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venerdì, 06 novembre 2009

DA STASERA 'RISVEGLIO DI PRIMAVERA' AL NUOVO TEATRO NUOVO DI NAPOLI

Il risveglio di primavera, uno dei capolavori di Frank Wedekind, il grande autore tedesco precursore dell'espressionismo, non figura fra i testi più frequentati dai giovani registi di oggi: sembra dunque interessante verificare come il trentenne Tommaso Tuzzoli, dopo avere efficacemente allestito I re di Julio Cortazar e Il sentiero dei passi pericolosi di Michel Marc Bouchard, si accosta a questo testo sull'universo inquieto dell'adolescenza. La "prima" è venerdì 6 al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli.

(renato palazzi - 6.11.09 - delteatro.it)

6 - 15 novembre 2009
Nuovo Teatro Nuovo
RISVEGLIO DI PRIMAVERA
da Frank Wedekind
con Ilenia Caleo, Paola Campaner, Andrea Capaldi, Caterina Carpio, Sabrina Jorio, Silvio Laviano, Francesco Moraca, Giuseppe Papa
disegno luci Simone De Angelis
suono Franco Visioli
scene e costumi Graziella Pepe
chitarra Francois Gozlan
piano Giulia Qualizza
realizzazione scene Clelio Alfinito
realizzazione costumi Cinzia Virguti
macchinista Mario Febbraio
foto di scena Brunella Giolivo
assistente volontario Francesco Panachia
assistente alla drammaturgia Federico Bellini
adattamento e regia Tommaso Tuzzoli

debutto 6 novembre 2009 - Napoli, Nuovo Teatro Nuovo

Che opera d’arte è l’uomo, quanto nobile nella sua ragione, quanto infinito nelle sue facoltà, nella forma e nel movimento, quanto appropriato e ammirevole nell’azione, quanto simile a un angelo nell’intendimento, quanto simile a un dio.
E tuttavia, per me, cos’è questa quintessenza di polvere?
Amleto - W. Shakespeare

Spesso si affrontano viaggi nella memoria attraverso storie per riflettere su come eravamo, ma quando si scopre che l’uomo presunto futuribile altro non è che ancora l’uomo del passato, si ha l’impressione di affondare dentro se stessi.
La nostra immagine del passato è forse solo mal messa a fuoco o magari sbiadita dal tempo, ma se osserviamo bene, ritroviamo lì noi stessi.
È trascorso infatti più di un secolo da quando Frank Wedekind ha scritto Risveglio di primavera, opera teatrale che attraverso le vite di un gruppo di giovani mette totalmente a nudo la propria società. Capace di ridicolizzare la sua epoca e di palesare scomode realtà nascoste, Wedekind scava nell’animo umano, guidandoci in un necessario confronto con le nostre idee, i nostri amici, la nostra morale, la nostra sessualità, permettendoci così di affrontare, realmente, il mondo del potere e decidere se contrastarlo o farne parte. “Conoscere se stessi” per recuperare l’alfabeto emotivo di cui ci stiamo e ci stanno privando, ritornare ai sentimenti per accorgerci dell’ospite inquietante, il nichilismo, e guardarlo bene in faccia per tornare così a ciò che ciascuno di noi è. Un viaggio che ci chiede gridando un’immersione nella parola uomo.
Tommaso Tuzzoli

 

mercoledì, 09 settembre 2009

IO HITLER AL TEATRO FRANCO PARENTI

Il Corriere della Sera: «Un Hitler iperrealista per scuotere le coscienze»

Posted By Giuseppe Genna On 7 settembre 2009 @ 16:46 In Hitler - romanzo | Comments Disabled

La scheda dello spettacolo IO HITLER [1]
Il trailer di IO HITLER [2]
Il Corriere della Sera su IO HITLER [3]
Estratto dal libretto di IO HITLER [4]
Audiointervista al regista di IO HITLER [5]
Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER [6]

[clicca sull'immagine per la versione pdf [7]]

Franco Parenti / L’azione teatrale di Del Corno dal libro di Genna
«Un Hitler iperrealista per scuotere le coscienze»
di DANIELA ZACCONI

La passione civile declinata in sen­so storico è una spinta creativa forte per il compositore Filippo Del Corno: basta pensare all’opera «Non guardate al domani», sul rapimento di Aldo Moro. Questa ispirazione si concre­tizza ora in «Io Hitler», azione di teatro musicale proposta in prima assoluta il 9 e 10 al Parenti nell’ambito di MiTo (oggi alle 11.30, sempre al Parenti, il musici­sta, il librettista Giuseppe Genna e il regi­sta Francesco Frongia la presentano al pubblico).
«Sono arrivato a misurarmi con que­sto personaggio scomodo grazie alla sug­gestione di Hitler , il libro di Genna usci­to un paio di anni fa, che compie un’ope­razione radicale e coraggiosa» racconta Del Corno. «Genna invita a confrontarsi con il dittatore, a considerare se sia un uomo, rovesciando il titolo di Primo Le­vi, dove l’idea era rivolta alle vittime dei lager deprivate dell’umanità. Punto di partenza interessante: credo che l’esorci­smo praticato dal ‘900 nei confronti di Hitler sia stato quello di considerarlo un ‘alieno’. Invece era un uomo, e uomini erano i milioni di persone che gli hanno dato il consenso provocando una delle più grandi tragedie della storia».
L’azione teatrale, interpretata dall’atto­re Fulvio Pepe e dall’ensemble «Sentieri selvaggi» diretto da Carlo Boccadoro (scene e costumi di Giovanni De France­sco), racconta il dittatore dai 17 ai 44 an­ni, quando prende il potere. «Partendo dal libro, Genna ha scritto un testo nuo­vo » prosegue Del Corno. «L’azione teatra­le è frutto del lavoro dell’intera équipe, che ha scelto di rappresentare Hitler in modo iperrealista. La forza di Hitler era la sua retorica, capace di una coercizione emotiva che superava il significato delle cose che diceva e stava nel ritmo con cui parlava. Con la ’speech melody’, ho tra­sformato alcuni suoi discorsi in musica, inscindibile dalla recitazione».
«Inoltre» conclude Del Corno «ci sono apparizioni fantasmatiche di autori del passato come Wagner e Czerny, che ri­mandano alle frequentazioni musicali di Hitler. Presenze melodiche che serpeg­giano nell’ensemble, alimentando il sor­do rumore che è la musica del pensiero di Hitler».

IO HITLER, Teatro Franco Parenti, 9 e 10 settembre. Ore 21. Tel. 02.88.46.47.25. Ingr. 10 euro


Article printed from G I U S E P P E  G E N N A: http://www.giugenna.com

URL to article: http://www.giugenna.com/2009/09/07/iohitlercorrieremilano/

URLs in this post:

[1] La scheda dello spettacolo IO HITLER: http://www.mitosettembremusica.it/it/programma/09092009-2100-teatro-franco-parenti.html

[2] Il trailer di IO HITLER: http://www.youtube.com/watch?v=fp60atbnqfY

[3] Il Corriere della Sera su IO HITLER: http://www.giugenna.com/2009/08/31/io-hitler-sul-corriere-della-sera/

[4] Estratto dal libretto di IO HITLER: http://www.giugenna.com/2009/09/01/dal-libretto-di-io-hitler-mein-kampf-branchi-di-scimmie/

[5] Audiointervista al regista di IO HITLER: http://www.giugenna.com/2009/09/04/io-hitler-kondor-rai-radio2-intervista-il-regista-francesco-frongia/

[6] Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER: http://www.giugenna.com/2009/09/07/il-corriere-della-sera-%C2%ABun-hitler-iperrealista-per-scuotere-le-coscienze%C2%BB/

[7] versione pdf: http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2009/09/milano_20090907_10.pdf

 

Filippo Del Corno: io ed Hitler

hitlerLa notizia è freschissima: Adolf Hitler, dittatore nazista, responsabile di uno dei più grandi genocidi avvenuti nel nostro continente, è diventato recentemente protagonista di uno spot contro l’AIDS, in cui la sua figura è stata associata al diffondersi stesso del contagio. Da personaggio storico tridimensionale Hitler sembra trasformarsi oggi in un’icona virtuale. A dispetto di questa raffigurazione simbolica, mercoledì 9 settembre presso il Teatro Franco Parenti, Filippo Del Corno presenta a MITO Milano uno spettacolo incentrato sulla figura storica di Hitler. Il lavoro è una piece di teatro musicale, scritta da Giuseppe Genna e rappresentata musicalmente dall’Ensemble Sentieri Selvaggi. Insieme a Del Corno vi anticipiamo i contenuti dello spettacolo, che debutterà in scena proprio a MITO.

Filippo, cosa si dovranno aspettare gli spettatori di “Io Hitler”?
filippo_del_corno_c_f_savastano_per_sitoUn’ora di teatro musicale duro e cupo. La drammaturgia si articola in 21 piccole scene precedute da un altrettanto breve introduzione: sono come le metope di un frontone greco, che alla fine costruiscono una traiettoria narrativa completa; nel percorso si incontrano vicende note a tutti (come la bocciatura all’Accademia di Arte di Vienna) ad altri episodi meno conosciuti. C’è una grande compattezza tra testo, musica, recitazione, regia, scenografia, esecuzione musicale: insomma tutti gli aspetti di questo lavoro sono nati e cresciuti insieme, con una serie fondamentale di apporti creativi che sono arrivati da tutti coloro che vi hanno partecipato. L’impostazione  iperrealista dell’aspetto visivo dello spettacolo dovrebbe acuire una sensazione di disagio: ci si trova davvero di fronte a un uomo che dice “io Hitler”. In definitiva credo che sia un lavoro a cui è impossibile applicare le tradizionali categorie del bello o del brutto. E se devo essere sincero, non so neanche se la giusta reazione alla fine debba essere l’applauso.

Perché ha scelto di realizzare questo lavoro di teatro musicale su una figura controversa come quella di Hitler?
Ho voluto accogliere il terribile invito con cui Giuseppe Genna apre il suo libro Hitler: “Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo.” Rovesciando il titolo di Primo Levi, Genna ci impone di guardare in faccia Hitler, questa maschera che emette morte e conquista il consenso. Non è più tempo di esorcizzare Hitler affidandosi alla parodia, perché una risata purtroppo non lo seppellisce affatto. E al tempo stesso non credo sia più possibile considerare Hitler come una sorta di apparizione aliena, destinata a non più ripetersi. Hitler ha fatto parte del genere umano, e ha consapevolmente generato, con il concorso di colpa di alcuni milioni di nostri conspecifici, la più efferata tragedia della storia. Tutto questo è avvenuto (e potrebbe ancora avvenire) sulla Terra, non più di ottanta anni fa. Per questo ho sentito l’esigenza di fissare negli occhi Adolf Hitler, e sentirgli dire “Io”.

Lavorando su questo personaggio, anche da un punto di vista
storico, che idea si è fatto dell’Hitler in quanto uomo?

prove_io_hitlerDevo precisare che, mentre il libro di Genna racconta l’intera vita di Hitler, nell’azione di teatro musicale Io Hitler ho chiesto a Genna di scrivere un nuovo testo che si concentra sugli anni di formazione del dittatore, ossia dai suoi sedici anni (1905) fino alle soglie della definitiva presa del potere, quando Hitler ha quarantaquattro anni.
Scandagliando con rigore quegli anni già si scorgono alcuni elementi che andranno a costituire la personalità di Hitler cancelliere del Terzo Reich: è un ragazzo (e poi un uomo) che costruisce una fitta rete di menzogne per mascherare la sua sostanziale nullità. E’ il vuoto assoluto, una sorta di non persona (come ebbe a definirlo genialmente Joachim Fest), che riesce a riempirsi solo di un’ideologia basata sul razzismo e sul totale disprezzo dell’altro. La lunga catena di fallimenti personali che Hitler colleziona nella sua giovinezza non ne fiacca la volontà, anzi è il motore che muove la sua inesauribile necessità di rivalsa fino all’affermazione definitiva. Il giovane Hitler alterna momenti di disperata abulia ad altri di alterata eccitazione, e questa catena di picchi e sprofondamenti saranno tipici anche della sua azione di governo, fino alla disfatta totale.

Su un personaggio come questo, ricordato come autore di uno dei più grandi genocidi della storia dell’uomo, è possibile trovare degli aspetti di umanità, per non dire di positività nel suo agire, nel suo vivere, nel suo essere umano?
Hitler era biologicamente un uomo, non dobbiamo dimenticarlo. E’ stato concepito dall’atto sessuale di suo padre e sua madre, è stato partorito, allattato, e poi ha imparato ad alimentarsi, a giocare, a leggere, e così via. IQuindi ogni aspetto della vita di Hitler è assolutamente umano, ed è proprio questo che dovrebbe atterrirci. La cultura dominante del Novecento ha cercato di esorcizzare Hitler relegandolo nella sfera di ciò che è alieno dall’umano. Ma questo è un tragico errore, dal mio punto di vista, una forma di rimozione anche delle corresponsabilità che milioni e milioni di umani hanno avuto e continuano ad avere nello spezzare la vita dell’altro per affermare la propria. Detto questo Hitler non ha avuto niente di positivo: l’ordine e l’apparente prosperità della Germania pre-bellica da lui governata erano una distorsione ipnotica, un autorappresentazione di un mondo apparentemente (o forse tragicamente) s-pensierato. E non riesco a provare nessuna compassione, come altri, pur senza alcuna simpatia per il nazismo, invece hanno fatto nei confronti delle sconfitte e delle durezze che comunque hanno costellato la vita di Hitler. In lui io vedo soltanto l’assoluta consapevolezza di una vita votata alla distruzione eall’acquisizione del consenso.

Secondo l’interpretazione data nel suo lavoro, che cosa può
aver portato un uomo a desiderare risolutamente e razionalmente la morte di milioni di propri simili?

Genna ha ben rappresentato nel suo libro, e successivamente nel testo scritto per me, la caratteristica fondamentale della personalità di Hitler: la mancanza di empatia. Senza lasciarsi andare a spiegazioni psicoanalitiche è evidente che ogni atto di Hitler, pubblico o privato, tradisce la totale incapacità di far vibrare dentro di sé i pensieri e le emozioni dell’altro da sé. Ed è anche per questo motivo che nel nostro lavoro Hitler è sempre completamente solo, e anche quando apparentemente sembra rivolgersi ad altre persone parla solo con sé o con la propria immagine.
Questo è l’aspetto di Hitler tragicamente attuale, al di là di ogni  approfondimento storiografico sulle ragioni dell’affermazione del totalitarismo nel primo Novecento: l’Italia di questi ultimi mesi, con le aggressioni agli omosessuali, i barconi ricacciati in mare, le disposizioni che limitano ospedali e scuole ai migranti è un esempio di come Hitler sia sempre in agguato là dove l’altro diventa sinonimo di nemico.

Come si sviluppa la relazione tra la sua musica e il testo di Genna?
sentieri_selvagggi_c_michela_veicsteinas_per_sito_0Ho voluto rendere evidente con un segno estremo proprio la mancanza di empatia: tutta la musica è infatti “costretta” nel registro grave degli strumenti, e non supera mai il do centrale. Mancano tutti i suoni acuti, mancano cioè le vibrazioni. La musica appare quindi dis-percepita, ed è come se Hitler soffrisse di una mancanza fisiologica di percepire le frequenze acute. I suoni che escono dall’ensemble strumentale (clarinetto basso, trombone, 2 pianoforti, marimba, 2 violoncelli) sono la vibrazione malata del nervo acustico di Hitler, metafora sonora della sua mancanza di empatia. Ma è anche centrale nella costruzione della relazione tra musica e testo un altro elemento che ho tratto da Genna, ossia il fatto che Hitler porta all’estremo limite la pratica della retorica (pratica nobile quanto rischiosa) come strumento di coercizione emotiva. La vita di Hitler conosce infatti una svolta, come egli stesso scrive nel Mein Kampf, quando si accorge di saper parlare. La scena centrale di Io Hitler, la vera architrave dell’intero lavoro, è proprio la scena in cui Hitler per la prima volta parla in pubblico, in una birreria durante la riunione di un oscuro partito dell’estrema destra bavarese. Studiandone i discorsi ho pensato che la retorica di Hitler sia costruita non tanto sul senso delle parole che dice, ma sul loro suono, cioè altezze, ritmi, pause. Così ho fatto uno studio tanto disgustoso quanto necessario: ho trascritto utilizzando le tecniche della “speech melody” i discorsi di Hitler, costruendomi così una griglia di altezze e ritmi (e relative pause) che costituiscono la trama sonora dell’ensemble nelle scene dello spettacolo in cui Hitler parla in pubblico. E’ una forma di espressione retorica violenta e basale, che dà vita a un suono che percuote orecchie e cervello andando a smuovere qualcosa di perturbante.

(MITOBLOG - www.mitosettembremusica.it)


domenica, 21 giugno 2009

METTI UNA SERA AL SAN CARLO DI NAPOLI...

La 'Villeggiatura' di Latella a Napoli

 

La trilogia della villeggiatura (photo: teatrofestivalitalia.it)

La trilogia della villeggiatura (photo: teatrofestivalitalia.it)

La bellezza controcorrente di questa “Trilogia della villeggiatura” firmata Antonio Latella  non è una novità. Era infatti già andata in scena nel 2008 in Germania, terra d'adozione di Latella, con il titolo “Die Trilogie der Sommerfrische”, introducendo il pubblico all’utilizzo della doppia lingua, italiano e tedesco, e alla duplice provenienza degli attori.
Gli spettatori, spaventati dalla durata dello spettacolo (cinque ore inclusi due intervalli) e dalle lunghe parti recitate in tedesco, si accomodano straniti e pronti a fuggire al primo intervallo. Poi avviene la magia, e alla prima nazionale al San Carlo di Napoli il pubblico non stacca gli occhi da palcoscenico ed attori; e perfino l’orecchio meno esterofilo si adatta alle dure sonorità della lingua tedesca.

 

Tre le parti, come di consueto. Ma questa volta si assiste a tre spettacoli differenti in uno. La prima parte, riscrittura contemporanea della giovane autrice Letizia Russo, è inquietante. Nessuna ambientazione goldoniana: gli spettatori entrano con un palcoscenico a telone aperto, che resterà tale fino alla fine dello spettacolo, mentre gli attori, figurine in controluce su un palco nero illuminato di spalle da luce bianchissima, posano, camminano, osservano incuriositi il pubblico che si affanna ad accomodarsi, al suono di un ronzio che aumenterà fino all’inizio della recitazione. Al centro solo panche di legno: sedili di una metropolitana o di un tram.
Angosciose figure, che ricordano i “Sei personaggi in cerca d’autore” pirandelliani, fuoriescono e rientrano da un’oscurità irreale. Figure irreali che escono dalla mente del regista, dai fogli del copione, per rendersi vivi agli occhi del pubblico, anime in pena del purgatorio dantesco. E, in alto, i lampadari mobili imprigionati in gabbie giganti: il tempo si è fermato e la ragione è stata imprigionata.

La trama conosciuta tratta di intrecci amorosi fra alcuni ragazzi di famiglia borghese, scatenati da un battibecco nato per un vestito. La partenza per la villeggiatura, più volte rimandata, è imminente. Tra intrighi amorosi, incesti e bancarotte, la villeggiatura - che Letizia Russo trasforma ironicamente in una “buffonata” - si farà.

La seconda parte, goldoniana per ambientazioni, vestiti e parti recitate, si svolge durante la villeggiatura: qui si snodano le vicende amorose, si intrecciano i tradimenti e nascono nuove storie d’amore. Finalmente entra in scena la tanto amata cioccolata goldoniana, anche se i servi, veri protagonisti di questo atto, per vendicarsi dei padroni prepareranno tazze di una mistura puzzolente che scopriremo non essere altro che feci.
Su un sottofondo di cicale, Latella si sbizzarrisce non solo linguisticamente, con un'alternanza tra italiano, tedesco e brevi tratti di latino (mettendo spesso in bocca all’attore tedesco Michaeil Weber difficilissimi versi danteschi), ma soffermandosi anche su un'attenta ricerca musicale: dalla taranta pugliese, ballata sul palco con svenimento finale della giovane Sabina, ad un’antica cantata siciliana che rese famosa Rita Botto, “Mi voto e m’arrivotu suspirannu”.

L’atmosfera del terzo atto cambia completamente: il rientro dalla villeggiatura ha sconvolto tutto. Le coppie si sono rimescolate, le persone che non si amano si sposano, e si abbandona chi si ama davvero. Girano le lettere, gli intrighi, su un palcoscenico svuotato, con botole magiche da cui appaiono e scompaiono gli attori e le loro nuove vite, in cui si ritrovano completamente nudi, così come in scena.
A chiudere la pièce, insieme a Leonardo e Costanza, anche il guanto rosso dell’amore, della passione, della follia e del sentimento torbido indossato da alcuni personaggi: da chi, a turno, tesse i fili della vicenda.

Il pubblico resta immobile (con alcune eccezioni) dalle 19 alle 24 grazie ad uno spettacolo visionario che contiene grandi riferimenti alla storia del teatro moderno e contemporaneo. Ma che non manca di sottolineare la perdita d'identità contemporanea a favore di una logica dell'apparire.
Il trionfo di Latella movimenta (“bene o male, purché se ne parli”) il Napoli Teatro Festival Italia 09, capovolgendo le aspettative di alcuni spettacoli, troppo pubblicizzati ed acclamati, felicemente soppiantati da altri “meno attesi”.


LA TRILOGIA DELLA VILLEGGIATURA
di Carlo Goldoni
adattamento: Letizia Russo, Antonio Latella
regia: Antonio Latella
produzione: Schauspiel Koln
riallestimento commissionato da Napoli Teatro Festival Italia
durata: 280'
applausi del pubblico: 3' 50''
prima nazionale
 
Visto a Napoli, Teatro San Carlo, il 13 giugno 2009

postato da: erica1cate alle ore 15:29 | link | commenti
categorie: recensioni, eventi, foto, articoli, festival, antonio latella
sabato, 13 giugno 2009

La "Trilogia della villeggiatura" secondo Antonio Latella al Napoli Teatro Festival

Due giorni a Napoli (13 e 14 giugno) per mostrare il risultato di uno scambio culturale tra attori tedeschi e italiani, l'opera di Goldoni anche come possibilità di ragionare sul teatro.

di  Andrea Pocosgnich (link)

Dopo Servillo ecco un altro celebrato e premiato artista italiano cimentarsi con l’emblematica opera goldoniana. Il 13 e 14 giugno Antonio Latella presenterà al Teatro San Carlo, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, il suo lavoro sulla Trilogia della villeggiatura. Lo spettacolo prodotto dalla Schauspiel Koln andò in scena proprio a Colonia nel Marzo del 2008 con un ensemble di attori tedeschi e italiani che, come afferma il regista, “si confrontano e in qualche modo si seducono nel nome del teatro o dell’amore”.

La storia sulle due famiglie diventa l’incontro di due culture, quella tedesca e quella italiana, di due lingue che, come afferma Latella, “diventano una lingua e una cultura sola” e il canovaccio goldoniano diventa uno spunto per ripensare il teatro e “un viaggio verso la conoscenza”. Latella ha diviso i tre momenti (smanie, avventure e ritorno) in tre stazioni differenti, ognuno con una sua autonomia scenica, nel primo la lingua è “ricostruita” viene avvicinata insomma ai giorni nostri, mentre nella seconda parte c’è un ritorno alla lingua originaria con l’uso del dialetto, per arrivare poi alla terza parte in cui la parola è rarefatta, qui si assiste, lo afferma il regista a “un quadro pittorico dove le parole sono poche, dove diventa difficile parlare”.

Trilogia della Villeggiatura
di Carlo Goldoni
adattamento Letizia Russo, Antonio Latella
regia di Antonio Latella
produzione Schauspiel Koln
riallestito da Napoli Teatro Festival Italia

in scena
13, 14 giugno (ore 19.00)
Teatro di San Carlo -
Napoli Teatro Festival

postato da: cabepfir alle ore 09:50 | link | commenti (1)
categorie: eventi, foto, articoli, festival, antonio latella
martedì, 02 giugno 2009

FINALMENTE ALL'ELFO LA NUMERO 13

ELFO | 3 - 28 giugno 09
LA NUMERO 13
di Pia Fontana
regia di Elio De Capitani
con Cristina Crippa
luci di Nando Frigerio
produzione Teatridithaliain collaborazione con Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea

E' valido l'abbonamento Invito a Teatro

lanumero13

Un angelo azzurro, senza testa né braccia, con ali dorate logorate dall’avvicendarsi delle stagioni, veglia sulla tomba numero 13 al Cimitero Monumentale di Milano. Una passeggiata in quel luogo scatena nella protagonista un flusso ininterrotto di ricordi e pensieri, da cui emergono un passato confuso, apparentemente segnato dal conflitto doloroso e irrisolto con una sorella gemella e dalla morte di una giovane nipotina - di tredici anni - contesa all’amore della madre. «Costretta sempre a scegliere tra me e lei – racconta la protagonista – fra una natura femminile e una natura artistica». Come le due facce di una medaglia, le sorelle hanno caratteri opposti: «di mia sorella dicevano che era femminile. Di me dicevano che ero intelligente. Mia sorella conquistava con la sua femminilità. Io allontanavo con la mia intelligenza… Lei era il grembo! ‘Solo fra uomo e donna il rapporto è ideale’, diceva mia sorella. ‘Solo con se stessi il rapporto è ideale’, dicevo io». Cristina Crippa, dopo il debutto del 2002 allo Spazio Xpò, propone per la prima volta nello spazio dell’Elfo questo intenso ritratto di donna, nata dalla penna sensibile di Pia Fontana, narratrice e drammaturga scomparsa prematuramente nel febbraio di quest’anno. Un monologo dai toni concitati, che si fanno via via febbrili e si rispecchiano nel gesto vitale e disperato di dipingere la propria stanza di giallo, di sole e luce, per cancellare il bianco, da sempre odiato, che sa di cliniche e di sepolcri. Si svela lo strazio di una personalità dilaniata, che l’autrice tratteggia con sapiente progressione e che l’attenta regia di Elio De Capitani sottolinea, evidenziando intima fragilità della protagonista, fino alla dolorosa confessione finale.

L’atmosfera di quel capannone spoglio verrà ricreata sul palcoscenico del Teatro dell’Elfo dove la protagonista e gli spettatori saranno a stretto contatto.

DALLA RASSEGNA STAMPA:

Parafrasando il poeta inglese Gray, De Capitani ci propone, toccando la quasi invisibile nostra drammaturgia contemporanea, un’elegia nel Cimitero monumentale di Milano. Un monologo al femminile [...] che racconta la schizofrenia di una donna trasformata in poesia, costretta a trovare un doppio, una sorella immaginaria nella quale sublimare il dolore per la perdita di una figlia. Un’anima metropolitana che traduce nella sua testoriana milanesità il mithos dell’antica tragedia. [...] Cristina Crippa dipinge col giallo, amato dalla figlia scomparsa, le pareti con la cromatica frenesia di Van Gogh e la sfacciata grandiosità spaziale di Polloch. Anima buon e cattiva di Sezuan, questa donna, assumendo come correlativo oggettivo la scultura tomba numero 13 del Monumentale, un angelo senza testa, si abbandona ad un ininterrotto flusso di coscienza alla ricerca di una impossibile catarsi, di una gaddiana cognizione del dolore. L’attrice con la sua dolorosa agilità si arrampica e si muove nella sua bianca cattività obbedendo all’imperativo paint in yellow. La sua interpretazione ricorda a tratti la provocatoria garçonerie della Moreau truffautiana. La sua fonazione è il risultato di una psicosi interpretativa e se da una parte incarna il sospeso flautistico pudore dell’io artistico, proiezione delle pulsioni della figlia, dall’altra si lascia sporcare da una clocharderie che lascia sulla laringe il catrame degli “uomini da marciapiede”.

Danilo Caravà, Hystrio

Una luce livida la colpisce in viso, prima che si impossessi della scena misurandola a passi veloci, ridendo in modo follemente furbesco, imbrattando il muro spoglio di giallo, cullando la latta di vernice come fosse la sua bambina perduta. Cristina Crippa è lì, nello spazio scarno e vuoto, a dar voce e gesti con tutta l’energia che le è propria alla protagonista di La numero 13. [...] Impresa non facile perché il monologo di Pia Fontana è carico di temi dolorosi e delicati, e si addentra senza rete in una impervia analisi della psiche. [...]. La regia di Elio De Capitani attraverso la gestualità espressionista e il vagare fintamente deciso – ma in realtà spaesato – del personaggio ne sottolinea l’intima fragilità, che culmina nella dolorosa confessione finale. E la Crippa, attrice generosa, è brava [...].

Simona Spaventa, La Repubblica
lunedì, 18 maggio 2009

MA CHE BEI DEBUTTI IN SETTIMANA :-)

Sentieri stranieri nel sogno e nell'incubo


A Genova, da lunedì 18 a domenica 24, il Teatro della Tosse organizza una mini-rassegna dedicata al tema dell'inferno, esplorato in tutte le sue sfumature e possibili declinazioni: alla ripresa di uno storico spettacolo dantesco firmato anni fa da Tonino Conte, e ambientato nel Chiostro dei Canonici del Museo Diocesano, si aggiungono una tavola rotonda, una conferenza su diavoli e fiamme nell'arte, un viaggio "in barca con Caronte" su pescherecci in navigazione nella Darsena e diverse visite guidate alla scoperta di figure infernali nel territorio genovese.

All'Out Off di Milano, da martedì 19, il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli propone Il sentiero dei passi pericolosi, un'inquietante "tragedia stradale" del canadese Michel Marc Bouchard allestita dal giovane, interessante regista Tommaso Tuzzoli. Il testo mostra tre fratelli che, nel giorno del matrimonio di uno di loro, subiscono un incidente d'auto proprio nella foresta dove quindici anni prima il padre era morto in circostanze simili. L'occasione li costringe a confrontarsi con un passato rimosso: ma a poco a poco si scopre che loro stessi non sono più in vita.

Per il festival Fabbrica Europa, alla Stazione Leopolda di Firenze, mercoledì 20 e giovedì 21 François Kahn, il bravo attore-regista francese a lungo attivo in Italia, rappresenta il suo spettacolo I dormienti, ricavato da alcune poesie della raccolta Foglie d'erba di Walt Whitman: in particolare, Kahn ha tratto ispirazione dai versi di Sleepers, in cui Withman immagina di coricarsi accanto a uomini e donne addormentati per sognare "tutti i sogni degli altri sognatori", facendosi trascinare in un mondo onirico sospeso tra l'infanzia, l'amore, la vita, la morte.

Tornano al Piccolo Teatro di Milano i Propeller, la singolare compagnia inglese che affronta le opere scespiriane unicamente con attori di sesso maschile, così come venivano interpretate al tempo dell'autore: da giovedì 21 a domenica 24 il regista Edward Hall presenta al Teatro Studio un'ironica, spiazzante versione del Sogno di una notte di mezza estate - commedia già ricca di sottili ambiguità - che sarà seguita, la settimana successiva, da un analogo approccio al Mercante di Venezia.

di renato palazzi

(delteatro.it - 15 mag 2009)

domenica, 10 maggio 2009

ELIO DE CAPITANI DICE CHE...

MANIFESTO PER LA CULTURA

De Capitani: cultura? Senso civico
e giovani. Sì all’Expo del teatro

Il regista fondatore dell’Elfo: in Triennale mostra sulla scena italiana. Una rete per sostenere creatività e talenti

  «Che bel lavoro questo Ma­nifesto». Elio De Capitani, pre­sidente di Teatridithalia, fon­datore 36 anni fa con Gabrie­le Salvatores, Ferdinando Bru­ni e un gruppo di entusiasti ventenni dello spazio dell’El­fo, segue con puntuale inte­resse i tanti interventi appar­si sul Corriere. «Ne è uscito un quadro importante, un’oc­casione unica per meditare e proporre nuove idee», sostie­ne.

Elio De Capitani
Elio De Capitani

 

Ora dica le sue.
«Tra le carte vincenti di Mi­lano c’è il teatro. Un modello abbastanza straordinario, che ha dato grandi frutti. Un pro­getto nato in due tempi: nel dopoguerra al Piccolo con Strehler e Grassi che propu­gnarono un teatro d’arte per tutti. Anni dopo lo stesso con­cetto fu allargato da un solo spazio a un’intera rete».

Rete che ha incrociato i destini di tanti teatri.
«E ha innescato sinergie inattese. Tra le ultime in ordi­ne di tempo, il nuovo film di Salvatores, tratto dalla com­media di Alessandro Genove­si che abbiamo portato in gi­ro per tutta Italia, Happy Fa­mily. O anche l’incontro tra un compositore come Fabio Vacchi, che viene a vedere La tempesta di Bruni e chiede a Ferdinando di fargli da voce recitante per il suo melologo su Prospero presentato qual­che settimana fa alla Scala. Dove il 7 dicembre a firmare la Carmen sarà una regista scoperta sulle scene del Crt, Emma Dante. E ancora all’El­fo anni fa un ragazzo sardo, Antonio Marras, vide il So­gno e decise di sognare anche lui. Scappa dalla Sardegna, vai a Parigi, gli suggerì Bruni, ricordandogli che ognuno de­ve cercare la sua città di liber­tà. Per noi è stata Milano».

Rispetto a quello dei vo­stri esordi, oggi però il pano­rama teatrale sembra meno ricco, meno vivace.
«Non sono d’accordo. So­no nati nuovi teatri, altri gio­vani di talento stanno speri­mentando nuove strade. Pen­so in particolare a tre spazi: il Teatro Cooperativa, interes­sante esperimento di teatro di quartiere, il Teatro I e il nuovo Filodrammatici. Il ri­cambio c’è, e vitalissimo. Se appare meno evidente è per­ché il teatro è scomparso dal­la superficie della città, è di­ventato catacombale. Rende­re pubblico quello che fai è or­mai complicatissimo. I costi delle affissioni hanno fatto sparire i manifesti che annun­ciavano gli spettacoli. Sui mu­ri di Milano trovano spazio solo la moda e il consumo. La creatività c’è sempre, ma è sommersa».

Insomma, Milano sembrascordarsi che deve molto al teatro.
«La rete vera si chiama cit­tà. I teatranti che hanno lavo­rato dal dopoguerra a oggi, anche negli anni bui, hanno contribuito a tenerla viva. Un servizio pubblico enorme. Se nonostante tutto a Milano re­siste ancora un forte senso ci­vico, il merito va anche ai suoi teatri».

Come ridargli visibilità?
«Fare ancora più rete. Pro­pongo un’Expo del teatro. La Triennale potrebbe essere la giusta sede per una grande mostra del teatro vivente. L’anno prossimo si aprirà il Puccini, occasione per inne­scare altri intrecci. Con l’Uni­versità, la Civica Paolo Gras­si... ».

E Internet, e la tv?
«Chi non ha fatto il suo la­voro è la Rai. In 36 anni non ha ripreso neanche uno dei nostri spettacoli, e temo nean­che degli altri teatri. La sede Rai di Milano avrebbe potuto realizzare delle magnifiche te­che. Nulla. Quanto a Internet, è un fantastico strumento per facilitare l’accesso alle sce­ne, io lo uso per prenotare i biglietti, ma poi a teatro vado “fisicamente”. Bergman dice­va: 'Il teatro dovrebbe essere un incontro tra esseri umani. Tutto il resto serve solo a con­fondere'. Sottoscrivo».

Il teatro è passione, ma anche educazione
«Per questo da cinque anni tengo dei corsi propedeutici allo Iulm. Contro la stupidità dilagante diffusa da troppi media, bisogna diffondere il virus della curiosità, la malat­tia della cultura. Forse non sa­ranno tanti a venir contagia­ti, ma vale comunque la pena di provare. I 120mila spettato­ri che ogni anno vengono a vederci ci confortano. Ieri se­ra, per la ripresa di Angels in America, la sala era strapiena. Come lo sono quasi sempre gran parte dei teatri di questa città. Un chiaro segno per an­dare avanti. Con più forza e più passione che mai».

Giuseppina Manin
06 maggio 2009 - www.corriere.it - www.elfo.org

Un «manifesto» per la cultura
Tutti gli interventi al dibattito

A febbraio Davide Rampello, presidente della Triennale, ha avviato la discussione sul Corriere

 

Davide Rampello, presidente della Triennale

Salvatore Carrubba, ex assessore alla Cultura

Giovanni Reale, filosofo

Alberto Abruzzese, sociologo

Francesco Micheli, finanziere e presidente del Festival MiTo

Francesco Casetti, semiologo

Antonio Scurati, scrittore

Rosellina Archinto, editrice

Fabio Novembre, architetto e designer

Paola Calvetti, scrittrice

Giulio Giorello, filosofo

Arnaldo Pomodoro, scultore

Nicolò Cardi, gallerista

Andrée Ruth Shammah, regista

Roberto Abbado, direttore d'orchestra

Severino Salvemini, docente di economia

Dario Fo, premio Nobel

Gianfranco Ravasi, arcivescovo

Grazia Neri, esperta di fotografia

Ermanno Olmi, regista

Massimo De Carlo, gallerista

Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri

Alberto Artioli, sovrintendente

Stefano Mauri, editore

Giancarlo Majorino, poeta

Massimo Vitta Zelman, editore

Lorenzo Ornaghi, rettore dell'Università Cattolica

Luigi Brioschi, editore

Aldo Bonomi, sociologo

Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità

Flavio Caroli, storico dell'arte

Lionello Cerri, produttore

Angelo Torricelli, presidente Facoltà Architettura Civile Politecnico

Fabio Vacchi, compositore

Antonio Ricci, autore tv

Bob Noorda, designer

Sandrina Bandera, sovrintendente della Pinacoteca di Brera

Giovanna Cavazzoni, presidente del Vidas

Roberto Bolle, étoile della danza

Luigi Corbani, direttore dell'Orchestra Verdi

Angelo Guglielmi, autore tv

Carlo Mazzoni, scrittore

Luca Doninelli, scrittore

Franco Loi, poeta

Carlo Guglielmi, presidente di Cosmit Salone del Mobile

Elio De Capitani, regista


06 maggio 2009

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mercoledì, 22 aprile 2009

IL VICARIO - RECENSIONE DI SIMONE PACINI, KLPTEATRO.IT

Il vicario. La Storia rivista e scorretta

  

 

Il vicario

Il vicario (photo: teatroeliseo.it)

Ci sono voluti più di quarant’anni per poter rivedere sulle scene italiane “Il vicario”. Il testo del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth era stato presentato (clandestinamente) a Roma, nel 1965, da Carlo Cecchi e Gian Maria Volonté, ma subito proibito dal Ministero degli Interni. Motivo di questa censura nostrana la denuncia, nel testo, del colpevole silenzio del papa Pio XII sulla Shoah: gli esponenti del Vaticano, quindi, avrebbero potuto rimanerne contrariati. Meglio vietare.

L’occasione per tornare alla pièce, pubblicata in Germania nel 1963, è il frutto del lavoro di un gruppo di attori cresciuti artisticamente intorno alla figura di Antonio Latella. Attraverso una lettura scenica i giovani protagonisti, grazie alla pulita regia di Rosario Tedesco (che è anche interprete), fanno parlare le parole, restituendo la meritata visibilità al testo, dopo anni in cui era addirittura sparito dai cataloghi. Ambiguità tutta italiana, visto che in Germania viene proposto annualmente dal Berliner Ensemble e ha venduto un milione di copie. Ennesima conferma dell’ingerenza ecclesiastica nelle questioni italiche?
Anche Costa Gravas lo utilizzò come soggetto del suo film “Amen”, tuttavia la locandina che realizzò Oliviero Toscani venne censurata. 
 
La scelta di affidarsi alla ‘mise en espace’ è facilmente dovuta da necessità produttive (mancanza di sostegno economico) ma, complice la bravura e la sentita partecipazione di tutti gli attori in scena, potrebbe anche essere intesa come una scelta etico-politica: far risaltare il testo alle orecchie del pubblico, enfatizzando il colpevole silenzio della Chiesa di fronte all’Olocausto.
In realtà si tratta di una lettura scenica non letta, in quanto gli attori interpretano il testo a memoria, muovendosi sul palco con i rispettivi leggii. Movimenti scenici che vengono evidenziati da un interessante gioco di luci.
Il testo è fortemente attuale, fresco e dai ritmi giusti. I personaggi, tra cui emergono Matteo Caccia e Marco Foschi, nei panni rispettivamente di un ufficiale delle SS e di Padre Fontana, ossia i due che tenteranno inutilmente di far uscire il Vaticano allo scoperto, alternano le battute in un crescendo drammatico che sottolinea un silenzio colpevole e mai abbastanza denunciato.
Lo spettacolo, nelle sue repliche romane al Piccolo Eliseo, prevede un ospite diverso ogni sera, da Giorgio Albertazzi a Lina Wertmuller. Claudia Pandolfi è l’ospite dell'ultima serata. All’attrice romana il compito di concludere la ‘mise en espace’ leggendo una lettera scritta da Rolf Hochhuth e attribuita, nella finzione teatrale, a una ragazza ebrea di Ostia.

L’intero cast riesce a trasmettere la potenza della Chiesa e del Reich rispetto all’impotenza di pochi personaggi desiderosi di rompere il silenzio. E si percepisce anche l’attaccamento, da parte degli attori, ad un progetto che hanno innalzano come un vessillo di verità e portato in giro da due anni (debuttò a Milano nel 2007), in attesa di una produzione che dia loro la possibilità, finalmente, di allestire uno spettacolo completo. Ma, forse, è più importante che rimanga così com’è.

IL VICARIO
di Rolf Hochhuth
progetto e lettura Matteo Caccia, Marco Foschi, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco
adattamento e regia Rosario Tedesco
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
durata: 1 h 17’
applausi del pubblico: 1’ 35’’

Visto a Roma, Piccolo Eliseo Patroni Griffi, il 18 aprile 2009
mercoledì, 08 aprile 2009

FILIPPO TIMI DI NUOVO IN SCENA A MILANO

 Il popolo non ha il pane?
Diamogli le brioche


di Filippo Timi e Stefania De Santis

 

Con: Lucia Mascino, Luca Pignagnoli, Marina Rocco

Ofelia: Paola Fresa

Amleto: Filippo Timi

Luci suoni e scenotecnica: Luca De Marinis

Falegname: Ezio Grazioli

Organizzazione: Luca Marengo

 

Collaborazione alla produzione: Nuovo Teatro Nuovo, Artedanzae20, Teatro Stabile dell’Umbria

 

Un poveraccio quando esce fuori di testa si sente RE, un RE quando impazzisce che cosa si può mai immaginare di essere?
Un ragazzino viziato… che probabilmente se avesse mai sbirciato nella camera dei genitori, li avrebbe trovati a fare le orge con le fattucchiere di corte e i soldati in divisa… un ragazzino viziato che d’improvviso si sveglia nella notte… inizia a ridere e demolire il mondo… esasperando i meccanismi di potere, desiderio… e brama…. che regolano la natura violenta dell’uomo.
Lui, il delfino del re, dalla vetta della piramide, come un giullare, pezzo per pezzo, comincia a smontare, mattone su mattone, la piramide stessa… crollando con essa…

“Ed ecco che una notte un’immagine m’arriva furente al cuore.
Se io avessi coscienza del mondo… la netta percezione che tutto quello che accade è solo un’eterna ripetizione… mi verrebbe da ridere, amare con la stessa leggerezza di chi calpesta un fiore… uccidere con la stessa frivolezza… violentare con la medesima noncuranza… ma… gli effetti delle azioni si imprimono nella memoria del cuore e nella carne dell’anima… ed ecco che l’abisso arriva alla gola.”

Di fronte alla realtà, di fronte a certi irrimediabili eventi, la morte, la perdita di un amore… il cuore e il cervello impazziscono, hanno bisogno di trovare fughe e nuove logiche per non soffrire così tanto.
Ridere, è la risposta della coscienza alla tragedia?
Ridere il pianto.
Ridere la morte.
Ridere l’abbandono.
Ridere il tradimento.
Ridere la follia.
Ogni sentimento ha una bocca, e io voglio far ridere la bocca dei sentimenti!
Ogni vita è lo specchio della vita.
Guardati, disse un giorno Amleto ad Ofelia, guardati in me… come fai a non ridere di te?

Insomma, Una commedia. Tra potere, oblio, frivolezze e pazzia.

 

 

29 marzo 2009 (anteprima) - Umbertide (PG) - Teatro dei Riuniti;

 

dall'1 al 5 aprile 2009 - Perugia - Teatro Morlacchi;

 

dall'8 all'11 aprile 2009 -  Milano -   Pim Spazio

Scenico;

 

dal 15 al 25 aprile 2009 - Napoli -   Nuovo Teatro Nuovo

 

 

Per maggiori informazioni è consultabile il sito della

compagnia:

 

www.santoroccoegarrincha.org al link

http://www.santoroccoegarrincha.org/filippo%20timi%20teatro.html

IL POPOLO NON HA IL PANE? DIAMOGLI LE BRIOCHE
dalL'8 al 11 aprile allo SPAZIO PIM
di Filippo Timi e Stefania De Santis
con: Lucia Mascino, Luca Pignagnoli, Marina Rocco, Paola Fresa, Filippo Timi

PERIODO dal 8/4/09
al 11/4/09
CITTÀ Milano
NAZIONE Italia
SEDE PiM Spazio Scenico
INDIRIZZO Via Tertulliano, 68
ORARIO 21
TELEFONO 02 55196240
 

 

Filippo il Grande Tutti pazzi per Timi Ho trasformato la sfiga in successo

ANCHE a mettercela tutta, è difficile resistere a Filippo Timi. Un po' perché il talento affascina sempre, e lui ne ha parecchio. Un po' perché, nonostante il successo, resta un "compagnone", come dice, un entusiasta con il dono dell' ironia. E infatti sono tutti (o quasi) pazzi di lui: gli intellettuali più snob, i registi più esigenti, il pubblico più popolare. Nato a Perugia nel 1974, un problema di balbuzie rielaborato con beffarda determinazione e una serie di altre "sfighe" (raccontate nel suo primo libro, Tuttalpiù muoio ), Timi è attore di teatro (con la Valdoca, la Societas Raffaello Sanzio, soprattutto con Barberio Corsetti, che gli ha fatto vincere il Premio Ubu come migliore attore)e di cinema ( Saturno contro di Ozpetek, In memoria di me di Saverio Costanzo, Signorina Effe di Wilma Labate, I demoni di Giuliano Montaldo, Come Dio comanda di Salvatores), ma anche scrittore (E lasciamole cadere queste stelle, sempre con Fandango, Peggio che diventare famoso con Garzanti). Dopo il debutto a Perugia la settimana scorsa, Timi è a Milano da domani allo Spazio Pim con una rivisitazione di Amleto che si intitola Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche!, da lui scritto (insieme a Stefania De Santis), diretto e interpretato con Paola Fresa, Lucia Mascino, Luca Pignagnoli, Marina Rocco. Cominciamo dal titolo. Una frase attribuita a Maria Antonietta. Che c' entra con "Amleto"? «Il paradosso. Quella frase è una riposta assurda a un problema reale. Anche Amleto è tutto un paradosso: mi sono limitato a esasperarlo. Di fronte alla tragedia hai due possibilità: soccombere o esplodere nel massimo della vitalità. Ho scelto la seconda. Il mio è un Amleto molto comico». In che senso? «È un gioco di scatole cinesi, di teatro dentro il teatro: Amleto che mette in scena Amleto davanti alla madre e alla corte. Ho lavorato sugli errori, sull' essere e sugli inciampi dell' essere, infilandoci di tutto, da Battisti a Marilyn Monroe. È uno spettacolo molto concreto, quasi pornografico, ma insieme lo vorrei sublime, cioè vorrei che il pubblico ridesse e piangesse nello stesso momento». Lei ha cominciatoa fare teatro per caso. «Si, ho accompagnato un amico al classico provino e hanno preso me. Avevo 19 anni. Grazie al teatro ho smesso di cercare conferme e ho cominciato a divertirmi». Maestri? «Cesare Ronconi della Valdoca, la Societas e Giorgio Barberio Corsetti, con cui ho lavorato per 11 anni. Se poi devo citare l' amore assoluto, dico Carmelo Bene: non esiste altro cielo». Il successo però è arrivato con il primo libro, "Tuttalpiù muoio". «Scrivo da sempre, sono un fiume in piena. Quando mi metto al computer recito tutto ad alta voce. Se sono diventato un autore quasi serio lo devo a Rosaria Carpinelli, la mia stella». Difficile non montarsi la testa. «Per diventare antipatici ci vuole poco. Io, più che famoso, mi sono sentito abbracciato. Nel libro raccontavo le mie disgrazie. Le persone che mi fermavano non mi dicevano "Che figo sei!". Mi dicevano "che sfigati siamo"». Nella sua vita ora c' è poco di "sfigato". Ha due film in uscita, tra cui il nuovo di Bellocchio, Vincere, dove interpreta il doppio ruolo di Mussolini e del suo figlio segreto. «Non sottovalutiamo la componente fortuna. Ne ho avuta parecchia: ho incontrato persone eccezionali». A Milano ha scelto un teatrino off come il Pim. «Una scelta di cuore, è un posto fantastico». Si è pure preso casa qui. «È l' unica città dove pago un affitto, sto sui Navigli. Amo Milano. Sarà la vecchia passione per Demetrio Stratos, sarà la sottile bastardaggine che si respira, sarà il fantasma di Testori, ma qui ci sto davvero bene e scrivo come da nessun' altra parte». - SARA CHIAPPORI  (7.4.09 repubblica.it)
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sabato, 28 marzo 2009

A PROPOSITO DELLE REPLICHE UMBRE DE 'IL VICARIO'

“Il vicario” fa sollevare il parroco che vuole difendere Pio XII.
L’attore Marco Foschi e i “perché” di un testo tanto osteggiato.

PERUGIA20.03.2009

Collettivo in scena Sei attori sul palcoscenico per rappresentare il testo di Rolf Hochhuth scritto nel 1963

Sarà per quella stella di David dipinta come marchio sopra al manto candido di un agnello, sarà per quella polemica mai sopita tra salvezza e tradimento, sarà per la storia che guarda a due facce la vicenda di Papa Pio XII, ma don Sergio Andreoli, parroco di Foligno, è comunque categorico: quella messa in scena è solo una provocazione. Così la croce santissima si alza sopra quella uncinata raccontata da Rolf Hochhuth ne “Il vicario” e rappresentata a Foligno attraverso la lettura teatrale diretta da Rosario Tedesco e prodotta dal teatro Stabile dell'Umbria. Una lettura che parla dell’atteggiamento di Pio XII di fronte ai crimini nazisti. Il “no” di don Sergio Andreoli si alza e circola con la velocità della rete nel suo sito personale, attraverso mail inviate ai fedeli e in sede di riunione mensile del clero della diocesi di Foligno, dove mercoledì scorso erano presenti il vescovo monsignor Gualtiero Sigismondi e il vescovo emerito monsignor Giovanni Benedetti. Don Sergio Andreoli si amareggia e protesta. Intanto “Il vicario” si sposta oggi da Foligno a Terni, dove replicherà fino a domenica al Videocentro e, di seguito, arriverà a Perugia al Centro universitario teatrale da martedì 24 marzo fino a domenica 5 aprile.

 Sei attori in scena, compreso l’autore regista Rosario Tedesco. Tutti appartenenti a un collettivo teatrale nato e cresciuto sotto l’ala di Antonio Latella. Tra gli attori in scena anche Marco Foschi, apprezzato protagonista di Moby Dick insieme a Giorgio Albertazzi, e di altre opere teatrali prodotte negli ultimi anni dallo Stabile dell’Umbria con il premiato marchio “Latella”. Marco Foschi comunque di fronte all’atteggiamento di don Sergio Andreoli non si sorprende. Anzi, cita su “Il vicario” un precedente illustre: il ritiro dalle scene, senza mai debutto, di una versione teatrale del 1965 rappresentata da Carlo Cecchi con Maria Volonté. Lo spettacolo fu interrotto dalla polizia prima di andare in scena e la Compagnia, intimidita dalla scomunica, si autocensurò. Oggi della versione di allora non esiste più traccia.

Dopo 43 anni “Il vicario” è stato riportato a Roma da Rosario Tedesco. Foschi, i vaticanisti vi osteggiano? “Non so spiegare eppure ancora succede. Il testo di Hochhuth viene ritenuto insolente, come lo giudica don Andreoli. Ma non è così: è un testo complesso, molto profondo. La nostra operazione se non altro ha avuto il merito di riportare Rolf Hochhuth in Italia. E sto parlando di uno dei drammaturghi più importanti del Novecento”. In Germania è letto addirittura nelle scuole... “In Germania ha venduto più di un milione di copie”. Voi lo avete scelto per la posizione espressa da Ratzinger verso Pio XII? “No. Ci sono state una serie di circostanze concomitanti assolutamente casuali. In verità noi ci siamo solamente innamorati del volume scoprendolo negli scaffali in libreria”. Sa che ci sono delle testimonianze di ebrei, proprio relative all’Umbria, ad Assisi, che portano alla luce una collaborazione tra papa Pio XII e i vescovi locali per salavare degli ebrei. Che ne pensa? “Non è questo il punto. Nascondere ebrei lo hanno fatto in molti, gli stessi tedeschi si sono adoperati in diverse situazioni rischiando la propria vita e quella dei familiari. Il fatto è che il Sacro soglio non prese mai una posizione aperta nei confronti del conflitto e contro lo sterminio. Se il Vaticano avesse espresso critiche verso Hitler avrebbe mosso milioni di cattolici in tutta Europa, e probabilmente il Fuhrer non avrebbe avuto campo aperto”.

Stare contro Hitler avrebbe voluto dire però favorire Stalin... “Certo, il regime nazista serviva alla Chiesa come baluardo contro l’Urss”. Al di là dell’Olocausto, il valore drammaturgico del testo come lo avete rappresentato? “Come una sorta di oratorio della parola, tra lettura e messinscena riducendo all’osso un volume di quasi 500 pagine”. La chiave di lettura scelta qual è stata? “Abbiamo cercato di vedere come si esplica la coscienza individuale in momenti straordinari”. Seguendo percorsi tracciati dall’autore? “Ovviamente. Abbiamo individuato la strada seguita da un ufficiale delle Ss che tradisce la sua divisa per salvare delle persone; e di un prete, costretto in qualche modo a tradire la sua divisa per andare a salvare altre vite. Da chi, invece, come papa Pio XII non ha potuto tradire se stesso”. Dove finisce dunque la responsabilità individuale e comincia quella collettiva? “La risposta sta in come si muovono questi personaggi, nelle loro scelte. Il dramma storico di Hochhuth, come di Schiller, va visto alla luce dei valori portati”. La sua voce nell’oratorio a chi appartiene? “Sono padre Riccardo Fontana, un prete a diretto contatto con i poteri forti: dalla sua posizione cerca di sensibilizzare i suoi superiori perché facciano scelte precise di fronte alla deportazione. Non accadrà. E, dunque, per salvare il senso del suo mandato cristiano andrà volontario ad Auschwitz”. Foschi, che risponde a don Andreoli? “Lo vorrei invitare allo spettacolo. Del resto Wojtyla ha chiesto scusa per la questione ebraica...vorrà dire pure qualcosa.”

 www.corrieredellumbria.it - 21.3.09