, Pavle Merkù, Dimitri Nicolau, Mario Ruffini e altri musicisti. Insieme a Bianca Pitzorno e altri autori progetta il programma televisivo “Albero Azzurro”, per cui scrive testi per dieci anni. Progetta e conduce con Caviezel le trasmissioni radiofoniche “Radicchio” e “Il mattino di zucchero”. Nel 1990 inizia a pubblicare prosa e poesia per adulti. Traduce i sonetti di Shakespeare per Bompiani e poemi di Browning per Interlinea. Scrive soggetti per film e cartoni animati. Fa spettacoli di lettura e recitazione con musicisti e attori, per bambini e per adulti.
Rassegna Crescendo in Musica
IL SOLE, DI CHI É?
Opera musicale per ensemble strumentale e voci animate
Musiche di Silvia Colasanti
Testi di Roberto Piumini
Musicisti del Polimnia Ensemble
Cantanti e attori di Musicamorfosi
Auditorium di Milano Fondazione Cariplo
Largo Gustav Mahler
tel. 02.83389.401/2/3 (orario biglietteria: dal martedì alla domenica 14.30 – 19.00)
Date concerti
sabato 28 novembre 2009 ore 15.30
Biglietti
Posto unico bambino (sotto i 14 anni): euro 7,00
Posto unico adulti: euro 14,0
musicamorfosi.it
COLONIA. «Dopo trent'anni d'impegno e di resistenza, abbiamo sentito il bisogno di un cambiamento, d'altronde imposto dalle naturali necessità derivanti dalla crisi del teatro italiano. E perché fosse efficace, quel cambiamento doveva portare un segno forte: di qui la scelta di un direttore artistico che, a parte il nome di spicco, non si limitasse semplicemente a organizzare la programmazione».
Igina Di Napoli, l'anima del Nuovo, parla pochi minuti prima del debutto alla Schauspielhaus di Colonia de «La metamorfosi e altri racconti», lo spettacolo di Antonio Latella dedicato a Kafka. Perché è proprio lui, Latella, che nei prossimi due anni verrà a dirigere la sala di via Montecalvario. E il significato dell'avvenimento risulta fin troppo palese: siamo di fronte a un intellettuale e a un artista napoletano che - pur essendo uno dei maggiori registi teatrali europei e pur vivendo da anni a Berlino - decide di non fuggire più e di tornare alle radici.
Un'eclatante inversione di tendenza. «La questione - commenta Latella - è che fare teatro ormai ha senso solo se lo si fa attribuendogli un valore civile e politico. E quel valore lo si può trovare unicamente in condizioni di frontiera, di difficoltà. È il caso di Napoli, in generale, e appunto del Nuovo in particolare. La storia di quell'indomito avamposto dei Quartieri (penso ai vari Martone e Servillo, Delbono ed Emma Dante, Ruccello e Moscato) ha trasmesso proprio questo, non solo cultura. E proprio per questo io, che avevo rifiutato altre proposte del genere, e assai più vantaggiose sotto il profilo economico, ho accettato quella di Igina Di Napoli e Angelo Montella: davvero sento il Nuovo come la mia casa».
Ma che cosa vuol fare, in concreto, Antonio Latella? «Nei due anni in cui si articolerà il mio progetto di direzione affronterò il tema dell'atto estremo, nel senso positivo e negativo dell'aggettivo: giacché, per proteggere e salvare la cultura teatrale, c'è bisogno di un gesto fondamentalista. E il mio biennio, quindi, dovrà raccontare - a partire dai grandi autori (Genet, Pasolini, Giordano Bruno) che, per l'appunto, hanno protetto le loro idee con gesti estremi - le persone comuni in cui essi si sono incarnati. Mi riferisco, per esempio, a Simone Weil».
Intanto, questo progetto si manifesta attraverso un preludio: gli spettacoli «Don Chisciotte», «Selvaggiamente le parole lussureggiano nella mia testa. Un trittico» (da testi di Josef Winkler) e «H(L)Dopa» (da «Risvegli» di Oliver Sachs), che debutteranno al Nuovo rispettivamente il 26 dicembre, il 5 gennaio e il 28 aprile. E si tratta del viaggio che Latella, da sempre abituato a lavorare per percorsi, va compiendo all'interno del connubio malattia-letteratura: un viaggio di cui costituisce un'ulteriore tappa giusto l'allestimento centrato sull'opera di Kafka. E aggiungo subito che di rado s'è visto uno spettacolo che con pari acume e coerenza abbia messo a fuoco un autore.
«La metamorfosi e altri racconti» si svolge per intero alla ribalta, con gli attori che il pesante sipario tagliafuoco abbassato separa dallo spazio scenico. Dunque, ci troviamo immediatamente di fronte a una frattura strutturale e, perciò, radicale. E in che cosa consiste il nodo «ideologico» fondamentale dell'opera di Kafka, se non nella denuncia della frattura tra le parole e le cose (una frattura per cui le cose - private del Nome - acquistano per l'uomo un'oggettualità per l'appunto anonima e, nello stesso tempo, ostile e spietata)?
Ebbene, potente e altrettanto radicale si rivela l'invenzione con cui Latella sottolinea e addirittura fa esplodere l'assunto kafkiano: gli oggetti, gli arredi e i cibi menzionati dal testo non si vedono, ma vengono sostituiti dai loro nomi tracciati con il gesso su una miriade di lavagne. Tutti tranne (e davvero non è una combinazione) la mela che, scagliata dal padre, ucciderà il Gregor Samsa trasformatosi in scarafaggio. Per Latella, insomma, le parole non solo si separano dalle cose, ma nientemeno ne prendono il posto.
Del resto, la potenza visiva messa in campo dal regista napoletano traduce alla perfezione la decisiva osservazione di Benjamin: «Tutta l'opera di Kafka rappresenta un codice di gesti». Mentre la citazione conclusiva dalla «Lettera al padre» («Non sono altro che letteratura e non posso né voglio essere altro») rimanda, estrema coerenza, al Don Chisciotte secondo Foucault: scrittura errante fra le cose. Strepitosi, infine, i cinque interpreti: Simon Eckert, Torsten Peter Schnick, Renato Schuch, Rosario Tedesco e Michael Weber. E interminabili gli applausi al termine.
Enrico Fiore
«Il Mattino», 1 novembre 2009 - blog.libero.it/controscena
ancora una volta GRAZIE all'attento amico latelliano (e tanto altro) di ferro Calibanoo
Abbiamo incontrato il regista Tommaso Tuzzoli in scena fino al 15 novembre al Nuovo Teatro Nuovo con “Risveglio di Primavera” di Frank Wedekind
Partiamo subito dal testo, che è piuttosto impegnativo. Perché hai deciso di portare sul palco quest’opera?
Si, il testo è molto impegnativo, scritto a fine ‘800 e messo in scena nel 1906 quando fu censurato per oscenità, nasceva in un periodo molto particolare. Wedekind era un intellettuale che si interessava al rapporto tra genitori e figli ed all’educazione che davano a questi i genitori.
In un altro lavoro, “Mine-Haha”, parla proprio dei collegi tedeschi, in cui i bambini venivano educati alle arti. Non dimentichiamo che i quattordicenni dell’epoca sarebbero stati la classe dirigente del nazionalsocialismo. Lui parla di vestiti rosa per le femmine e per i maschi calze nere come la notte.
Aveva preannunciato l’oscurità nella quale sarebbe nato il nostro secolo dopo. In più è uno che lavora sull’anti-eroe, come Joyce, sono antieroi i protagonisti, sia Melchior che Moritz, che non sceglie la vita ma un lucido suicidio.
Nell’800 il testo fu censurato perché ritenuto per l’epoca scabroso. Nel ’71, quando fu fatto con la Kustermann, aveva anche un altro significato e rappresentava anche un viaggio nella conoscenza di questo gruppo di adolescenti.
Il testo originario prevede 5 atti e 34 attori. Nel nostro lavoro gli attori sono otto e l’opera è divisa in tre atti, quindi l’operazione è grossa dal punto di vista formale. La cosa che a me interessava era raccontare quella separazione che viviamo in certo senso noi, che siamo la generazione che è cresciuta con la pubblicità dell’Aids che scopre il sesso anche attraverso internet che fatica ad avere un futuro.
Nel mio lavoro parlo proprio dei trentenni di adesso, ribaltando l’ottica del testo originale dai 14enni ai trentenni, cercando di far diventare i personaggi delle funzioni, ognuno portatore di qualcosa: un personaggio femminile diventa portatrice di una violenza sulle donne ma cerca la liberazione attraverso la religione, Ilse è quella che fugge e ricorre all’arte per evadere, Hans è libero ma cercherà un compromesso, un altro personaggio femminile diventa una bambolotta, non sente il proprio corpo e cerca attraverso la violenza di sentirlo e sorride quando sa di aspettare un figlio.
Per ognuno c’è un tipo di funzione. Per me era fortissima la volontà e la voglia di rendere ancora più contemporaneo questo, e scavare ancora di più nei personaggi.
Nella letteratura compare spesso il contrasto tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, ma diciamo che adesso è facile rintracciare dell’attualità in una storia come quella di Wedekind
Il punto nodale è proprio questo! Il testo originale è importante perché l’autore lascia l’intendimento al lettore, lui parla di presagi non crea un percorso psicologico ma mette i personaggi in situazioni. La prima parte è frammentata da interni ed esterni ed è come se lui avesse anticipato il cinema.
Credevo che fosse la tua regia, diversa e più complessa rispetto alla tua precedente de “I Sentieri dei passi pericolosi”, a voler dare una narrazione cinematografica.
No, già nell’autore c’è questa rottura spaziale. Lui fa passare del tempo tra una scena e l’altra. Dopo il primo atto troviamo determinate situazioni e poi capiamo che sono passate delle stagioni. Attraverso un lavoro di relazioni siamo andati a ricostruire il passaggio del tempo che viene reso attraverso prove di recitazione.
Nel testo Wedekind mette delle didascalie precisissime. Peraltro proprio sul tempo vorrei far notare che lo spettacolo si apre nel giorno del compleanno di Wendla e si chiude a novembre, in prossimità della festività del 2 novembre. Ed un altro elemento importante è quando i ragazzi dicono che stanno leggendo la notte di Valpurga. Per queste tre date il testo nasce come dramma satanico e Wedekind gioca anche su questo. In una edizione di quest’opera in italiano, che non è l’ultima pubblicata appaiono anche altri riferimenti espliciti che rimandano a questo, con Lulù, Re Niccolò…
Era un po’ diffusa questa simbologia nella letteratura tedesca dell’800, penso a Rilke, a Goethe…
Goethe è quello che supporta tutto. Il viaggio nella conoscenza sta lì. Melchior legge il Faust.
In questo testo ci sono anche delle storie gay, una di queste non finisce bene perché il protagonista si suicida…
Ci sono due storie ma sono molto particolari. Sin dalle prime battute Wedekind ti fa capire che ci sono relazioni ambigue tra Moriz e Melchior. Rispetto ad un discorso sessuale c’è da dire che tutta l’opera è incentrata sulla scoperta del sesso in tutte le forme. Melchior infatti si incontra anche con Wendla ed ha rapporti con lei fino ad avere un figlio.
Si innesca un corto circuito in Moritz, con il desiderio di andare con l’amico che è più navigato, bisessuale (pansessuale diciamo noi parlando con gli attori). Ma in queste scene il sesso diventa conoscenza totale ed ognuno può leggere quello che vuole. L’altra coppia interpretata da Giuseppe Papa e Francesco Moraca è ancora più dichiarata, ed anche nel testo originario dichiarano sulla tomba dell’amico la loro omosessualità e la loro felicità.
Raccontaci un po’ di te, come sei arrivato al teatro?
Ho 32 anni, sono arrivato al teatro intorno al 2000. Lavoravo all’interno del Teatro Nuovo come organizzatore, qui ho fatto la mia gavetta. Venivo dall’Università “Federico II”, da Lettere Moderne. Al teatro ci sono arrivato come abbonato, poi dopo vari passaggi ho lavorato con il regista Latella come assistente, con lui ho viaggiato molto, ho lavorato poi a “Il Sentiero”, due letture per l’ambasciata francese ed ora ho avuto l’onore di aprire la stagione al Teatro Nuovo. Il rapporto con Latella mi ha permesso di girare moltissimo. Ho portato in tournee gli spettacoli in Germania. Portogallo ed in tutta Europa. Per me fare teatro significa prima di tutto tornare all’artigianato, all’essenza delle cose.
Un giovane regista che ha viaggiato e conosciuto quale confronto fa con l’Italia?
La situazione che stiamo vivendo, con i tagli dei fondi per lo spettacolo, sta diventando una battaglia e quindi per noi giovani, per noi trentenni, è difficilissimo. Io ho fatto uno spettacolo ogni due anni, per l’ultimo, “Il sentiero dei passi pericolosi” abbiamo fatto un investimento. Passando da tre attori ad otto attori. Chiaramente un giovane gira l’Italia andando ad incasso se gli va bene a cachet o a percentuale, e questa è una situazione molto difficile.
In Europa la situazione è un po’ diversa, ci sono compagnie che presentano progetti ed hanno sovvenzioni statali tramite associazioni. Qui devi far parte di una casa, di un determinato giro per ottenere ed arrivare ad una produzione.
Quali sono i progetti che seguiranno a questo?
Prima di tutto vediamo di capire quello che succede e cerchiamo di arrivare a tutto il pubblico possibile. Progetti ce ne sono e tanti che vanno da testi teatrali che ho nel cassetto, di Bouchard, che non sono nemmeno stati pubblicati qui in Italia, e vorrei lavorare all’adattamento di un testo di teatro molto complesso al quale sto pensando da parecchio. Ci sono tanti autori con i quali mi piacerebbe confrontarmi. La differenza è in quel sentimento che come uomo in un preciso momento stai vivendo.
C’è una battuta significativa in questo lavoro, “bisogna scendere giù e poi piangere insieme agli uomini e ritornare su e guardarli negli occhi”: il teatro è cercare una umanità per se stessi, che sia prima personale. Non in quanto legato al concetto di persona ma al concetto di personalità, qualcosa di più intimo. Questa possibilità ti dà Wedekind. Ogni personaggio ti dà la possibilità di scendere dentro di te. Poiché dietro ognuno di essi, anche attraverso l’ironia, c’è una richiesta d’amore.
Tommaso Tuzzoli inizia la sua attività come aiuto regista per lo spettacolo “Edoardo II” (2001) regia di Pierpaolo Sepe. Lavora come regista assistente di Antonio Latella per gli spettacoli: “I negri” (2001), “Querelle” (2002), “Porcile” (2003), “La tempesta” (2003), “La bisbetica domata” (2003), “Bestia da stile” (2004), “Edoardo II” (2004), “La cena delle ceneri” (2005), “Aspettando Godot” (2007). Nel 2005 debutta alla regia con “I re” di Julio Cortàzar e nel 2007 cura la regia de “Il sentiero dei passi pericolosi” di M.M. Bouchard, entrambi prodotti dal Nuovo Teatro Nuovo
- SENZA TITOLO -
Alcune persone vanno via prima
che tanto la fine la conosco già.
È vero, accade col teatro classico
o con le pièce già conosciute
ma in questo caso forse…
Difficile cadere in ciò che si conosce,
a meno che non sia cosa che ti piace:
allora ci ricadi, ed anche consenziente.
Non so, se c’entra il mio deserto,
il mio gusto per le scene scarne.
I due semoventi ora son parete
poi fondo; divisori e virgolette.
O come ali si dispiegano sul palco,
separano come i trattini nel discorso
le parti del testo e della scena.
I timbri delle voci rendono
e si rendono tra loro
la tragedia seppure conosciuta
(incredibile come certe cose ancora …)
mentre sale al culmine
e non distinguo più le differenze:
mi trascina con se e usa le mani,
tutte le mani degli attori.
Le grida, il pianto perfetto tanto
che i toni dei singhiozzi danno
più il senso di canto che di pianto.
E il seno nudo non distrae
dalla nuvola di garbo della donna.
C’è posto per la commozione, ma ciò
attiene più forse a un mio essere;
con chi è capace è facile
immedesimarsi: è più credibile.
Alcune persone vanno via prima
che tanto la fine la conosco già.
In certi casi non sono le parole
a prevalere, ma come sono dette
come i fatti che – se raccontati –
discostano da quando sono visti.
Novembre 2009
@ndre@ nonsequitur.splinder
La malattia della famiglia M che tanto successo ha raccolto all’estero (è stata rappresentata in Germania, Francia, Inghilterra e altri paesi) è una prima assoluta in Italia dove non è mai stata rappresentata. Lo sarà quest’anno grazie allo Stabile di Bolzano che prosegue così la fortunata collaborazione con quello che, senza ombra di dubbio, è uno dei migliori autori teatrali italiani di oggi. Rappresentato ovunque, tradotto in molte lingue, Fausto Paravidino con la sua scrittura è l’esempio vivente di un teatro, quello italiano, che può ancora fare scuola all’estero.
In soli nove anni, da quando Fausto Paravidino è approdato per la prima volta allo Stabile di Bolzano con la messinscena di “Due Fratelli” (Premio Tondelli), ha fatto davvero molta strada. Questo giovane autore, attore e regista si è cimentato con il teatro ma anche con la fiction televisiva e, soprattutto, con il cinema, dirigendo “Texas” opera prima prodotta da Fandango che ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico.
La malattia a cui si allude nel titolo è in realtà il disagio esistenziale di una famiglia allo sbando che vive in una città di provincia. La madre scomparsa, due sorelle che tirano avanti tentando di dare forma alla loro vita tra fidanzati non equamente ripartiti e dividendosi tra un padre alla deriva e un fratello minore, Gianni, che guarda la vita come un gioco dal quale uscirà in modo drammatico e improvviso. Cristofolini, il cechoviano medico del paese, è testimone implicato in questa storia a più voci, dove ciascuno dialoga con l’altro ma rimane in solitudine, incapace di risolvere le proprie difficoltà nel comunicare.
Per la prima volta in un lavoro teatrale di Fausto Paravidino oltre ai giovani compaiono anche gli adulti, per questo viaggio all’interno della provincia italiana con i dialoghi che scorrono veloci e semplici, con le parole che si susseguono l’una all’altra apparentemente banali, ma che al contrario vanno a scavare proprio dove ci sono ferite aperte e situazioni, come ha detto lo stesso autore, di normale anormalità. Ma nel testo c’è anche tanta ironia e autoironia generazionale capace di attirare lo spettatore e catapultarlo in una trama che non lo lascerà fino a quando, sulla storia, non si chiuderà il sipario.
BOLZANO: Teatro Comunale (Teatro Studio)
dal 5 al 22 novembre
(con esclusione dei giorni 9, 10, 11, 16, 17, 18 novembre)
h. 20.30 (domenica h.16.00)
Merano: Teatro Puccini
mercoledì 16 novembre h. 20.30
Vipiteno: Teatro Comunale
giovedì 17 novembre h. 20.30
Brunico: Haus Michael Pacher
venerdì 18 novembre h. 20.30
Il risveglio di primavera, uno dei capolavori di Frank Wedekind, il grande autore tedesco precursore dell'espressionismo, non figura fra i testi più frequentati dai giovani registi di oggi: sembra dunque interessante verificare come il trentenne Tommaso Tuzzoli, dopo avere efficacemente allestito I re di Julio Cortazar e Il sentiero dei passi pericolosi di Michel Marc Bouchard, si accosta a questo testo sull'universo inquieto dell'adolescenza. La "prima" è venerdì 6 al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli.
(renato palazzi - 6.11.09 - delteatro.it)
Nuovo Teatro Nuovo
RISVEGLIO DI PRIMAVERA
da Frank Wedekind
con Ilenia Caleo, Paola Campaner, Andrea Capaldi, Caterina Carpio, Sabrina Jorio, Silvio Laviano, Francesco Moraca, Giuseppe Papa
disegno luci Simone De Angelis
suono Franco Visioli
scene e costumi Graziella Pepe
chitarra Francois Gozlan
piano Giulia Qualizza
realizzazione scene Clelio Alfinito
realizzazione costumi Cinzia Virguti
macchinista Mario Febbraio
foto di scena Brunella Giolivo
assistente volontario Francesco Panachia
assistente alla drammaturgia Federico Bellini
adattamento e regia Tommaso Tuzzoli
debutto 6 novembre 2009 - Napoli, Nuovo Teatro Nuovo
Che opera d’arte è l’uomo, quanto nobile nella sua ragione, quanto infinito nelle sue facoltà, nella forma e nel movimento, quanto appropriato e ammirevole nell’azione, quanto simile a un angelo nell’intendimento, quanto simile a un dio.
E tuttavia, per me, cos’è questa quintessenza di polvere?
Amleto - W. Shakespeare
Spesso si affrontano viaggi nella memoria attraverso storie per riflettere su come eravamo, ma quando si scopre che l’uomo presunto futuribile altro non è che ancora l’uomo del passato, si ha l’impressione di affondare dentro se stessi.
La nostra immagine del passato è forse solo mal messa a fuoco o magari sbiadita dal tempo, ma se osserviamo bene, ritroviamo lì noi stessi.
È trascorso infatti più di un secolo da quando Frank Wedekind ha scritto Risveglio di primavera, opera teatrale che attraverso le vite di un gruppo di giovani mette totalmente a nudo la propria società. Capace di ridicolizzare la sua epoca e di palesare scomode realtà nascoste, Wedekind scava nell’animo umano, guidandoci in un necessario confronto con le nostre idee, i nostri amici, la nostra morale, la nostra sessualità, permettendoci così di affrontare, realmente, il mondo del potere e decidere se contrastarlo o farne parte. “Conoscere se stessi” per recuperare l’alfabeto emotivo di cui ci stiamo e ci stanno privando, ritornare ai sentimenti per accorgerci dell’ospite inquietante, il nichilismo, e guardarlo bene in faccia per tornare così a ciò che ciascuno di noi è. Un viaggio che ci chiede gridando un’immersione nella parola uomo.
Tommaso Tuzzoli
RADIOCRONACA
Angels in America, di Tony Kushner - Parte II
dal Teatro Elfo di Milano
VENERDI' 6.11.09 H20.30
con
Danilo Nigrelli Otello
Monica Piseddu Desdemona
Michelangelo Dalisi Cassio
Arturo Cirillo Iago
Sabrina Scuccimarra Emilia
Luciano Saltarelli Roderigo
Salvatore Caruso il Doge, Montano, Bianca
Rosario Giglio Brabanzio, Araldo, Ludovico
regia Arturo Cirillo
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musica Francesco De Melis
luci Pasquale Mari
assistente alla regia Tonio De Nitto
Teatro Stabile delle Marche – Teatro Eliseo – Nuovo Teatro srl
L’Otello è la tragedia della parola. Tutto nasce da un racconto, quello di Otello a Brabanzio e poi a Desdemona. La parola inventa i luoghi, costruisce i sentimenti, determina l’agire dei personaggi. L’Otello si gioca tra pochi individui che si confrontano ossessivamente tra di loro; il gioco di Iago li trova già tutti pronti, sembra che non aspettavano altro, bastano poche parole e la macchina si mette in moto. La gelosia esiste dal momento che la si nomina, poi come un tarlo, come una frase musicale continuamente ripetuta, non ti abbandona più. La gelosia non si spiega, come la musica. L’Otello si svolge in un’isola, come La Tempesta, in un luogo limitato geograficamente e mentalmente, un luogo dell’ossessione. L’Otello si svolge su un palcoscenico vuoto che guarda il mare, questo luogo lo si chiamerà Venezia, Cipro, sarà una strada, una sala, una locanda. Ma soprattutto sarà una prigione, dove un negro epilettico consumerà la sua strage. L’Otello è una tragedia satirica (vi è anche un clown), a volte sembra una commedia, a volte la più barbarica delle tragedie, come il Tito Andronico. A due passi dal baratro si cantano canzoncine. L’Otello è il maschile davanti al femminile, o viceversa. Due mondi che s’ignorano, due universi su cui congetturare, in mezzo Bianca, la puttana di Cassio. Il femminile si traveste, e si degrada, per rivelare la sua assenza. L’Otello è un letto, disfatto e spesso deserto. É il luogo del tradimento: il palcoscenico immaginario, ma non per questo meno reale, della gelosia, della brama, dell’atto animale. La storia finisce a letto, ma il letto c’era già, continuamente evocato. Brabanzio è cacciato fuori del letto, Otello lascia forse Desdemona a letto, il Doge potrebbe essere a letto, certo ci andrà poco dopo. L’Otello è tutto sentimento, covato, malato, irrealizzato; si parla di guerre e battaglie che non avvengono mai e intanto nella mente dei personaggi esplode qualcosa di molto più pericoloso. É quello che succede quando gli eserciti si fermano, quando gli uomini non combattono più, quando arriva la fatidica pace. (Arturo Cirillo – note di regia).
le date
4–8 novembre 2009
Bari - Teatro Piccinni
11-15 novembre 2009
Ancona - Teatro Sperimentale
17-22 novembre 2009
Napoli - Teatro San Ferdinando
1 dicembre 2009
San Benedetto del Tronto (AP) - Teatro Concordia
2, 3 dicembre 2009
Macerata - Teatro Lauro Rossi
4-6 dicembre 2009
Pesaro - Teatro Rossini
7 dicembre 2009
Casalmaggiore (CR) - Teatro Comunale
9 dicembre 2009
Scandiano (RE) - Teatro Boiardo
10 dicembre 2009
Desenzano del Garda (BS) - Teatro Alberti
11 dicembre 2009
Lumezzane (BS) - Teatro Odeon
12 dicembre 2009
Chiasso - Teatro di Chiasso
17-20 dicembre 2009
Bologna - Teatro Duse
12-17, 19-24 gennaio 2010
Roma - Teatro Eliseo
26, 27 gennaio 2010
Cremona - Teatro Ponchielli
29 gennaio 2010
Bra (CN) - Teatro Sociale
2 febbraio 2010
Castelfranco (MO) - Teatro Dadà
3 febbraio 2010
Maranello (MO) - Auditorium Ferrari
5, 6 febbraio 2010
Pordenone - Teatro Verdi
9-14 febbraio 2010
Torino - Teatro Gobetti
16 febbraio 2010
Lecco - Teatro della Società
18 febbraio 2010
Bellaria (RN)
19 febbraio 2010
Ostellato (FE) - Teatro Barattoni
20 febbraio 2010
Mirandola (MO) - Teatro Nuovo
22, 23 febbraio 2010
Reggio Emilia - Teatro Ariosto
26-28 febbraio 2010
Caserta - Teatro Comunale
